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INTERVISTA a ALESSIO REZZA - di Giuseppe Distefano

Alessio Rezza e Eugenia Brezzi in "Petit mort" di Jiri Kylian. Foto Giuseppe Distefano Alessio Rezza e Eugenia Brezzi in "Petit mort" di Jiri Kylian. Foto Giuseppe Distefano

Nel raccontare la storia di un ballerino si comincia spesso rintracciando gli inizi della carriera, la scoperta e il nascere della passione per la danza, i primi passi e gli studi fino ai sacrifici, alla crescita professionale e ai successi. Il racconto di Alessio Rezza non fa eccezione e, come la storia di ciascuno, ha la sua particolarità in un personale percorso che, dagli studi alla Scuola di Ballo dell’Accademia alla Scala dove si diploma nel 2008, e una breve parentesi nel Corpo di Ballo dell’Opéra di Parigi, l’ha portato a diventare primo ballerino al Teatro dell’Opera di Roma. Dotato d’intensa espressività acquisita col lavoro e l’esperienza in scena, nonché di un'innata musicalità che impreziosisce ogni movimento, Rezza brilla anche per versatilità, capace di calarsi in ruoli diversi con acutezza e sfumature interpretative affrontando stili differenti.​

Cominciamo da quando hai iniziato a ballare, a sei anni, in una scuola privata del tuo paese, Modugno, in Puglia...
Mi ci iscrisse mia madre perché non stavo mai fermo. Nove anni lì prima di partecipare a delle audizioni in accademie importanti. La prima è stata a 14 anni alla Scala di Milano, ad aprile, e il mese di prova a settembre. Non passai, ma ormai mi ero innamorato dell’atmosfera, di quel lavoro alla sbarra tutti i giorni per molte ore. Volevo continuare. Il mio obiettivo era di riprovarci l’anno successivo. Intanto, consigliato dal maestro Tuccio Rigano sono arrivato all’Accademia Nazionale di Danza a Roma, prima come uditore esterno, e l’anno dopo entrando direttamente al sesto corso alla Scuola della Scala. Due sono stati i momenti di avvicinamento a questo mestiere. Il primo, credo, quando ho messo piede in scena al mio primo saggio, a sei anni: mi sono sentito diverso, mi piaceva sentirmi al centro dell’attenzione, come può sentirsi qualsiasi bambino a quell’età. Il secondo momento è stato quando non ho superato l’audizione alla Scala. Ho insistito dicendo ai miei genitori che avrei voluto preparami bene per riprovarci l’anno successivo. Tornare alla scuola privata sarebbe stato un passo indietro. Mi sono sentito adulto quando già facevo questo mestiere, perché a 20 anni, se stai facendo anche dei ruoli da solista, hai già una responsabilità che ti catapulta nel mondo degli adulti. Anche a Firenze, al Maggio Danza, dove nel 2008 ho lavorato per sei mesi all’epoca della direzione di Vladimir Derevianko, già interpretare in Giselle il ruolo dei contadini mi faceva sentire la responsabilità di fare bene quello per cui ero stato chiamato.

Ci sono stati dei consigli importanti che ti porti ancora dietro?
Ricordo alla Scuola della Scala il maestro Leonid Nikonov del quale solo successivamente ho capito quanto della calma che trasmetteva mi è rimasta come “insegnamento”. Pochissime volte l’ho visto strillare. Quando cominciava la sua lezione riusciva a tenere buono il nostro gruppo di scalmanati: eravamo ragazzi di 18 anni e spesso, dagli altri insegnanti, venivamo cacciati dalla sala. Aveva un suo modo di farti arrivare a un risultato. Se doveva dirti qualcosa, la ripeteva al massimo due volte, poi ti conduceva attraverso un tuo personale studio di quel passo. E quindi ti dava anche uno stimolo ulteriore.

C’è una figura in particolare che ti è rimasta dell’esperienza, pur breve, all’Opéra di Parigi?
Soprattutto l’immagine di Mathias Heymann, di come studiava nella classe di danza alla sbarra. Era una macchina da guerra. Quando sono arrivato, vedendo lui – era già primo ballerino -, e dopo aver scoperto che aveva due anni più di me, sono rimasto di stucco. Era incredibile, un vero talento. Uno che va oltre quello che già sa fare, che ha quella spinta in più a volersi migliorare. Per quanto già bravo, era impressionante vedere tutti i giorni nella lezione di danza l’impegno che ci metteva. Mi ritorna il suo esempio e il suo stimolo quando capita, a volte, che a lezione non sia del tutto concentrato: mi dico che sicuramente lui sarebbe stato alla sbarra e non riposarsi sugli allori. Anche Massimo Murru, negli anni alla Scala, era così.

Che impressione hai avuto del teatro, in quanto luogo, dell’Opéra di Parigi?
Quello che di grande rappresenta in tutto il mondo. Non a caso lo chiamano la Maison. In quel luogo ti ci perdi, non solo fisicamente, ma perché respiri la storia. Lì i muri parlano. Sei nel tempio per eccellenza del balletto, ne senti l’odore anche nel legno, nei corridoi. E poi la bellezza circonda tutto: i costumi, le scenografie, un insieme di eccellenze. Mi ha impressionato soprattutto il lavoro che c’è dietro ogni spettacolo, la fatica, i sacrifici, e la forza di certa gente, quasi delle “macchine umane”. Ricordo, per esempio, Aurélie Dupont che dopo il primo atto di Giselle, faceva le scale a piedi, mentre tutti gli altri ballerini aspettavano l’ascensore. È quella forza fisica, quella preparazione tecnica, che poi ti permette di dire qualcosa quando sei in scena. Se invece devi ballare arrancando non puoi dire niente. Per questo il lavoro è alla base di tutto.

Dal 2010 sei all’Opera di Roma. Promosso a solista nel 2015 da Eleonora Abbagnato, ecco che nel 2018 vieni nominato primo ballerino. La nomina, insieme con Susanna Salvi, è avvenuta il 6 gennaio al termine de Lo Schiaccianoci di Giuliano Peparini...
È stato un momento bellissimo, indimenticabile, anche perché non me lo aspettavo. Quella sera non era previsto che ballassi, mi è stato comunicato il giorno prima. Ho capito dopo il motivo della sostituzione. Confesso che diventare primo ballerino non è mai stata una mia ambizione. L'aspirazione semmai era di ballare nella parte di Basilio, di Albrecht, di fare cioè quei ruoli che da ragazzo guardavo e che mi emozionavano.

Dopo la nomina cos’è cambiato da lì in avanti?
Principalmente nulla all’interno sia delle posizioni gerarchiche della compagnia, sia per me, anche se sono consapevole di quanto possa essere importante questa posizione in futuro, quando smetterò di ballare. Un tale riconoscimento fa la differenza.

Quali ruoli prediligi?
Negli anni si sono un po’ evoluti. Fino a 25 anni ero preso più dai ruoli da demi-character che richiedono soprattutto tecnica e precisione, un divertissement più che una interpretazione. Da quando, invece, ho iniziato a danzare Arlésienne di Roland Petit è cominciato un lavoro più introspettivo per arrivare a quel personaggio.

Quando è stata la prima volta?
Nel 2013. Avevo 24 anni. Comunque già da prima mi piaceva cercare una mia interpretazione anche nei piccoli ruoli. Col tempo mi sono reso conto che più era difficile la sfida da affrontare e più mi piaceva perché potevo metterci del mio. Ed era bello sentirsi dire che la mia versione di quel ruolo era diversa da altre. Potevo piacere o meno, ma era la mia impronta. Quando lavoro a un ruolo, cerco nel limite del possibile della coreografia e del coreografo di trovare una mia unicità.

Prediligi il genere narrativo?
Fino a vent’anni conoscevo prevalentemente quello, mentre adesso, avendo lavorato con altri nuovi coreografi, mi affascinano anche altri generi. Se si è affamati di arte non ci si può fermare alla sola danza classica per quanto essa sia stata ed è la mia vita. Fortunatamente Eleonora Abbagnato, avendo moltissimi contatti internazionali, ha portato coreografi diversi che hanno rappresentato per noi una crescita.

Uno di questi è Johan Inger che all’Opera ha montato per il Corpo di Ballo Walking Mad
L’esperienza con lui è stata illuminante. Inger ha un carisma unico, sia come persona, sia nel modo di lavorare. Intanto ha un grande rispetto per i ballerini. Così è stato con noi, un modo di approcciarsi particolare se consideriamo che, quando è arrivato, non ci conosceva e ci guardava per la prima volta. La sua coreografia è un capolavoro e non c’è stato bisogno di cambiare nulla. Però il suo fine era, con meno parole possibili, farti arrivare a quel determinato personaggio, o anche solo a un preciso movimento, facendolo “dire” a te, in modo diverso da quello di un altro, anche tecnicamente.

Sei un ballerino versatile, sia tecnicamente che espressivamente, a tuo agio sia nel classico che nel contemporaneo. Avendo acquisito con l’esperienza, come dicevi, più conoscenza, vorresti danzare più contemporaneo?
Sì, più vado avanti e più mi stimola. Quando Eleonora ci porta una nuova creazione, c’è uno stimolo diverso, perché è un’occasione in più per mettersi in gioco. Danzando Roland Petit c’è stato un primo avvicinamento a uno stile diverso dalla rigidità classica. E poi Forsythe, Kylian, Inger.

Quali devono essere, secondo te, le caratteristiche principali di un bravo ballerino?
Dipende dal tipo di balletto. E in ognuno devi portare in scena qualcosa di personale. È importante non tanto il lato tecnico, perché ormai quello è altissimo in tutti, ma l’interpretazione. È il ballerino che riesce a tirare fuori qualcosa dalla sua anima.

Parlando della dimensione artistica, cosa occorre a un ballerino per essere artista?
Quello che dicevo prima: bisogna abbandonarsi con l’anima, col cuore. Può essere una frase scontata, semplice come concetto, ma è molto, molto difficile. Credo ci si arrivi col tempo. Per me essere artista è questo. Solo così un artista, con la sua unicità, lascia qualcosa agli altri, un segno.

C’è anche l’aspetto del carisma, quel qualcosa in più che è anche frutto di preparazione…
Secondo me è una dote naturale. C’è chi ce l’ha, e chi no. Però chi lo possiede deve saperlo valorizzare, essere messo nelle condizioni di poterlo mostrare. Ci sono tanti ragazzi che magari hanno quel qualcosa dentro, e da soli non riescono a farlo venire fuori. Hanno bisogno di un mentore, di qualcuno che gli dia fiducia, o sia capace di tirare fuori quello che già c’è. È anche un lavoro psicologico che, delle volte, non ha nulla a che vedere con la danza. È chiedersi perché sei lì in scena, perché stai facendo quello, e perché lo vuoi fare? Che cosa vuoi dire?

Te lo sei chiesto anche tu…
La risposta è perché mi piace moltissimo ballare. Fortunatamente ci sono riuscito e, impegnandomi tantissimo, ho fatto di questo mestiere la mia vita. Non è detto, comunque, che sia facile e che si riesca, per quanto uno sia bravo, talentuoso, e si metta d’impegno. È vero pure che per goderti un ruolo devi prepararti tanto e lavorare molto, anche perché se non fai così quando lo stai eseguendo, pensi a tutt’altro. Se lo senti profondamente, ci metti di più del tuo e te lo godi.

Un ruolo che ami particolarmente, e che hai ballato più volte, è Frederi ne L’Arlésienne di Roland Petit…
Più lo faccio e più mi attira. Fondamentalmente perché è un balletto che dà più spazio per interpretare, e l’interpretazione è la cosa che più mi piace e che mi permette di esprimermi come artista. Delle volte dipende anche da come mi sento quel dato giorno, dall’umore per esempio, anche se questo non dovrebbe influenzare quando si balla. Importante è canalizzare queste sensazioni nel migliore dei modi, positivamente. Se sono nervoso, ci metto più grinta; se sono felice mi abbandono di più alla danza o alla musica. Devo dire, comunque, che non sono un tipo nervoso. Sono sempre in pace con tutti e sempre contento, quindi qualsiasi tipo di umore o sensazione io abbia vivo appieno un balletto. Quelli che si interpretano tante volte, proprio per questo richiedono, forse, più concentrazione.

Cos’è che alimenta la tua arte, la tua persona? Quali passioni la nutrono?
Amo molto la pittura. Per apprezzarla però c’è bisogno di un percorso, di studiarla. Come per la danza. Prima amavo solo la classica, poi andando avanti con gli anni apprezzo sempre più le nuove idee. Un altro nutrimento è la musica in generale, qualsiasi genere. La passione la devo a mio padre che è stato un bassista in un gruppo, e a mio fratello, più grande di me di sette anni, che da piccolo mi faceva ascoltare i Guns N' Roses e i Pink Floyd. E molto altro. Sono cresciuto con la musica. Adesso, da quasi un anno studio chitarra. Mi piace molto, mi è di stimolo in tutto. Chissà, forse un giorno mi servirà.

Come hai vissuto il sopraggiungere del lockdown lo scorso anno a causa dell’epidemia? Ti ha colto, tra l’altro, che avevi appena avuto un infortunio…
Mi sono incidentato un mese prima, il 7 febbraio, e il 4 marzo c’è stata la chiusura di tutto. Ero, quindi, già fermo a casa, con le stampelle ed è stato molto duro il pensiero di quando poter tornare in pista. Sarei comunque dovuto stare fermo per tre mesi a causa della distorsione al quinto metatarso, una cosa non da poco. Sono cicatrici che ti fanno sentire più grande di età. Non sono gli anni che m’invecchiano ma gli infortuni. Questo era il terzo. Però si cresce anche con questi, perché ogni volta che se ne viene fuori, si apprezza quello che si ha. E si torna con più carica di prima, con più consapevolezza.

Quando è successo il primo?
Il 6 novembre 2013, mi ricordo bene la data. Avevo 24 anni. Sono stato fermo un mese. Fino ad allora, da quando sono uscito dalla scuola di ballo e ho iniziato a lavorare, non mi ero mai fermato, neanche d’estate. Quando succede, la prima volta ti scatta qualcosa di diverso, che ti fa rendere conto che non è solo l’andare veloce come un treno che ti può portare lontano. Mi ha aiutato anche ad avvicinarmi ad altre passioni, ad altre cose, perché la vita chiede di vivere tutta la realtà e non solo quella della danza. Quindi quando capitano gli infortuni, anche se sto a casa con un piede ingessato, cerco di trovare nuovi stimoli anche mentali.

Aspetti positivi e negativi del tuo carattere?
La calma, la pazienza e la perseveranza. Tutti mi dicono che qualsiasi cosa succeda non mi arrabbio mai. Sarà che ho acquisito quel modo tutto romano di dire, cioè il “fa un po’ come te pare” (ride divertito, ndr). In realtà cerco di vedere sempre il lato bello delle cose. Di negativo, a quanto dicono gli altri, c’è che sono permaloso e testardo, però questa testardaggine forse nel passato mi ha aiutato, anche nelle difficoltà, a non abbandonare mai quello che stavo facendo.

Che cosa non ami della danza, e del suo mondo?
Non amo la visione della vita incentrata solo su essa, e la chiusura mentale che può esserci. Per certi versi però la capisco, perché chiunque abbia realizzato qualcosa di grande, è anche perché ha vissuto la vita per quello. Mi dispiace pensare che, avendo una vita sola, la trascorriamo, per quanto possa piacere, per fare solo quello. Personalmente cerco di fare al meglio e al massimo quello che è il mio mestiere e la mia passione, ma senza perdere il contatto con la realtà. All’inevitabile domanda che potresti chiedermi su cosa penso di fare dopo che avrò smesso di ballare, ti rispondo subito che mi piacerebbe poter fare altro, anche se poi non so se sarà così perché, avendo studiato e lavorato come ballerino per una vita, sarò forse più portato a insegnare danza.

Quindi la danza non è tutto per te?
Voglio che non sia così, anche se lo è, molto. Non è solo il mio lavoro ma la mia vita passata, presente e anche futura, però mi piace pensare, nei tempi in cui mi devo riposare da quello che sto facendo tutti i giorni, di essere capace di fare altre cose. Mi rendo conto che per fare bene soprattutto questo mestiere non basta metterci anima e corpo durante l’orario di lavoro. Inevitabilmente te lo porti a casa anche dopo, specialmente quando stai lavorando a uno spettacolo molto impegnativo. Ti condiziona il riposo fatto in un certo modo, il ghiaccio per i piedi, l’andare a dormire ad una certa ora, fare attenzione al cibo. Insomma un insieme di cose che ti fanno vivere questo mestiere 24 ore su 24. E se lo vuoi fare bene, per almeno 20 anni non hai tempo per fare nient’altro.

Cosa ti ha dato come persona? Ti ha fatto scoprire qualcosa di te che non conoscevi?
Innanzitutto mi ha dato la possibilità di uscire fuori da un paesino di provincia; mi ha fatto vedere il mondo grazie a spettacoli e a tournée; mi ha fatto diventare quello che sono oggi; mi ha fatto crescere anche grazie alle persone che mi hanno educato nelle scuole di danza, famiglie vere e proprie che, in un’età in cui sei come una spugna che assorbe tutto, aiutano a formarti. Mi ha dato una vita “senza lavoro” (ride, ndr) perché quando fai questo per passione non lo senti come tale. L’ho capito più avanti quanto fossi fortunato rispetto ad altri che magari guardano spesso l’orologio per sapere quando staccare dal lavoro, mentre noi ballerini, invece, non lo diciamo neanche come frase.

Ti sei mai cimentato con la coreografia? Ti piacerebbe?
Ho creato qualcosa su di me, ma non so se sono portato. Non mi sono mai considerato un tipo molto creativo. A scuola andavo molto bene nel disegno tecnico, e se mi chiedevano di disegnare un albero facevo appena due righe. Di conseguenza, applicato al mio mestiere, mi sentirei di dire che posso fare tutto tranne che il coreografo. Chissà, magari dovrei provare. Sicuramente deve nascere da uno stimolo, dal bisogno di dire qualcosa, da una necessità. Penso che la creatività sia soprattutto quello che vuoi esprimere, ed io come danzatore la esprimo ballando, a modo mio.

Che rapporto hai con i tuoi colleghi?
Sento fiducia e stima intorno a me. Mi sento a casa con loro. Si può dire che noi danzatori, giacché viviamo in sala ballo e siamo circondati da persone che vivono la nostra stessa vita, balliamo con un pubblico 365 giorni l’anno. Ed è bello quando quel pubblico che hai accanto in sala e durante lo spettacolo ti apprezza e lo percepisci.

Giuseppe Distefano

Ultima modifica il Lunedì, 11 Gennaio 2021 12:38

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