martedì, 19 ottobre, 2021
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INTERVISTA a MAURIZIO BELLEZZA - di Michele Olivieri

Maurizio Bellezza. Foto Marco Brescia Maurizio Bellezza. Foto Marco Brescia

Diplomatosi alla Scuola di ballo del Teatro alla Scala, dopo due anni di perfezionamento al Bol’šoj di Mosca Maurizio Bellezza entra nella compagnia scaligera, dove danza i ruoli principali del repertorio, in poco tempo ottiene giudizi positivi sia di critica che di pubblico, e affianca Carla Fracci nel “Romeo e Giulietta” di Rudolf Nureyev al Metropolitan di New York. Nel 1981 lascia il Teatro alla Scala per seguire una carriera internazionale ed entra a far parte del “London Festival Ballet” di Londra (ora “English National Ballet”) dove nel 1983 viene promosso “Senior Principal”. Rientrato alla Scala partecipa alla creazione de “Il lago dei cigni” di Rosella Hightower e Franco Zeffirelli, nel 1985. Con la sua partner Renata Calderini è poi alla “Bayerische Staatsoper” di Monaco nel 1986, e all’English National Ballet dal 1989 al 1992 in qualità di Primo ballerino. Ritiratosi nel 1993 svolge oggi attività di maître de ballet e assistente alle coreografie in vari teatri, tra cui la Scala. Da ricordare tra i suoi spettacoli che lo hanno visto protagonista la “Sagra della Primavera” di Glenn Tetley, “Carmina Burana” di John Butler, “Uccello di Fuoco” di Maurice Béjart e il ruolo di Petruccio in “Bisbetica domata” di John Cranko.

Carissimo Maurizio, cosa ti ha spinto in giovanissima età verso l’arte della danza?
Ho iniziato quasi per caso a frequentare la Scuola di Ballo del Teatro alla Scala, infatti prima di entrare in teatro seguivo i corsi di ginnastica artistica presso la Scuola elementare Cesare Battisti di Milano, e grazie ad un ragazzo più grande che distribuiva per strada alcuni volantini per l’ammissione alla Scuola di Ballo della Scala mi sono presentato alla selezione risultando idoneo. Forse la mia agilità acquisita alle lezioni di ginnastica e la mia esuberanza mi hanno aiutato ad entrare nell’accademia scaligera.


Quali sono stati i Maestri più importanti nel tuo percorso formativo, anche al di fuori dall’ambito scaligero?
Ho avuto diversi insegnanti nel corso della mia carriera, ma quelli che mi hanno indubbiamente formato come ballerino e come artista sono stati Carola Zingarelli, alla quale devo tutta la mia riconoscenza perché è stata la mia Maestra in Scuola di Ballo fino alla mia partenza per Mosca per seguire i due anni di perfezionamento all’Accademia sovietica del Bolshoi. Poi a Mosca ho studiato con diversi insegnanti tra i quali Piestov, Golubin, Liepa che hanno contribuito alla mia formazione di ballerino, ed in seguito durante la mia permanenza a Londra devo tantissimo ad insegnanti quali Woitek Lowsky e alla Maître Coach Elisabeth Anderton. Devo ringraziare anche Paolo Podini e Bruno Vescovo grandi ispiratori che ammiravo in Scala, ma senza dubbio il più importante rimane Rudolf Nureyev che oltre ai preziosi suggerimenti didattici è stato fondamentale per le mie scelte artistiche.

A distanza di anni sei sempre convinto di aver fatto la scelta più giusta?
Rifarei tutto, mi considero un eletto, mi sono trovato spesso nel posto giusto al momento giusto.

Quando sei salito in palcoscenico per la prima volta e in quale occasione?
Se per la prima volta Michele intendi primissima allora è stato subito appena entrato in Scuola di Ballo. Devi sapere che ero piuttosto piccolo, basso di statura intendo e forse è stata la mia fortuna perché Rudolf mi ha preso per mano in Sala Cecchetti alla Scala e mi ha piazzato davanti a tutti nella marcetta del suo “Schiaccianoci”.


Cosa ricordi del giorno del Diploma in Scuola di Ballo?
Il giorno del diploma lo ricordo come un dovere da compiere anche perché avevo già praticamente conseguito un diploma a Mosca, superando l’esame al Bolshoi con il massimo punteggio, dunque fui sì felice per aver conseguito 28 trentesimi all’esame ma non particolarmente emozionato.

Per tua esperienza, com’è stato il percorso da allievo alla Scuola di ballo e chi c’era in corso con te?
Ripensandoci ora la mia esperienza in Scuola di Ballo è stata a dir poco fantastica. Subito dopo lo “Schiaccianoci” di Nureyev sono stato scelto da Beppe Menegatti per il ruolo di Yniold nel balletto “Pelléas et Mélisande” quale figlio di Carla Fracci che interpretava il ruolo di Golaud. Ho cominciato così a ballare accanto a Carla nei più importanti teatri italiani, da Firenze a Parma e a Bologna (che ahimè in quell’epoca avevano tutti dei Corpi di Ballo fiorenti ed importanti) ed ovviamente anche in Scala con critiche bellissime ed entusiastiche, le quali mi descrivevano come uno straordinario giovanissimo talento con un sicuro brillante futuro. Poi è arrivata la partenza per Mosca ecc. ecc. I miei compagni erano Davide Bombana e Marco Pierin che sarebbero diventati étoiles internazionali, ed ovviamente Renata Calderini con la quale ho condiviso praticamente tutta la mia carriera artistica.

Cosa ha significato poter studiare alla Scuola del Teatro Bolshoi di Mosca, durante il corso di perfezionamento, sicuramente con una metodologia differente?
Quando sono arrivato al Bolshoi mi sembrava di essere atterrato su Marte. Allievi già ballerini con dei fisici incredibili, una padronanza tecnica fantastica, alti biondi, spallati... ed io basso e spaesato senza capire una parola! Ma visto che ero lì per imparare tutto il possibile mi misi subito in gioco e chiesi immediatamente di essere integrato con il corso dei russi, e non relegato in quello degli stranieri, e forse per la sfrontatezza ed il coraggio e un po’ di incoscienza con mia grande meraviglia la direttrice Sofia Golovkina mi rispose di sì. Al Bolshoi i corsi erano per così dire a numero chiuso, e sia quello maschile che quello femminile dovevano essere di numero uguale, cioè nove donne e nove uomini, ma in quello dei maschi ne mancava uno cioè il sottoscritto. Ecco fatto, ero nel posto giusto al momento giusto! Così per due anni diventai sovietico e rappresentai la Scuola del Bolshoi in tutti gli spettacoli domenicali della Scuola russa al Teatro Bolshoi (mi cambiarono anche il cognome e diventai Belevsky!!). Così crescendo come ballerino, crebbi anche di una ventina di centimetri in due anni, e superai lo scoglio dell’altezza senza traumi.

Subito dopo il Diploma sei entrato a far parte del Corpo di ballo della Scala. Raccontaci che clima si respirava, come trascorrevate le giornate in sala danza e soprattutto qual è stato il tuo primo spettacolo da scaligero professionista?
Tornato in Italia dopo aver lasciato il cuore in Russia, sostenni l’esame per il diploma e subito dopo superai il concorso per l’idoneità al Corpo di Ballo. Nonostante all’epoca gli spettacoli erano veramente pochi, ebbi l’occasione di ballare praticamente in tutte le recite quale ballerino di fila, ed ebbi la fortuna di lavorare con i grandi nomi della danza mondiale, quali Béjart, Petit, Kylián, Tetley, Milloss, Massine (figlio) che mi affidò il ruolo del fauno nel suo balletto “Esoterik Satie”. Ebbi la fortuna di ammirare e studiare con Erik Bruhn, di veder ballare Luciana Savignano, Liliana Cosi e Carla Fracci, Vladimir Vasiliev ed Ekaterina Maximova, Maya Plissetskaya, Margot Fonteyn e Rudolf Nureyev. Mi vennero affidati ruoli importanti nel “Mandarino Meraviglioso” di Petit, nella “Sagra della Primavera” di Tetley, nell’“Uccello di Fuoco” di Béjart fino al ruolo principale di Petruccio nella “Bisbetica domata” di Cranko. Nonostante le partecipazioni a tutti i Festival più importanti, tra cui Spoleto e Nervi, e dopo aver ricevuto numerosi premi quali Positano, Bordighera, Quadrivio... in Scala si ballava sempre poco!

Tra i balletti del grande repertorio classico a quale ti senti più legato?
Il primo ruolo da protagonista è stato Petruccio nella “Bisbetica domata” di Cranko ed è quello che ha segnato per così dire l’inizio della mia carriera. Ai miei tempi non esistevano i cast. Arrivava l’ospite straniero faceva le recite e se ne avanzavano una o due venivano ballate dai primi ballerini del Teatro, e poi c’erano i sostituti. Una mattina era in programma la prova con Orchestra di “Bisbetica” appunto, ma Richard Cragun l’ospite non venne perché bloccato in aeroporto, il primo ballerino del teatro Angelo Moretto era a casa con la febbre e Tiziano Mietto era bloccato con la schiena. Visto che l’Orchestra avrebbe comunque suonato i brani dei ballerini principali, Georgette Tsinguirides la coreologa, mi vide nelle quinte e mi chiese se conoscevo il balletto, risposi di sì. Quando il Corpo di Ballo mi vide entrare in scena scese un silenzio glaciale, avevo tutti gli occhi puntati addosso, e devo dire che per qualche secondo mi sentii tremare dentro ma appena la musica iniziò non vidi più nessuno e mostrai a tutti quello che sapevo realmente fare. Al termine della prova ricevetti un applauso fragoroso dai colleghi e Georgette mi disse che ero pronto per ballarlo, e mi infilò nelle recite estive al Castello Sforzesco di Milano.

Durante la tua carriera hai danzato con grandi étoiles e prime ballerine. Un ricordo in particolare per Renata Calderini e Carla Fracci?
Con Renata, abbiamo per così dire, formato la coppia italiana della danza, ballando insieme praticamente quasi tutti i titoli del repertorio classico creando un sodalizio durato quasi vent’anni. Carla è stata la mia madrina fin da quando da bambino all’età di undici anni mi ritrovai ad interpretare la parte di suo figlio Yniold nel balletto “Pelléas et Mélisande” creato da Beppe Menegatti e un po’ di anni dopo fu l’artefice di un mio grande sogno... fu la “mia” Giulietta al Met di N.Y. nel balletto “Romeo e Giulietta”. Nel corso della carriera la incrociai spesso ed è sempre stato un piacevole incontro.


Mentre di Rudolf Nureyev quali sono i ricordi più vividi?
Mi sento un eletto per aver incontrato Rudolf sul mio cammino. Mi ha insegnato tanto, mi ha consigliato, mi ha aiutato... un grande artista in ogni senso! Con lui ho compreso il significato delle parole: carisma, rispetto, lavoro, costanza.


Quali sono stati i sacrifici e le rinunce per raggiungere il successo e il coronamento della carriera?
Passare tutti i giorni, compresi i sabati e le domeniche, in sala ballo a ripetere lo stesso passo o la stessa legazione cercando di migliorare e smussare errori e sbavature fino a crollare sul pavimento esausti, è un sacrificio. Non avere tempo per uscire con gli amici per un cinema, per una serata in discoteca o per un concerto rock, è una rinuncia. Ma se la tua passione ti spinge a fare tutto questo per quel fine ultimo che è il riconoscimento del pubblico con l’applauso che ti gratifica, allora dimentichi sia sacrifici sia rinunce.

Perché ad un certo punto hai lasciato Milano e la Scala per andare a Londra?
Ho lasciato la Scala e Milano perché essendo consapevole che la carriera di danzatore fosse breve, volevo arricchire il mio bagaglio di artista. Sono andato a Londra su consiglio di Nureyev. Rudolf infatti mi disse di presentarmi per una audizione alla “Deutsche Opera” di Berlino e al “London Festival Ballet” e poi fare una scelta, ed io scelsi Londra. Il “London Festival” che è attualmente l’“English National Ballet”, è una compagnia internazionale con un grande repertorio classico e nonostante la Scala mi concesse tre anni di aspettativa, il quarto anno fui costretto a licenziarmi rinunciando sì alla stabilità, ma maturando come artista.

L’esperienza a Monaco come ti ha arricchito?
Alla “Bayerische Staatsoper” di Monaco, passai tre anni, realizzando un altro mio sogno, quello di ballare i più grandi balletti di Cranko, quali “Romeo e Giulietta”, “Onegin”, e perfezionando il ruolo di Petruccio in “Bisbetica domata” avendo come “coach” i grandi Marcia Haydée e Richard Cragun. Tornai poi a Londra per altri tre anni, sino al termine della carriera.

In quale ruolo da protagonista ti sei trovato a tuo agio per interiorizzazione ed empatia?
Sono diversi i ruoli nei quali mi sono per così dire sentito a mio agio. Senz’altro per empatia il ruolo di Petruccio e a detta di molti, mi calzava a pennello. Ma anche Romeo e Onegin sono da annoverare tra i miei ruoli favoriti.

Le più belle esperienze in campo contemporaneo cosa ti riportano alla mente in particolare?
“Carmina Burana” di John Butler e “La Sagra della Primavera” di Glen Tetley che lavorai per due mesi, o ancora i ruoli dei partigiani nell’“Uccello di Fuoco” di Maurice Béjart e i tre delinquenti nel “Mandarino Meraviglioso” di Roland Petit, mi riportano alla mente i momenti belli e fortunati, prima di partire e lasciare il Teatro per undici lunghi anni.

Questo mondo della danza così sognato da tanti, visto dall’altra parte in realtà com’è?
Parafrasando la famosa frase “la Danza è come la vita, non è tutta rose e fiori” si può racchiudere un po’ della realtà che sta dall’altra parte. Una parte di realtà fatta a volte di inutili fatiche, delusioni, dolori fisici e mentali, incomprensioni. È un mondo spietato, dove abbonda la finta amicizia, dove la competizione è spesso non sana. Il talento tout-court non basta e viene spesso superato da altre forme di talento. Ma per fortuna poi c’è lo spettacolo, il palcoscenico, il pubblico e l’applauso!

Cosa ti gratifica maggiormente nel ruolo di Maestro?
La gratificazione di un Maestro è sicuramente quella di riuscire ad ottenere dai propri allievi il miglior risultato possibile, cioè di indirizzarli verso una così difficile professione muniti di un bagaglio il più completo possibile. Personalmente ho avuto maggiore gratificazione dai giovanissimi che crescendo hanno confermato le mie aspettative, e che ancora oggi mi confermano la loro gratitudine.

Quali sono gli insegnamenti che ti senti di dare agli allievi per un buon studio coreutico accademico? Diciamo i principi fondamentali da cui non si può prescindere?
Agli allievi ricordo di non lasciarsi abbagliare da false promesse, non si diventa ballerini in tre giorni, e non si finisce mai di imparare! Umiltà è la parola d’ordine che deve andare d’accordo con disciplina e rispetto per il lavoro e per chi ti sta davanti.

Attualmente la tua professione continua al Teatro alla Scala, in altra veste dopo l’addio alle scene, di cosa ti occupi nello specifico Maurizio?
Da molti anni ormai faccio parte del team di Andrea Valioni – Direttore dell’Organizzazione della Produzione – che è la parte organizzativa appunto di tutti gli spettacoli che si svolgono in palcoscenico e fuori sede. Mi occupo inoltre in prima persona degli eventi che si tengono presso il Ridotto dei Palchi e presso il Ridotto delle Gallerie, manifestazioni che comprendono l’organizzazione di conferenze stampa, presentazioni di spettacoli, incontri con il pubblico ecc. Diciamo che il nostro ufficio lavora in stretto e diretto contatto con tutti i settori del Teatro.

Michele Olivieri

Ultima modifica il Giovedì, 31 Dicembre 2020 11:13

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