giovedì, 13 agosto, 2020
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INTERVISTA a PAOLO CIAVARELLI - di Pierluigi Pietricola

Paolo Ciavarelli. Foto Stefano Salonia Paolo Ciavarelli. Foto Stefano Salonia

Paolo Ciavarelli, classe 1983. In una piovosissima Domenica da preludio autunnale, mi capita di vederlo a Spoleto nella stagione di Teatro Lirico Sperimentale, nei panni di Figaro, lo scaltro e astuto Barbiere di Siviglia di Rossini.
Da subito, fin dal suo primo ingresso in scena, mi colpirono di Ciavarelli l’ironia, la giocosità, la leggerezza, la disinvoltura con cui dominava la scena. Tutto questo, abbinato ad una vocalità nitida, ampia, con acuti ottimamente gestiti, rotondi e mai striduli, espressivi e senza alcuna traccia di affaticamento. In pochi, ma essenziali tratti, Ciavarelli seppe cogliere lo spirito stendhaliano del personaggio di Rossini, quel suo saper approfondire senza mai cedere alle lusinghe pietrose, noiose e grigie tipiche dello specialismo e di una stinta acribia.
Fui incuriosito da questo giovane, bravissimo e istrionico interprete, cantante lirico ma anche attore. Ci incontrammo a Roma qualche tempo dopo il Barbiere spoletino. Prendemmo un caffè insieme, scambiammo quattro chiacchiere e ci salutammo promettendo di rivederci.
E così è stato. Ne è nata una piacevole conversazione, nella quale Paolo Ciavarelli ha raccontato se stesso, aprendo le porte del suo mondo artistico.

Quando hai capito che avresti voluto essere un artista?
Non l’ho ancora capito in verità. So di avere un talento e che mi piace cantare. Ma, ad essere sincero, non so ancora se vorrò fare l’uomo da palcoscenico oppure fare parte di un coro. Il mio sogno da ragazzo è sempre stato quello di cantare nel coro della Cappella Sistina, dove ho cominciato. Mi piace fare musica con gli altri, cosa che da solista è più difficile. Il solista studia in solitudine, è sotto stress, deve essere sempre sul pezzo per cercare la perfezione. Caratteristica, quest’ultima, che non mi manca. Io cerco sempre di migliorarmi. Ma lo faccio con tranquillità. Non voglio gloria, fama, ricchezza. Quello che desidero è vivere la mia vita da artista in modo sereno e dignitoso. Se ci riuscirò, bene. Altrimenti, sono sicuro di fare qualcosa che verrà certamente apprezzato.

Hai cominciato cantando nel coro della Cappella Sistina?
Sì. Avevo dieci anni e ho continuato fino ai quattordici, con l’ultima classe di Bartolucci. Poi ho proseguito a studiare fuori, ma ho continuato a tenere i rapporti coi miei compagni di coro. Tanto è vero che, insieme a loro, mettemmo su un coro di ex ragazzi cantori. Successivamente sono passato per altre formazioni corali. La cosa simpatica di tutto questo è che io di cantare non ho mai smesso, ma non ho mai studiato musica come avrei voluto (a parte le nozioni che mi diedero in Sistina).

Cosa pensi che ti avrebbe dato una scuola di più rispetto a quello che non hai acquisito?
Tanto. Tantissimo! Mi sarebbe piaciuto studiare armonia, il pianoforte complementare. E sono solo alcuni esempi. Io nel 2009 provai ad entrare in conservatorio. Mi rimandarono. Eppure avrei potuto cantare, avevo le qualità di partenza per essere ammesso e studiare. Ancora non capisco perché non mi presero.

Come si svolsero gli esami di ammissione?
Per il corso istituzionale bisognava portare un’aria a scelta. Io mi preparai con un’insegnante interna al conservatorio, madre di un mio amico che con me cantava alla Sistina, e che mi curò i noduli quando ero ragazzo. Feci quello che mi disse lei, ma non mi presero ugualmente. Fui emozionato, ma cantai bene.

A quel punto che facesti?
Studiai privatamente. Investii i soldi che guadagnavo nel mio lavoro di allora a un ristorante per la mia formazione. Debbo dire che, forse, sono stato troppo poco oculato. Perché cercavo di imparare una tecnica che non mi entrava in mente. Sapevo cantare, ma non applicare la tecnica.

Che differenza c’è tra saper cantare e avere tecnica di canto?
È un connubio. Bisogna saper cantare, avere orecchio, essere musicali, avere espressione. Ma tutto questo non può mai dissociarsi da una competenza tecnica. Occorre saper gestire bene il respiro, curare l’emissione, il vibrato e così via. Io tutto questo lo facevo, ma imitando coloro a cui mi ispiravo. Davo un colore vocale che non era il mio. Io iniziai studiando da basso. Tutti i miei insegnanti mi dicevano: “Stai sbagliando corda. Tu sei un tenore, non un basso”. In realtà io non mi percepivo tenore. Non mi ci sentivo comodo, faticavo. Indubbiamente perché non sapevo ancora applicare la tecnica nel modo giusto e poi perché ero in quel periodo dell’adolescenza in cui la voce cambia. Così cominciai a cantare da baritono, imitando la voce flautata dei baritoni che sentivo. Finché un giorno non mi capitò una registrazione di Tito Gobbi, il cui timbro era bellissimo. Da quel momento le cose cambiarono. Poi, durante delle masterclass, ho incontrato insegnanti che hanno saputo ben instradarmi e le cose sono migliorate sempre più.

Quali sono stati i tuoi modelli?
Tra tutti, Bastianini è quello che ascolto con maggior piacevolezza. Poi Tito Gobbi, Zancanaro, Cappuccilli (anche se un po’ meno), Milnes, Gino Quilico (che mi piace sia vocalmente che scenicamente: apprezzo molto il suo modo di stare in scena che trovo affine al mio), Bruscantini, Bechi, Fischer-Dieskau, Carroli. Questi sono i modelli cui cerco di ispirarmi.

La prima volta che studi un brano, cos’è che curi di più?
Sicuramente la musica. Le note, la precisione e l’intonazione. L’espressione viene di conseguenza. La musica ti dice tutto. E gli autori sono grandi proprio per questo: non lasciano niente in sospeso. Il modo con cui una frase è scritta, ti porta ad interpretarla secondo la volontà dell’autore. La musica ti prende per mano e ti conduce ad esprimerla come lei desidera.

Ma questo succede in base a come tu la percepisci, o ci sono dei criteri oggettivi?
Può esserci un lato molto soggettivo. Ma, a parte le note, ci sono delle sfumature: i diminuendo, i piano, i portamenti: sono indicazioni dalle quali non si prescinde. Sono tutti dettagli su cui bisogna porre grande attenzione, perché fanno la differenza nell’interpretazione di un personaggio.

Quando ti incontri con il Maestro e con il regista, in che modo l’idea che ti sei creato della parte entra in conflitto con le altre che, volente o nolente, bisogna seguire?
Io non difendo la mia interpretazione. Sono una persona molto accomodante e, proprio per questo, non posso prevaricare l’idea che di un personaggio e di una partitura hanno il Maestro o il regista.

Anche quando non condividi il loro punto di vista?
Certo. In genere faccio presente che sono in disaccordo. Magari spiego la mia idea, però poi metto in pratica quella che è la loro chiave interpretativa.

Non c’è mai stato nessun Maestro o regista che hanno chiesto il tuo punto di vista?
A dire il vero molto poco. Ma questo dipende anche dal fatto che non ho ancora un curriculum così ricco di esperienze sceniche.

Ti ho visto in un bel Barbiere di Siviglia nella scorsa stagione di Teatro Lirico Sperimentale a Spoleto.
Quello è stato il mio debutto.

Davvero? Però non sembrava. Avevi un portamento sicuro, consapevole.
Io a Spoleto ho sempre lavorato molto bene. Non ho mai avuto nessun tipo di tensione o preoccupazione. Alla scuola di Teatro Lirico Sperimentale ho iniziato portando gli intermezzi buffi del Settecento. E ci sono stati registi giovani che mi hanno insegnato tanto.

Si tratta di una scuola quotidiana?
Spoleto è un continuum. Ti viene pagata una borsa di studio per cinque mesi. Anche se c’è la giornata in cui non si fa molto, a parte l’ora con il pianista con il quale si mette su il repertorio e si studiano i vari ruoli. Poi ci sono le masterclass, dove invece si lavora in modo più serrato. Io ho cercato di approfittare di entrambe le opportunità. Così come approfittavo dei concerti che ci facevano fare per aiutarci a diventare smaliziati di fronte al pubblico. A questo proposito debbo dirti che, mentre in scena non ho mai avuto alcuna difficoltà, nei concerti qualche esitazione l’avevo. Quando sei tu che devi fare sfoggio della tecnica e della conoscenza del brano, la voce balla un po’ per l’emozione.

Mascherarsi dietro un personaggio aiuta?
Tantissimo! Ho avuto sempre un po’ di problemi con le cavatine, perché sono molto difficili. Appena entri in scena, devi subito dare il 100% di ciò che sei e di quello che hai. La cavatina di Figaro è stata un’eccezione, perché il personaggio è talmente coerente con me che mi sono sentito a mio agio. E poi l’ho studiata così a lungo che l’ho subito sentita mia.

Ti somiglia Figaro?
Sì, assolutamente.

In cosa?
Soprattutto nel modo in cui vive, con semplicità. Oggi si fa questo, domani si fa quello: ma sempre con leggerezza. Ah che bel vivere, che bel piacere.

Forse perché sa già dove vuole arrivare?
Io, in realtà, lo vedo già arrivato.

O sta tentando la scalata?
In realtà a cosa mira di più se non ad avere amici signori e ad essere voluto e gettonato da tutta la città ed essere ben pagato? Figaro ha già vinto. È già realizzato.

Cos’è che, invece, proprio non sopporti di Figaro?
Più che altro non trovo coerente con me la sua furbizia e la sua scaltrezza. A me piacerebbe molto essere furbo, ma non lo sono. A parte questo, penso che sia un personaggio che non abbia lati così sgradevoli.

Preferisci interpretare personaggi vicini a te o distanti da te?
I personaggi distanti da me sono una bella sfida. Si tratta, però, di ruoli seri per i quali non sono portato vocalmente.

Cioè?
Vocalmente io non ho le potenzialità di essere un baritono semiminima, cioè serioso. Io sono un baritono croma, da ruoli brillanti, da musica del Settecento, da Mozart, da Rossini, da Donizetti. I baritoni verdiani, invece, sono diversi rispetto a me, perché – stando a quanto mi hanno detto – manco di calibro vocale.

Cosa vuol dire?
Il volume e il timbro, quel tipo di voce così vellutato.

Non trovi che si tratti di un criterio molto soggettivo e poco oggettivo?
Sì. Anche troppo.

Eppure Verdi, come tutti i grandi, ha una straordinaria ironia, raffinatissima.
Sono d’accordo. Ma purtroppo non tutti la pensano come noi. Non a caso lo stesso Verdi, in una lettera, ebbe a dire che non esistono voci tipicamente verdiane, ma voci in grado di cantare la musica che lui aveva scritto. Il punto è cantare, essere musicale nel senso che intendevo prima, cioè di fare grande attenzione alle sfumature che l’autore mette nella scrittura dello spartito.

Quali compositori ti piacciono di più?
Sicuramente quelli tipo Mozart, con il quale ci si può sbizzarrire perché ha un eclettismo straordinario. E, soprattutto, una grande teatralità. Quando feci Le nozze di Figaro, interpretando il Conte, capii cosa significa musica e cosa significa teatro.

E cosa significa?
Riuscire a cambiare, senza che nessuno se ne accorga, una nota per metterci un accento. In Mozart, durante i recitativi, si può fare benissimo. Nelle arie un po’ meno. Questo, per me, vuol dire fare teatro divertendomi: trovare il modo di esprimermi in quei piccoli spazi che un grande autore concede.

I tuoi progetti futuri?
Dove mi porterà il vento. Mi piacerebbe solo lavorare. La mia aspirazione è di vivere di musica dignitosamente. Non desidero altro. Il resto verrà. Mi ritengo già fortunato nel fare un lavoro che mi piace, che mi dà modo di viaggiare e di conoscere gente interessantissima. Ah che bel vivere, che bel piacere.

Pierluigi Pietricola

Ultima modifica il Sabato, 23 Maggio 2020 23:04

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