martedì, 05 marzo, 2024
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INTERVISTA a FRANCESCO PANNOFINO - di Francesco Bettin

Francesco Pannofino. Foto Andrea Ciccalè Francesco Pannofino. Foto Andrea Ciccalè

E’ attualmente in scena nei divertenti panni di Vincenzo Cantone, attorniato dalle “Mine vaganti” per la regia di Ferzan Ozpetek, nello spettacolo omonimo che sta girando l’Italia con grande successo. Con lui sul palco un gruppo di ottimi attori tra cui Iaia Forte e Simona Marchini. Una parlata, quella di Francesco Pannofino, che suscita da subito grande simpatia, bellezza, una voce conosciuta, che si riconosce subito. Grande attore e doppiatore (fra tutti, di George Clooney, Denzel Washington, ma anche Antonio Banderas, Kurt Russel, Jean Luc Van Damme e moltissimi altri) ,adatto a ogni circostanza, a ogni ruolo, Pannofino ha debuttato nel cinema con “Croce e delizia” nel 1995, di Luciano de Crescenzo, ma si è fatto conoscere al grande pubbblico con l’iconica serie “Boris” nei panni di Renè Ferretti, anche se il suo nome è legato a personaggi di grande fattura come “Nero Wolfe” e a fiction come “La squadra” e “I Cesaroni”, e film per la tv, “La farfalla granata”, “Adriano Olivetti”; “Un caso di coscienza”, “Ostaggi”. Anche in teatro è un egregio protagonista da tanti anni.

Parliamo di “Mine vaganti”, Francesco. Dopo il successo del film dodici anni fa possiamo dire che oggi a teatro lo spettacolo è una nuova sfida?
Sì’, direi riuscita e vinta. Con Ferzan Ozpetek che ha curato sia la riduzione teatrale del copione sia la messa in scena è stato bellissimo perché anche se la storia è sempre quella, ha reinventato un altro modo per comunicarla. Si sa che gli strumenti che si hanno a disposizione per il cinema e per il teatro sono diversi. Il primo si avvale di primi piani, dei flashback, nel secondo le persone in carne e ossa danno vita alla storia, serve quindi un altro linguaggio. Alla fine però le emozioni e i sentimenti sono sempre quelli, è un linguaggio universale.

Lo spettacolo sta avendo un grande riscontro da quel che si sa…
Si’, ormai ho una statistica soddisfacente, sono più di 50 repliche tra prima e dopo il lockdown e non è mai successo che non sia piaciuto o che ci sia stata poco pubblico. E’ uno spettacolo che la gente ama molto, lo vediamo alla fine, quando siamo circondati da sorrisi di affetto e di stima.

Si parla anche di un coinvolgimento del pubblico in sala, possiamo svelare qualcosa?
Intanto posso dire di non spaventarsi che non succede niente. Semplicemente Ozpetek ha avuto l’idea di trasformare la platea dei teatri nella piazza del paese. Quando il padre, recalcitrante, si vergogna di farsi vedere in piazza dai compaesani che sanno che il figlio è omosessuale, va in mezzo alla piazza e pronuncia le sue battute. Mi rivolgo a qualcuno del pubblico, è divertente.

E Cantone che tipo è?
E’ un uomo disperato, che potrebbe fare un passo molto facile nel vivere la vita in un altro modo e invece non lo fa, è ottuso. Ed è abituato a vivere nell’opulenza, nel suo paese è una celebrità. Gli zompa addosso questa mannaia assolutamente inaspettata del figlio gay. E’ un argomento su cui lui ha delle informazioni stereotipate, per lui gli omosessuali sono malati, si parte da questo presupposto. Oltretutto poi le persone in questione sono i figli, a cui lui voleva tanto consegnare le redini dell’azienda. Ma il testo dice anche tante altre cose, invita alla riflessione. Basterebbe da parte sua fare un salto mentale e si aggiusterebbe tutto ritornando a volersi bene come prima. E’ un personaggio grottesco, alla fine piace anche molto al pubblico. E la vera saggezza è rappresentata dalla nonna dei ragazzi, che la fa Simona Marchini.

Per il personaggio, oltre ad ascoltare il regista, ti sei affidato al tuo temperamento, o hai anche guardato all’interpretazione di Ennio Fantastichini nel film?
Con Ennio avevamo da sempre un bellissimo rapporto, avevamo lavorato moltissimo assieme, purtroppo lui ci ha lasciato troppo presto e quando mi hanno proposto di fare lo spettacolo e di reinterpretare quel personaggio che lui così meravigliosamente aveva fatto, mi sono sentito riempito di responsabilità ma anche onorato. Lo penso spesso, Ennio, soprattutto a teatro, prima dello spettacolo ogni sera.

La tua voce, così caratteristica, conquista sempre, come la tua recitazione. Frutto di talento naturale, di tanto studio, di entrambe le cose? Si nasce o si diventa bravi attori?
Lo si può anche diventare. Innanzitutto bisogna essere incoscienti per decidere di intraprendere questa carriera, perché è molto difficile e non è affatto scontato che ci si riesca. Bisogna sapere se si ha talento per poter riuscire. Alcuni lo capiscono, alcuni no e continuano imperterriti pur essendo evidentemente non adatti. Del resto non c’è mica niente di male, io non sono adatto praticamente a fare tutto , a parte l’attore. Se uno che non è portato insiste tutta la vita secondo me si dà la zappa sui piedi da solo. Questo è un mestiere molto difficile, poi quando riesce, e hai soddisfazioni, è bellissimo. Nel mio caso è frutto di quarant’anni di lavoro. Io faccio la stessa vita che facevo a vent’anni. C’è anche il rovescio della medaglia, sembra che noi siamo sempre sul red carpet ma non è così, più vai avanti nella carriera è più i ruoli sono impegnativi, sia a cinema che a teatro, quindi viene sempre richiesta una performance eccezionale.Da quel punto divista è una sfida continua, non ci si può rilassare un attimo.

Supereremo tutti assieme questo periodo di limitazioni?
Il pubblico è bravo, lo dimostra già adesso quando sceglie di venire a teatro e sta due ore con la mascherina, vedo che vuole condividere un’emozione, ed è la cosa più importante. Credo che quando ci libereremo di questa tremendo Covid-19 la gente tornerà ancora di più a vedere gli eventi, perché prima, secondo me, si era tutto un po’ ammosciato. Molto dipende da noi, da chi il teatro lo fa. Se facciamo spettacoli brutti e noiosi la gente non viene più a un altro spettacolo. Dobbiamo avere diciamo, rispetto del pubblico, Ozpetek ad esempio ce l’ha proprio, sa quello che funzione e cosa no. Molte compagnie fanno spettacoli di una noia mortale fidandosi magari della propria intuizione, invece bisogna anche sentire i pareri del pubblico.

Bisogna “sentirlo” il pubblico, in qualche modo annusarlo?
Ci vuole il coraggio di proporre anche cose diverse, credo che se a teatro racconti una bella storia gli spettatori ti seguono, non stanno lì a guardare l’orologio. Si immedesima, la vive, anche se è tutto palesemente finto e ci sono degli attori che recitano, è quello il bello del teatro. SI sa che è una finzione ma ci si crede, ci si emoziona, quello è il teatro, la cosa bella.

Tra gli attori, e i film che hai doppiato qualcuno che ti rimane più nel cuore professionalmente?
Quelli che ho doppiato di più sono George Clooney e Denzel Washington, con loro diciamo che c’ho più “confidenza”, sono un po’ diventato il loro cuginetto. Anche il doppiaggio è molto difficile, è una specializzazione dell’attore, c’è molta componente tecnica, il sync, l’uso della voce, è un mestiere che s’impara, poi c’è chi lo fa meglio, chi meno bene, però in Italia abbiamo una buona tradizione. Bisogna essere portati per farlo, naturalmente, non bisogna avere difetti di pronuncia, che dev’essere pulita, il pubblico deve capire quello che uno dice.

Qualcosa che ti manca nello spettacolo, che ti piacerebbe fare e non hai fatto c’è?
Sono soddisfatto di quello che ho fatto, anche se non è proprio tutto. Ho visto che se uno pensa “vorrei fare quello” è il momento che non lo fai. Non ho desideri, diciamo. Sono 45 anni che lavoro, e mi è sempre arrivato inaspettato, è sempre una sorpresa e non me la voglio rovinare.

Ti sarà capitato di dare qualche consiglio per fare l’attore…
Chiedo subito quanti anni hanno, se hanno suerato i trenta gli dico di lasciar perdere, questo è un mestiere che va cominciato quando si è giovani. Prima di tutto perché non ci si rende conto, c’è un po’ di incoscienza, e si ha il tempo, eventualmente, se non funziona, di cambiare strategia. Inutile insistere troppo, se si vede che non si lavora, meglio lasciar perdere. Certo, un po’ di gavetta va bene, ma fino a un certo punto, è inutile stare a soffrire per anni.

Torniamo a “Mine vaganti”. Qual è la forza della scrittura di Ferzan Ozpetek, di questo testo?
Quella di raccontare una storia che sa toccare le corde dell’emozione affettiva, il rapporto tra genitori e figli, il saper narrare situazioni che fanno scatenare la commedia, la parte comica. Lì è stato particolarmente bravo, ci sono momenti di commedia esilarante, alternati ad altri di riflessione, poesia.

E il personaggio di Boris, il regista Renè Ferretti?
Tornerà presto, abbiamo finito di girare la quarta serie, la stanno montando ora. Aspettatemi anche lì. La tournée di “Mine vaganti” prosegue fino a maggio toccando, tra gli altri luoghi, Imola, Salerno, Bergamo, Perugia, Milano, Firenze, Napoli, Venezia.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Martedì, 01 Febbraio 2022 10:26

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