giovedì, 04 giugno, 2020
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SIPARIO RECENSIONI: Monaco Bruna

Menzionato Danza - Bruna Monaco

Ordinary witness - ideazione Rachid Ouramdane
Prometheus Landscape II - ideazione Jan Fabre
A posto - ideazione Ambra Senatore

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Ordinary witness
Prometheus Landscape II
A posto

Ordinary witness Ideazione: Rachid Ouramdane
Performance: Jean-Baptiste André, Lora Juodkaite, Mille Lundt, Jean-Claude Nelson,
Georgina Vila-Bruch
Musica: Jean-Baptiste Julien, Luci: Yves Godin, Video: Jenny Teng e Nathalie Gasdoué, Assistenza tecnica video: Jacques Hoepffner, Costumi: La Bourette, Assistente alla drammaturgia: Camille Louis, Supervisore: Erell Melscoët, Direzione tecnica generale: Sylvain Giraudeau, Direzione video: Jacques Hoepffner, Direzione luci: Stéphane Graillot
Auditorium Parco della Musica di Roma, all'interno del Festival Equilibrio, 10 febbraio 2012

La danza-documentario di Rachid Ouramdane

Quando le porte della sala Petrassi si chiudono e si spengono le luci di sala, sul palco non c'è l'ombra di un danzatore. Anche lì è buio, totale. Una voce francese dall'accento straniero inizia a raccontare qualcosa e il palco si illumina della luce tenue dei sopratitoli bianchi per i non francofoni in sala. Il racconto è lungo, molto, e frammentario. E per il pubblico restare in ascolto al buio è quasi una tortura. Voluta senza dubbio da Rachid Ouramdane, coreografo franco-algerino e ideatore di "Ordinary Witnesses" che parla, appunto, di tortura, di violenza. Di genocidi ed educazione all'odio, di parole impronunciabili, pensieri irriconducibili a parole. Ricordi coscienti che vanno cancellati, e inconsci che, purtroppo, non abbandonano mai. "Ordinary Witnesses" parla di tutto ciò, letteralmente, perché lo fa con le parole registrate o videoregistrate di chi le torture le ha subite davvero, testimoni ordinari che vengono dal Brasile, dal Ruanda, dal Medio Oriente.
Per venti minuti "Ordinary Witnesses" è un alternarsi di voci esitanti che riflettono sulle violenze subite, provano a dare loro un senso, ma non le descrivono mai. Poi iniziano ad abitare il palco cinque danzatori, come fantasmi: una camminata lenta, vacillante. Non si incrociano, oppure ignorano l'incontro, ma quando per caso si sfiorano, assumono posizioni dall'aria dolorosa. Mille Lundt inarca parossisticamente la schiena e il suo corpo esile ed elegante diventa deforme. Rachid Ouramdane ha scelto danzatori dai corpi flessibili inseguendo una qualità di movimento che evocasse la tortura fisica senza mostrarla.
Il momento clou dello spettacolo è quando Lora Juodkaite inizia a roteare, per un tempo che pare infinito. L'attrazione è magnetica, l'attenzione s'incaglia in quel volteggiare che nulla ha in comune con quello dei dervisci. Nessuna regolarità o estatico incontro con il divino. Il corpo di Lora Juodkaite sembra sempre sul punto di essere dilaniato dal movimento centrifugo. I capelli sciolti e la colonna vertebrale mai perfettamente eretta, nella velocità del movimento, deformano il corpo.
Le luci sono di Yves Godin, in obliquo su un lato del palco, una lastra con sessanta fari sferici dalla luminosità ora intensa e abbagliante, ora calda e ambrata, che illuminano la scena o se ne fanno protagonisti, alternando combinazioni sempre diverse. Le musiche di Jean-Baptiste Julien si muovono tra un rumore di fondo disturbante ma appena udibile e una sonorità angosciante e tumultuosa, invasiva.
"Ordinary Witnesses" è una sorta di documentario con accompagnamento coreografico e musicale in cui Ouramdane concilia le sue due tensioni: verso l'arte e verso il sociale, contro le ingiustizie e la violenza. Uno spettacolo complesso dai tempi lunghi, lenti ai limiti dello sfinimento. E dai momenti di rara intensità. Uno spettacolo pieno di opposizioni che è il contrario del godibile: non si lascia amare facilmente, non si lascia dimenticare.

Bruna Monaco

Prometheus Landscape II Ideazione, direzione e scenografia: Jan Fabre
Testo I am the all-giver: Jeroen Olyslaegers (basato su "Il Prometeo incatenato" di Eschilo) & We need heroes now: Jan Fabre, Musica: Dag Taeldeman, Assistenza drammaturgia: Miet Martens, Performers: Katarina Bistrović-Darvaš, Annabelle Chambon, Cédric Charron, Vittoria De Ferrari, Lawrence Goldhuber, Ivana Jozić, Katarzyna Makuch, Gilles Polet, Kasper Vandenberghe, Kurt Vandendriessche Lisa May, Luci: Jan Dekeyser, Costumi: Andrea Kränzlin, Coordinamento tecnico del tour: Arne Lievens, Sound & video: Tom Buys, Tecnico: Bern Van Deun, Produzione e tour management: Tomas Wendelen, English coach: Tom Hannes, Trainer vocale: Lynette Erving (capo della sezione "voce e linguaggio"della Bristol Old Vic Theatre School)
Produzione: Troubleyn/Jan Fabre (Antwerp, Belgium) con il supporto di Flemish Government co-produzione: Peak Performances @ Montclair State University (Montclair, USA), Théâtre de la Ville (Parigi, Francia), Malta Festival (Poznan, Polonia), Tanzhaus NRW
(Düsseldorf, Germania), Zagreb Youth Theatre (Zagrebia, Croazia), Exodos Ljubljana (Ljubljana, Slovenia), La Biennale di Venezia (Venezia, Italia), Bitef Theatre Belgrade (Belgrado, Serbia): all'interno di ENPARTS - European Network of Performing Arts e con il
sostegno di Programma Cultura della Commissione Europea
Teatro Olimpico, Roma, all'interno del Romaeuropa Festival, dal 5 al 6 novembre 2011

Epater le bourgeois oggi

Davanti al sipario chiuso, un uomo obeso, seduto, legato con nodi laschi alla sedia. Guarda il pubblico del Teatro Olimpico che si accomoda, numerosissimo. I millequattrocento posti tra platea e balconata sono quasi tutti presi. Indubbiamente Jan Fabre è un artista che attira spettatori. Suscita interesse, curiosità, talvolta disapprovazione manifesta: a Firenze, lo scorso anno in occasione della "Fabbrica d'Europa", un gruppo di associazioni animaliste organizzò persino un presidio contro di lui. Le istallazioni in cui si espongono cadaveri di cani, gatti e altri animali imbalsamati, non tutti le gradiscono. D'altronde l'obiettivo è proprio questo: tanto nei suoi spettacoli, quanto nelle opere di arte figurativa, Fabre cerca la provocazione.
Ai lati del Prometeo obeso in proscenio compaiono Ivana Jozic e Gilles Polet, recitano un testo dello stesso Fabre (che, oltre che coreografo, regista e artista visivo, è anche scrittore): where is our hero? si chiede lei, decine di volte. Fuck you Sigmund Freud, Anna Freud e la psicologia tutta, dice lui altrettante volte in questo dialogo/non dialogo in cui gli attori parlano rivolti al pubblico. Non abbiamo più eroi, la psicanalisi ce li ha tolti tutti, e con loro il piacere di credere ai miti. Provocazione.
Il sipario si apre e compare il vero Prometheus, quello greco, il Kurt Vandendriessche dal fisico statuario, in mutande e addominali squadrati, al centro della scena come l'uomo vitruviano di Leonardo da Vinci. Quello obeso post-moderno era uno scherzo, o il doppio contemporaneo del mito antico? Altra provocazione.
Si entra nel vivo dello spettacolo, arrivano gli "ospiti" di Prometeo, monologanti, che sbiascicano i versi che Jeroen Olyslaegers ha composto riadattando il testo eschileo. Parlano sempre al microfono, le voci sono storpiate, le parole articolate male, come i corpi: tutto è disarmonico in scena, disgregato. Caos puro, e sembra davvero che in cento minuti di spettacolo non succeda niente. La regola della provocazione (o forse dovremmo chiamarla poetica?) è rispettata.
Eppure, rispettandola, Prometheus Landascape II, non fa altro che sfuggirla, questa regola o poetica che sia. Perché tutte queste provocazioni, in fondo, non provocano più nessuno. Gli attori/danzatori si contorcono a terra, nudi o seminudi, simulano lunghe masturbazioni e rapporti sessuali (già viste nei suoi spettacoli precedenti), estinguono le fiammate (vere) e la violenza a secchiate di sabbia e getti di estintori. Con ostentata disperazione Fabre tenta di épater le bourgeois, ma il pubblico è seduto composto, educatamente aspetta che lo spettacolo finisca. Educatamente applaude. Nessuno percepisce l'entità della provocazione, lo scandalo, nessuna reale infrazione delle barriere morali.
Ammesso che ce ne siano ancora.

Bruna Monaco

A posto

Di: Ambra Senatore
Interpreti: Caterina Basso, Claudia Catarzi, Ambra Senatore.
Coreografia: Ambra Senatore in collaborazione con Caterina Basso e Claudia Catarzi, Luci: Fausto Bonvini, Costumi: Ambra Senatore e Carla Carucci, Disegno sonoro: Gregorio Caporale
Teatro Palladium, Roma, 5/6 maggio 2012

La scena scomposta di Ambra Senatore

Caterina Basso, Claudia Catarzi e Ambra Senatore entrano una dopo l'altra, furtivamente, sul palcoscenico nudo, bianco. Scrutano le quinte ammiccando a qualcuno o qualcosa di invisibile. Si scambiano sorrisi complici, senza corrispondersi mai. Compiono movimenti insensati che somigliano poco a una coreografia. O azioni che potrebbero avere un senso (si tirano i capelli, si offrono una fragola, piangono, si sdraiano a terra come fossero morte), ma qui sono astratte: non ci sono elementi intorno che richiamino a un contesto. Non suggeriscono nulla e mettono a dura prova l'immaginazione del pubblico. Neppure la musica, che sempre salva in questi casi, dà coerenza a quanto avviene sulla scena: non un tessuto ma frammenti di brani slegati da qualsiasi nesso: dalla sigla di Occhi di gatto a Jimi Hendrix. Il volume è basso, tutto ovattato, ad aumentare lo spaesamento dello spettatore. Di tanto in tanto le tre interpreti scambiano brandelli di frasi, sussurrate, borbottate, incomprensibili. Poi si apre una faglia nel non-sense, le azioni diventano più precise, o meglio, più complesse e si intravedere una trama nella frammentarietà del discorso. Le microazioni, quelle unità minime di significato che fino ad ora erano apparse senza senso, raggruppandosi si coagulano. Così per il coltello da macellaio e la torta alla panna: prima ospiti misteriosi sul palco, piano piano si svelano oggetti di scena, oggetti di un racconto che a breve esisterà.
Un terzetto affiatato, uno spettacolo sofisticato in un crescendo di senso e piacere. Con ironia e perspicacia A posto riflette sulla narrazione, su come si costruisce un una storia. Lo fa decostruendo lo spettacolo, riducendolo a unità minime di significato, azioni e reazioni, svincolate da rapporti di senso.
Gli eventi non sono mai in tutto composti, in ogni storia c'è un po' di scompostezza (o decomposizione?). La perfezione non esiste. O è solo meno interessante dell'anelito alla perfezione. Così la compostezza non è assoluta nemmeno a un passo dalla fine, quando Ambra Senatore, Caterina Basso e Claudia Catarzi sono finalmente inquadrate in una situazione chiara, bucolica, da quadro: un pic nic, e loro elegantemente sedute per terra a gustare una torta e chiacchierare sfogliando una rivista: le loro parole non arrivano all'orecchio del pubblico, al loro posto delle voci registrate, fuori sincro. E quando sul finale abbandonano il loro morigerato contegno, solo allora la scena è giusta, nemmeno i rumori audio la disturbano, perché si sta sgretolando da sé: l'atmosfera si fa gotica, la luce smette di essere diffusa e di far risplendere la bianca scenografia, si concentra sui corpi in disfacimento delle bravissime interpreti: le posture diventano sciatte, con nonchalance, toccandosi, si macchiano di sangue il viso, si creano lividi sul corpo. La scena, il senso che abbiamo tanto inseguito, si mostra appena un attimo, e subito si sfalda, nell'afa di un pomeriggio come tanti, nell'insensatezza dell'agire quotidiano.

Bruna Monaco

Letto 8470 volte Ultima modifica il Sabato, 01 Settembre 2012 14:44
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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