giovedì, 28 maggio, 2020
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INTERVISTA a VINCENZO VENERUSO - di Michele Olivieri

Vincenzo Veneruso. Foto Chiara Pisani Vincenzo Veneruso. Foto Chiara Pisani

Vincenzo Veneruso nasce a Portici (Napoli) il 23 aprile del 1993. Ha studiato dal settembre 2009 al giugno 2015 presso la Scuola di Ballo del Teatro San Carlo di Napoli, diplomandosi nelle discipline del classico e del contemporaneo sotto la direzione della Signora Anna Razzi. Nel novembre 2014 ha preso parte presso l’Accademia Nazionale di Danza di Roma al “Festival of International Ballet Schools ‘Jia Ruskajia Award 2014’,” con il Bolshoi Ballet Academy di Mosca e il National Ballet Theatre of Astrakhan. Tra le varie esperienze in qualità di coreografo, si ricordano, lo spettacolo “Les Valses d’Amour de Brahms” presso “The National Opera House of Slovenia” in Lubiana. Danzatore Solista per la compagnia internazionale Chicos Mambo” nello spettacolo “Tutu” con le coreografie e la direzione di Philippe Lafeuille. Danzatore per “An American Paris – Dell’Angelo Theatre” a Roma nel ruolo di Vincent Minnelli/Ensemble, con le coreografie e la direzione di Sonia Nifosi. Danzatore per lo spettacolo “Edith Piaf” nel ruolo di Louis Alphonse Gassion (Sonia Nifosi Motion Dance Group). Danzatore nel ruolo di Puck al “Gala of San Carlo Theatre Ballet School” presso il Teatro San Carlo di Napoli, su coreografie di Anna Razzi. Danzatore nella produzione di “Giselle” al San Carlo di Napoli con Svetlana Zakharova e Yolanda Correa (nei ruoli di Giselle) / Ruslan Skvortsov e Yoel Careño (nei ruoli di Albrecht) su coreografia di Lyudmila Semeniaka. Danzatore ne “Lo Schiaccianoci” al San Carlo di Napoli su coreografia di Alessandra Panzavolta. Danzatore in “Zorba the Greek” al San Carlo di Napoli su coreografie di Lorca Massine. Danzatore in “The Bandits” di Giuseppe Verdi al San Carlo di Napoli su coreografia di Anna Razzi e regia di Gabriele Lavia. Danzatore ne “Lo Schiaccianoci” al San Carlo di Napoli con la coreografia di Derek Deane. Nel febbraio 2020 con l’étoile francese Jean Sébastien Colau ha creato per le ultime classi della scuola di Rossella Hightower a Cannes diretta da Paola Cantalupo, una coreografia di 20 minuti su musiche di W.A. Mozart. Nel novembre 2019 ha ballato nel ruolo di Jules in “Jules&Romeo” su coreografie di Jean Sébastien Colau. Attualmente con Jean Sébastien Colau sta creando un full-length Ballet per il Teatro Nazionale di Ljubjana per la stagione 2021/2022.

Gentile Vincenzo, per iniziare, vorrei che mi aprissi il libro dei ricordi, ripercorrendo la tua scoperta dell’arte della danza, dagli insegnamenti alle prime emozioni in palcoscenico... Come si è creata questa passione che poi si è trasformata in professione?
Credo che come la maggior parte degli appassionati di Danza, quando c’era musica in giro, la prima cosa che facevo era ballare. Non c’è un motivo preciso che mi ha spinto a fare danza, volevo solo ballare, desideravo essere un tutt’uno con la musica e per poterlo fare dovevo imparare il suo linguaggio, in tutte le sue declinazioni. Prima di fare danza, per accontentare mio padre, facevo podistica a livello agonistico e calcio. Un autentico strazio, ogni giorno di calcetto era una vera tortura, mi prendevano in giro per quanto fossi incapace a giocare, per quanto fossi “diverso”, ricordo ancora gli sguardi di disprezzo che mi rivolgevano i ragazzini che giocavano con me. La persona che mi ha spinto a coltivare la passione per la danza è stata mia sorella Anna che, ribelle dalla nascita, pensava a come iscrivermi a danza all’insaputa dei miei genitori.

Cosa ricordi del tuo primo giorno in sala danza?
Il primo giorno di danza me lo ricordo benissimo, avevo tredici anni, in una piccola scuola di Danza di Portici, feci la mia prova facendo una sbarra a terra. La mia prima insegnante Ida Ausiello, mi disse “C’è molto lavoro da fare”!

Un tuo ricordo per la direttrice Anna Razzi, già celebre étoile del Teatro alla Scala, quali sono stati i maggiori consigli che ti hanno portato al diploma?
Nutro una stima profonda per la signora Razzi. Mi ha insegnato il concetto dello stile del Balletto, della passione, del rispetto per una tradizione secolare come la danza classica. Ma soprattutto provava a insegnarci ad essere degli Artisti.

Ha danzato nello storico Teatro San Carlo in numerose produzioni, che esperienze sono state e in quale modo ti hanno arricchito artisticamente?
Durante gli anni della scuola, ho avuto modo di prender parte a più produzioni con il Corpo di Ballo del Teatro San Carlo, finalmente potevo ammirare da dentro la costruzione di un Balletto, osservare il lavoro di coaching, e soprattutto farne parte. Restavo ad assistere alle prove dei solisti e dei primi ballerini ospiti. Volevo osservare come quelle persone che vedevo nei video approcciavano allo studio e allo svolgimento della professione.

Poi sei andato all’estero e ti sei ricostruito una nuova vita in Francia. Cosa ti ha spinto a lasciare l’Italia?
Dopo il diploma mi ritrovai a fare i conti con il mondo del precariato, facevo audizioni su audizioni, e nel frattempo lavoravo in piccole produzioni teatrali e davo lezioni in qualche scuola privata. A un certo punto capii che stavo facendo tanti sforzi per cosa? A cosa volevo arrivare? Mi sarei, forse, ritrovato a ballare in linea come corpo di ballo, ma era quello che volevo? No! Io volevo avere la libertà di poter ballare sulle punte, di avere quella possibilità che in un Ente Lirico non avrei mai avuto. Les Ballet Trockadero di New York mi offrirono un posto nella loro Compagnia, ma per potere accedere agli Stati Uniti avrei dovuto “acquistare” un visto O1 che mi permettesse di lavorare, ma ahimé erano disponibilità economiche di cui non disponevo e quindi lasciai stare. Non mollai e cercai un’altra compagnia che cercava uomini sulle punte... E in questa disperata ricerca trovai i “Chicos Mambo” di Parigi diretta da Philippe Lafeuille, il quale dopo avermi audizionato mi propose subito un contratto che accettai immediatamente.

In seguito, sei passato dall’essere un danzatore al lavoro di coreografo. Per molti ballerini è uno sviluppo graduale e completo che avviene in modo del tutto naturale. Per te cosa ha significato e da dove è nata questa esigenza?
Ho sempre avuto un amore profondo per la composizione coreografica, in principio era solo un ossessionato interesse legato a voler sapere, imparare e decifrare ogni balletto, di ogni versione, di ogni coreografo e danzatore. Una vera propria mania, vedevo e rivedevo ogni balletto più volte per impararne il contenuto. In particolare essendo mancino, reimpostavo tutto a sinistra con dei dovuti riadattamenti, fatti su misura. Lo facevo con le variazioni, con i passi a due (che ballavo da solo il più delle volte) e con il Corpo di Ballo. Ancora oggi mi ritrovo spesso a passare ore a scovare nuovi balletti e versioni. Adoro osservare il lavoro degli altri, ogni danzatore ha un modo diverso di fare un “port des bras”, di muovere le mani, di esprimere le proprie emozioni e io cerco di ricordarmene i dettagli. Ad un certo punto, mi sono sentito saturo di informazioni e di movimento, da lì l’esigenza di dover iniziare a creare qualcosa che fosse mio, senza dover essere legato a qualcosa.


Quando hai iniziato la tua carriera di danzatore sapevi già di voler diventare coreografo in seguito?
No, non mi sono mai posto degli obiettivi in termini di percorso artistico, sia come ballerino che come giovane coreografo. L’unico mio interesse è l’arte della danza, tutti quello che concerne, successo o riuscita in qualcosa mi pare superfluo. L’importante è l’amore per la danza.

In assoluto qual è stato il tuo primo lavoro in questo ruolo creativo e dove è andato in scena?
Le prime coreografie sono state eseguite da alcune scuole privata nella provincia del Napoletano a qualche spettacolo di fine anno. La prima volta importante però è stato per un passo a due, che ho chiamato “Terre Amère” su musiche di Dinah Washington che ho dovuto coreografare per me e il mio compagno Jean Sébastien Colau in un Galà in Normandia. Non ero assolutamente contento del risultato però quando alla fine della coreografia, una forte standing ovation del pubblico in lacrime mi fece capire che forse valeva la pena continuare a lavorare sulla composizione coreografica. Inoltre anche Jean Sébastien Colau mi disse più volte che dovevo continuare, in quanto credeva fortemente nel mio potenziale.

Da dove trai l’ispirazione per le nuove coreografie?
Credo sia la musica la mia fonte principale di ispirazione, mi piace coreografare mischiando l’epoca storica e il luogo della composizione musicale legata alla pittura e alla bibliografia del periodo.

C’è un filo invisibile che fa da comune denominatore in tutti i tuoi lavori oppure sono completamenti slegati uno dall’altro?
Per il momento il filo invisibile è un episodio legato alla vita del compositore della musica scelta. Come una sorta di ringraziamento ma non esplicito.

Quanto è importante la musica e la narrazione/drammaturgia nelle tue creazioni?
È fondamentale il rispetto della “partitura musicale”, sono contrario ai tagli musicali all’interno di un “movimento”. Lo trovo poco gentile nei confronti del compositore. Per evitare i tagli, cerco di sviluppare la drammaturgia dalla musica stessa.

Ogni coreografo ha un suo stile ben definito e riconoscibile... Nel tuo caso come ti piacerebbe venisse definita l’impronta artistica di Vincenzo Veneruso?
Di sicuro la rapidità e il cambio di direzione dei passi, tecnicamente parlando e artisticamente c’è sempre un’emozione che aziona il movimento, niente astrattismo.

Ad esempio com’è nato “Les Valses d’Amour de Brahms”?
Questa “pièce” di poco più di 20 minuti, per me e Jean Sébastien Colau ha rappresentato il primo nostro lavoro di coppia, rappresentato in un Ente Lirico come quello del Teatro Nazionale di Ljubljana in Slovenia. Il Direttore Artistico Petar Dorcevski ci chiese di coreografare per l’apertura di stagione del Balletto 2019/20 i “Neue Liebesliedier Waltz op. 65” di J. Brahms, una musica molto articolata con i testi dei Canti tratti da Daumer e Goethe. Mischiando il significato dei testi e la vita di Brahms sono emerse quattro coppie ben distinte più un personaggio donna che noi abbiamo soprannominato Urša, che rappresenta in un modo piuttosto solitario i tipi di relazioni che il compositore ha avuto. Per quanto riguarda i costumi, scenografie, trucco e capigliatura ci siamo attenuti al 19esimo secolo, epoca del compositore (stile “Les Silfides” e Degas).

Mi parli dell’incontro artistico e di vita con l’étoile francese Jean Sébastien Colau?
Io e Jean Sébastien ci siamo incontrati mentre ero in vacanza a Napoli dopo un periodo di tournée che avevo fatto in Francia, lui nel frattempo lavorava come Maître de Ballet e ripetitore al Teatro San Carlo di Napoli. A Jean devo molto, mi ha insegnato a lavorare con stile, rigore e pulizia. Mi reputo un ballerino nella norma, senza grandi doti fisiche o tecniche, ma grazie a lui mi sono spinto un pochino oltre i miei limiti. In ambito artistico rimase colpito dell’amore che nutro per la danza e nella ossessione per la ricerca di nuove dinamiche di movimento. Prima iniziai a mostrargli delle legazioni di esercizi (che a volte proponeva anche nelle compagnie professionali), poi coreografai “Terre Amère” e infine mi disse che voleva lavorare in binomio con me sulle coreografie, a prescindere della nostra relazione. La nostra prima volta insieme fu appunto per “Les Valses d’Amour de Brahms” a Ljubljana.

Oggi la tua seconda casa è in Francia, come si vive sotto il profilo sociale, culturale ed artistico?
Oserei dire che mi sento letteralmente adottato dallo stato francese. In Francia la qualità di vita la trovo molto più elevata rispetto al nostro Bel Paese. In modo particolare vivendo a Parigi ho la fortuna di arricchirmi artisticamente su tutto con una vastissima scelta. È un vero mix di stili, studi e culture. Credo che quasi ogni ballerino, possa trovare il suo posto in Francia, è artisticamente libero, si va da un Contemporaneo stile Maguy Marin fino al balletto puro dell’Opéra. Tutto questo è possibile perché lo Stato Francese oltre a sostenere le compagnie pubbliche, sostiene con un regime ad hoc per gli artisti anche innumerevoli compagnie private permettendole di creare e rappresentare una quantità di spettacoli per tutti i gusti e di tutti i tipi. Insomma permettetemi di dire “W la France”.

Per Jean Sébastien Colau hai interpretato una particolare versione di Giulietta e Romeo dal titolo “Jules&Romeo” andata in scena in prima nazionale a Napoli, un emblematico titolo che rimanda subito alla storia della danza e del balletto. Soddisfatto del lavoro e come è stato accolto?
Il pubblico napoletano si è mostrato come sempre molto caloroso. Alla fine di questa tragedia coreografica, tra lacrime e forti applausi, le persone (soprattutto i più scettici) avevano “dimenticato” di aver assistito ad uno spettacolo dove i protagonisti erano due uomini che si amavano. Lo spettacolo “Jules&Roméo” di Jean-Sebastien Colau è stato sold out a tutte le rappresentazioni ed è stato recensito in modo magnifico da sei testate giornalistiche. Peccato che i produttori italiani ritengono che sia troppo “rischioso”, nonostante riconoscano il valore artistico dello spettacolo, finanziare uno spettacolo dove i protagonisti omosessuali anziché far ridere, emozionino. Questo è anche uno dei motivi che mi ha spinto a lasciare l’Italia, la libertà!

Tra tutti i grandi coreografi del passato a chi sei maggiormente legato, per empatia?
Sono molti, per citarne alcuni: John Cranko, Kenneth MacMillan, Jérôme Robbins, George Balanchine, Jiří Kylián e ovviamente John Neumeier. Anche se devo ammettere che i lavori di Neumeier sono quelli che preferisco, un filo narrativo ben evidente legato ad uno stile inconfondibile, il mio preferito fra tutti è “La Dame aux Camélias”.


Mentre dell’attuale scena sia nazionale che internazionale a chi rivolgi il tuo sguardo con maggiore attenzione?
David Dawson, Christopher Wheeldon, Alexei Ratmansky, Sol Leon & Paul Lightfoot rappresentano, a mio parere, i migliori coreografi dei nostri tempi.

In veste di danzatore, un momento che ti ha particolarmente contraddistinto è stato nello spettacolo Tutu. Com’è nata questa collaborazione che ha regalato momenti gioiosi ma anche di reale virtuosismo al numeroso pubblico accorso?
Durante il mese di giugno del 2016, avevo dei forti problemi economici, lavoravo da precario un po’ ovunque e vivendo da solo era difficile, in un forte momento di tristezza trovai su internet l’audizione per i “Chicos Mambo”, cercavano un uomo sulle punte. Ero fuori forma ma preparai in due ore un video dove eseguivo delle variazioni in punta e lo mandai al Direttore Philippe Lafeuille. Mi rispose subito chiedendomi di sostenere l’audizione che avrebbe avuto luogo a Parigi quattro giorni dopo. Il prezzo dei biglietti aerei erano alle stelle così per economizzare optai per un Bus Napoli-Parigi di ventisei ore. Feci l’audizione e la sera stessa riscesi a Napoli sempre in pullman e poco prima di arrivare a casa, ricevetti per email il contratto. È stata la mia gioia più grande e ogni volta che vado in scena cerco di trasmetterla al pubblico, in questi quattro anni ho ballato per più di quattrocento rappresentazioni, e continuerò ancora a ballare con la stessa passione in questo spettacolo che mi ha cambiato la vita.

Quali sono state le difficoltà nel dover danzare nel ruolo e nella fisicità di una ballerina? Ad esempio salire in punta? Anche perché a parte il lato comico voi danzate nel pieno rispetto delle regole canoniche del balletto classico accademico o della metodologia contemporanea di un’icona quale Pina Bausch oppure rivisitando tutti gli altri tipi di danza?
Siccome avevo studiato con i Maestri Luc Buy e Gaetano Petrosino parallelamente ai miei studi al San Carlo, ballare in punta non era così difficile, anzi mi sono sempre divertito, cercando di rendere il mio lavoro di punta quanto più corretto e possibile. La mia fisicità esile e minuta in questo ha aiutato. Le difficoltà sono state soprattutto sul come far ridere il pubblico eseguendo con rigore la tecnica sia classica che contemporanea. Ancora oggi continuiamo a lavorare su questo!

La compagnia fondata da Philippe Lafeuille è conosciuta per l’autoironia e l’arte di irridere, con gli spettacolari costumi ma anche per la serietà con la quale porta avanti il proprio credo: l’amore per la danza sopra ogni cosa che unisce i cuori e abbatte le barriere. Qual è l’aspetto più entusiasmante della compagnia dei Chicos Mambo visto dal suo interno?
Nei “Chicos Mambo” non siamo colleghi, siamo una vera e propria famiglia. Il successo di questa compagnia, a mio parere, è il grande affetto che ci unisce tutti. I problemi di un singolo, sono risolti dal resto del gruppo, nessuno è lasciato solo.

Quali sono stati i tuoi Maestri, non solo materiali ma anche ideali?
Antonina Randazzo, Martha Iris Fernandez Auguero e ovviamente la Signora Anna Razzi nella scuola di Ballo del San Carlo di Napoli. Luc Buy e Gaetano Petrosino per il lavoro in punta. Il mio compagno Jean Sébastien Colau per avermi insegnato tutto che quello che sapeva, aprendomi gli occhi.


Qual è la maggiore qualità estetica che apprezzi applicata al movimento?
Più che una qualità estetica per me sono importanti coordinazione e fluidità di movimento. Sono molto più necessarie delle doti fisiche.

Che tipo di danza contemporanea prediligi? Se ti capita di andare a teatro ad assistere ad uno spettacolo, cosa scegli?
Più che danza contemporanea preferisco il modern (stile Kylián). La mia compagnia preferita è l’NDT (Nederlands Danse Theater). Perché possono passare da lavori super tecnici come quelli di Leon&Lightfoot a lavori estremamente “contemporanei” come Marco Goecke o Gabriella Carrizo. Diciamo che a Parigi c’è una vasta scelta per gli spettacoli di danza, l’importante è andarci!

Nel tuo percorso hai affrontato la danza mediante diverse declinazioni stilistiche. Cosa ti affascina, in senso lato, nel “teatro”?
La capacità di trasformare in arte le emozioni umane che si manifestano in un luogo sacro, il Teatro.

Quanto è importante ascoltare il proprio corpo al di là dell’estetica in un momento in cui la danza sfocia, spesso, in ginnastica o atletica?
Ogni danzatore deve ascoltare il proprio corpo per poterlo meglio condurre ad un tipo di fisicità più “estrema” che oggi è richiesta. Non c’è nulla di sbagliato, a mio avviso, desiderare nella propria tecnica una forte atleticità, il problema è quando quest’ultima diventa prioritaria a scapito dell’interpretazione artistica. Nella danza, essendo un’arte, deve primeggiare su tutto il resto il senso artistico dell’esecuzione.

Nel ruolo di maestro di danza qual è l’aspetto che ti gratifica, ad esempio a Lubiana come ti sei posto nei confronti della compagnia?
La mia gratifica a Lubiana è stato il riconoscimento fatto di applausi e grida da parte della compagnia e dai complimenti del Direttore. Ma il piacere più grande è stato da parte di quei danzatori che a volte per alcuni motivi sono demotivati, e quindi messi in secondo piano. Li ho incoraggiati e lavoravano come matti rifacendo più volte le legazioni, con il sorriso, e ringraziandomi perché avevo preso cura di loro (sono io in realtà a ringraziarli perché mi hanno dato fiducia e non mi hanno mai giudicato). Quando mi ritrovo ad essere un Maestro di Danza non mi pongo mai come capo del gruppo, mi sento più un componente che cerca di condurlo nel modo migliore e sicuro possibile, e al massimo delle possibilità, attraverso la strada difficile e in salita della Danza Classica.

Quanto c’è da scoprire ancora nel movimento e nelle potenzialità che il nostro corpo ci offre?
C’è l’infinito... Ma solo se si ha coscienza e conoscenza del passato e del presente potremo trovare infiniti movimenti futuri.

So di una poetica sala danza nella campagna francese, proprio di questi giorni, me ne vuoi parlare?
Dato che in Europa ora ci ritroviamo bloccati a causa del Covid-19, agli inizi di marzo 2020 io e il mio compagno Jean vedendo le rapide misure restrittive in Italia decidemmo di confinarci nella casa in campagna di suo padre in Francia. Questa villa, ha una grande stanza che era utilizzata come deposito libri (il padre di Jean possiede una libreria) e l’abbiamo completamente svuotata e ripulita. Poco prima di essere confinati anche in Francia, Jean aveva in un deposito a due ore di auto, sei rulli di linoléum per la danza di ottima qualità più una piccola sbarra mobile che abbiamo recuperato. Per cercare di isolare il suolo, siccome i negozi erano chiusi, abbiamo recuperato del cartone dalla spazzatura dei grandi magazzini e nei mesi precedenti avevamo acquistato della mousse a parquet per il nostro appartamento parigino che però è avanzata in grandi quantità, quindi l’abbiamo riutilizzata! Muniti di pazienza, passione e tanta polvere abbiamo fatto un puzzle di cartone, ricoperto di mousse per parquet e infine completato con il linoléum. Inoltre il fratello di Jean aveva in casa sei magnifici ed enormi specchi che abbiamo trasferito nel nostro studio “Quarantine”. Con l’aggiunta di angolo stereo, casse audio anni ’70, poltrone, tavolino, libri, dischi di musica e radiatori (tutto trovato in casa), abbiamo creato dal nulla un bellissimo e piacevole luogo di cui siamo super fieri. Questa sala rende le nostre giornate piene di danza e felicità!

In conclusione Vincenzo, quali sono i progetti futuri che ti attendono?
Approfittando di questo triste periodo io e Jean stiamo coreografando un Full-length Ballet per il Teatro Nazionale di Ljubljana. Una storia fiabesca riadattata, di cui però non dico il nome per scaramanzia su musiche di Rachmaninov e Tchaikovsky in 3 atti. Per il futuro il mio unico progetto è essere felice. La danza è una componente della mia vita che ci sarà sempre, come lavoro o come passione fine a se stessa, poco importa il risultato personale, quello che conta è solo poterla vivere secondo tutte le declinazioni possibili.

Michele Olivieri

Ultima modifica il Giovedì, 02 Aprile 2020 21:22

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