martedì, 04 ottobre, 2022
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SIPARIO RECENSIONI: Paoletti Matteo

Vincitore Lirica - Matteo Paoletti

Il Cappello di Paglia - di Nino Rota
Turandot - di Giacomo Puccini
Romeo et Juliette - di Charles Gounod

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Il Cappello di Paglia
Turandot
Romeo et Juliette

Il Cappello di Paglia Edizioni Ricordi, Musica di Nino Rota
Farsa musicale in quattro atti, Libretto di Nino Rot
e Ernesta Rinaldi, dalla commedia "Le Châpeau de paille d'Italie"
di Eugène Labiche e Marc Michel
Prima rappresentazione: Palermo, Teatro Massimo, 21 aprile 1955
Direttore Giovanni Di Stefano
Teatro dell'Opera Giocosa, Savona

'Il Cappello di Paglia di Firenze' al Teatro
Chiabrera. La recensione in anteprima
Si ride di gusto per l'opera di Nino Rota. Allestimento in stile
vaudeville e ensemble credibile. A Savona sabato 12 e domenica 13
novembre

Chiabrera traboccante di studenti delle scuole medie e superiori: un modo intelligente con cui la direzione dell'ente lirico savonese cerca di stimolare il pubblico di domani. Il messaggio è semplice: anche all'opera ci si può divertire. E i ragazzi in effetti reagiscono bene: ridono, commentano, si stupiscono. E poco male se a volte parlottano tra loro: meglio un pubblico attivo e curioso in jeans e bomber che tanti abbonati sonnolenti in toilette da grande soirée. E prendere il treno con loro, sentirli canticchiare qualche passaggio e parlare a caldo dell'esperienza fa pensare che l'opera, nonostante tutto, è ancora cosa viva.
La lettura di Barbalich è chiara: il Cappello è una commedia favolesca, drammaturgicamente zoppicante, senza troppe implicazioni sociali; tentare di introdurvi un contenuto politico, sfruttando le diverse estrazioni dei vari personaggi, dalle sartine al giogo della modista, al coro di parvenue campagnoli parenti
della sposa, è una forzatura. Ci provò Strehler nel 1958, leggendo in Rota un po' di Brecht.
In questa produzione le sfaccettature si perdono in funzione della scorrevolezza. E il quadro che ne esce è molto positivo: se l'obiettivo dello spettacolo è divertire, il risultato è raggiunto, grazie a un ensemble credibile e a una recitazione adeguata allo scopo, pur con prestazioni discontinue. Convincente soprattutto la prova di Leonardo Cortellazzi (Fadinard), buon attore dalla voce molto piccola (ma, ricordiamo, è una generale e sono le 10 del mattino).
Molto divertente il modo in cui è trattato l'onnipresente coro di contadini arricchiti, guidato dal vecchio Nanoncourt: ricordano a tratti la banda di musicisti balcanici in Underground di Kusturica.
Luminosi i costumi di Tommaso Lagattolla, anche scenografo dell'allestimento, che richiamo il liberty senza scadere nella filologia. Le scenografie, stilizzate e funzionali ai rapidi rivolgimenti della trama, esemplificano l'anima vaudeville dell'allestimento. A scanso d'equivoci, lo stesso boccascena è inscritto in una cornice di lampadine che accendendosi e spegnendosi sottolineano alcuni passaggi drammaturgici, come i lampi che commentano le improvvise svolte della trama. Elegante e d'effetto la scena del temporale, con fondale in tulle, ombrelli sospesi e pattinatori sullo sfondo.
Sul podio Giovanni Di Stefano, direttore artistico dell'Opera Giocosa, dirige in camicia e pullover, e dà una lettura godibile della partitura, in grande sintonia con il palcoscenico.

Matteo Paoletti

Turandot Dramma lirico in 3 atti e 5 quadri, su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni, dall'omonima fiaba di Carlo Gozzi, Musica di Giacomo Puccini
Direttore Marco Zambelli, Regia Giuliano Montaldo, Scene Luciano Ricceri, Costumi Elisabetta Montaldo Bocciardo, Luci Luciano Novelli, Coreografia Giovanni Di Cicco
Allestimento del Teatro Carlo Felice, Orchestra e Coro del
Teatro Carlo Felice, Coro di voci bianche del Teatro Carlo Felice, Maestro del Coro Marco Balderi, Maestro del Coro di voci bianche Gino Tanasini
Teatro Carlo Felice, Genova, dal 21 aprile al 12 giugno 2012

Genova. La Turandot al Carlo Felice.
Successo annunciato per l'estremo lascito di Puccini, in scena con lo storico allestimento targato 1993. Ovazioni per Mariella Devia e Giuliano Montaldo.

È la cronaca di un successo annunciato, quella della Turandot di Puccini andata in scena ieri sera, giovedì 19 aprile, al Teatro Carlo Felice: produzione solida e collaudata da quasi vent'anni anni di onorato servizio, regia del grande vecchio del nostro cinema Giuliano Montaldo e ritorno a Genova per la celebratissima Mariella Devia, qui al debutto nel ruolo della schiava Liù. Platea gremita come non accadeva da diverse prime, molti applausi a scena aperta e acclamazione finale agli interpreti tutti. Come da copione.
Insomma, l'evergreen di Montaldo, inscritto nel solco della grande tradizione scenica in stile kolossal che accompagna l'estremo lascito di Puccini fin dalla prima scaligera del 1926, regge ancora alla prova del tempo, dimostrando una longevità e una duttilità non comuni: produzione del Carlo Felice del 1993, lo spettacolo è passato indenne attraverso ripetute riprese, ha resistito al nuovo finale di Luciano Berio presentato nel 2003 e si è riproposto ieri al pubblico genovese con il ripristinato finale di Franco Alfano. Il classico, si sa, non passa mai di moda.
Spazio dunque alle scenografie monumentali di Luciano Ricceri, un po' Cabiria un po' Caramba, che inscrivono l'azione in una sorta di gigantesca tabacchiera cinese: la scatola ottica diventa un elaborato contenitore di legno laccato, con la meraviglia del palcoscenico rotante che sa tanto di raffinata chinoiserie, rimandando alla suggestione del carillon importato dalla Cina dal commendator Fassini che in una calda estate ai Bagni di Lucca ispirò Puccini nella composizione di alcuni temi dell'opera.
Se le scenografie di questo superclassico tirato fuori dai magazzini reggono ancora alla prova della scena, come già visto nei casi del Flauto magico e dell'Elisir d'amore di Luzzati quello che purtroppo funziona meno sono gli aspetti propriamente registici: interpreti statici, disposizione delle masse molto convenzionale e un certo didascalismo nella gestione dei controscena, con la
necessità di mostrare sempre quanto già espresso in musica dalla partitura (in particolare gli onnipresenti vessilliferi non sempre sincroni, gli invadenti mimi kung-fu con «gl'immensi spadoni», o certe soluzioni molto farsesche e poco grottesche del trio caricaturale di Ping, Pong e Pang) denunciano i limiti del tempo che passa per tutti, anche per un sempreverde come Montaldo.
Tra gli interpreti, ottima accoglienza con ovazione finale per una professionalissima Mariella Devia (Liù), che regala una lettura vocalmente notevole pur arrivando da altro repertorio, e per la Turandot di Giovanna Casolla, che con la solidità dell'esperienza si conferma espressione di un cast decisamente sopra la media: convincente il basso profondo e sonoro Alessandro Guerzoni (Timur) ed estremamente potente (talvolta a discapito dell'intonazione) il Calaf di Antonello Palombi, che come la direzione del debuttante Marco Zambelli si muove principalmente tra le dinamiche forte, fortissimo e l'esplosivo, puntando più alla facilità dell'effetto che allo scavo più fine della pagina pucciniana.
Il coro regge, l'orchestra pure, e i finali di quadro sono sempre rumorosi quanto basta per mandare a casa felice un pubblico di abbonati numeroso e soddisfatto.
Sui lunghi applausi finali, Giuliano Montaldo sale commosso sul palcoscenico: saluta uno a uno adulti e bambini, ed è il finale migliore per questa favola triste e un po' sghemba che è da più di ottant'anni il canto del cigno dell'opera italiana.

Matteo Paoletti

Romeo et Juliette Opera in cinque atti di Charles Gounod, su libretto in francese di Jules Barbier e Michel Carré
Da Romeo e Giulietta di William Shakespeare
Direttore Fabio Luisi, Marcello Rota
Regia Jean-Luis Grinda, Costumi Carola Volles, Luci Roberto Venturi
Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice, Maestro del Coro Marco Balderi
Teatro Carlo Fenice, Genova dal 26 febbraio al 4 marzo 2012
Genova. Romeo et Juliette al Carlo Felice con Andrea Bocelli.
Debutta l'opera più attesa della stagione. Tra eleganti tableaux vivants, giochi di luce e un buon cast vocale. Ma il tenore di grido ha una voce piccolissima. Pacor: «È influenzato»

Se ne è parlato per mesi, con grande sforzo pubblicitario, una registrazione di dvd e cd della Decca e un'affollata conferenza stampa aperta al pubblico nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale: finalmente ieri, venerdì 24 febbraio, ha debuttato l'evento clou della stagione del Teatro Carlo Felice, il Roméo et Juliette di Charles Gounod con protagonisti Andrea Bocelli e una bacchetta di prestigio come Fabio Luisi.
Una coproduzione con l'Opéra di Montecarlo, costruita intorno al nome di Bocelli, che si è aperta con un piccolo giallo e si è conclusa con qualche perplessità.
«Andrea Bocelli ci ha telefonato questo pomeriggio: è influenzato e non può cantare». Con un annuncio lampo dalla ribalta, a pochi minuti dall'inizio dello spettacolo, il sovrintendente Giovanni Pacor semina il panico nella platea del Carlo Felice: che succede se il nome di grido salta l'appuntamento con lo spettacolo tagliato a sua misura? La platea rumoreggia.
«Abbiamo chiamato il secondo tenore, José Bros, ma sta peggio di Bocelli» continua il sovrintendente, che col piglio dell'attore consumato cala l'asso: «Visto che sono malati tutti e due i Roméo, abbiamo richiamato Bocelli. Ha capito la situazione: canterà lo stesso, anche con l'influenza. Solo un artista con un grande cuore come Andrea poteva accettare». Applauso.
Poi largo al prologo, con l'orchestra saldamente nelle mani di Luisi: sul palcoscenico un cono di luce illumina il coro, al di là di un velo dalla foggia medievale, mentre le silhouettes dei due amanti, in proscenio, si stringono in un bacio appassionato. Hayez e Mantegna - l'Ottocento di Gounod e il medioevo favoleggiato da Shakespeare - rivivono nella suggestione di un elegante tableau vivant.
«È l'idea dell'Italia vista con gli occhi di un francese» ci aveva spiegato lo scenografo Eric Chevalier. E in effetti, tra tagli di luce dalla forte drammaticità (di Roberto Venturi) e scenografie essenziali ed evocative, con tanto di richiamo a un Ottocento stilizzato nel recupero dei grandi fondali dipinti, i quadri restituiscono sempre un ideale di eleganza.
Dal punto di vista visivo, un allestimento riuscito, giocato tra i contrasti dei costumi di Carola Volles e la scena spoglia progettata da Chevalier, con un grande praticabile girevole che diventa di volta in volta una piazza veronese, un muro o una collina.
Ciò che manca, però, è un'idea registica forte, che vada al di là dell'ordinata disposizione dei tableaux vivants: il risultato del lavoro di Jean-Louis Grinda è una discreta dose di ammirazione per i giochi di luce e la gestione delle masse e una buona dose di noia per la piatta evoluzione drammatica della vicenda.
Altro discorso per il cast vocale: energica Maite Alberola (Juliette), spessissimo Andrea Mastroni (Frère Laurent), e a suo agio Annalisa Stroppa nel ruolo en travesti di Stéphano. Quando la star del canto vista in tv fa la sua sortita, si comprende il significato della captatio benevolentiae di Pacor: Bocelli ha una voce piccola piccola, spesso sovrastata da colleghi e orchestra, tuttavia gradevole nel registro medio ma in forte affanno nelle parti più acute della tessitura. Qualcuno maligna che non sia davvero malato. Se si considera che la pagina di Gounod costringe in scena Roméo per cinque atti, sempre nella zona critica del registro di passaggio, tirare le somme della sua prestazione non è certo impresa impervia.
E nonostante tutto, alla fine come dopo ogni aria solista, applausi e chiamate alla ribalta sono tutte per lui.

Matteo Paoletti

Letto 7273 volte Ultima modifica il Giovedì, 30 Agosto 2012 10:53
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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