giovedì, 28 maggio, 2020
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(RACCONTA UNA STORIA) - "LA QUITE" di Silvio Lazzaroni

La Quite
di Silvio Lazzaroni

Mi chiamo Antonio e stamattina mi sono alzato dal letto e ho guardato fuori. La finestra della mia stanza è una di quelle che si affaccia sul parco: è una fortuna che mi abbiano sistemato in quest’ala della Residenza. La mattina lascio sempre cadere qualche briciola sul davanzale in modo che i merli e i piccioni che abitano il parco vengano a farmi compagnia. Per carità, non che mi senta solo, in fondo mi sono fatto tanti amici, qui. Ci sono il Gianni, che faceva lo spazzino - anche se lui preferiva definirsi operatore ecologico, non senza una punta d'orgoglio - e l'Alberto, insegnante di matematica nella scuola del paese, con cui gioco a briscola; qualche volta si unisce a noi anche il Mario, una prestigiosa carriera di bidello culminata con l'esclusiva detenzione delle chiavi della scuola, privilegio che ha rischiato di perdere almeno un paio di volte, dopo essere rientrato a casa sbronzo e aver lasciato insegnanti ed alunni ad aspettarlo invano, la mattina dopo. Quanto a me, io ho fatto il fornaio per quarant'anni, e come premio per una vita passata a infornare mantovane e brioches i miei due figli hanno deciso che la sistemazione migliore che potessero offrirmi era questa, una camera con tv lcd da 22" alla Residenza per anziani Villa La Quiete. 

Ho guardato fuori e ho capito che ormai la primavera era imminente, sui rami spogli i germogli si stavano aprendo: presto avrei potuto tornare a leggere sotto la magnolia, il mio angolo di parco preferito. Sono uscito dalla mia stanza e la prima persona che ho incontrato è stata la Maria, l'infermiera, una gran donna. Quando è scoppiata l'Epidemia in tante si sono date malate ma lei e poche altre sono rimaste, per continuare ad assisterci. Con la Maria c'è sempre stato un rapporto di amore e odio, s'infuria quando sbaglio a prendere le mie pillole ma io non lo faccio mica apposta, sono così tante che spesso vado in confusione; poi però ritorna subito la dolce e paziente Maria quando le regalo uno dei miei libri di McIlvanney, Chandler oppure Simenon, e lei mi ringrazia portandomi barattoli di miele di cui vado matto. Funziona così, tra noi: un libro, un barattolo di miele. Siamo i precursori del ritorno al baratto, io e la Maria, e presto l'economia mondiale ci prenderà a modello, vedrete. Ho salutato la Maria con un sorriso e un gesto ma lei, nascosta dietro la mascherina, non mi ha neppure visto, andava di fretta. Forse era solo molto preoccupata, perché le condizioni di molti di noi si sono aggravate, da quando abbiamo scoperto che il contagio si è diffuso anche tra le mura della Quiete; se ne sono andati già in sette, negli ultimi giorni. Tra loro anche Fernando, il mio compagno di scacchi, con il quale ho passato lunghi pomeriggi lo scorso inverno. Durante le nostre partite lui mi raccontava spesso degli anni in cui aveva fatto le barricate e poi degli scioperi nella fabbrica dove lavorava. Si è spento senza più lottare, un guerriero che aveva deposto le armi, sconfitto da un nemico invisibile con un nome che sembra una mossa di scacchi, Covid-19. Ho proseguito lungo il corridoio verso il salone ricreativo; non avevo né caldo né freddo, era come se all'improvviso la temperatura del mio corpo si fosse stabilizzata, e mi sentivo leggero. Sarà mica che a me il Virus mi fa un baffo? In fondo sono sopravvissuto a una neoplasia ai polmoni, chi m'ammazza più? Ho pure smesso di fumare! 

Mentre pensavo a queste cose ho visto venirmi incontro, sulla sedia a rotelle, la Giulia, con la bombola d'ossigeno e tutto il resto. Le ho fatto "ciao" con la mano ma lei ha continuato a tenere gli occhi socchiusi e non ha ricambiato il mio saluto; anche l'infermiera che la spingeva ha tirato dritto senza neppure guardarmi in faccia, ricurva sotto il peso delle molte ore di lavoro accumulate. La Giulia, il mio secondo grande amore. Quando è arrivata qui alla Quiete mi sono accorto subito che aveva portato una ventata di aria fresca, la sua vitalità e la sua allegria erano contagiose; l'inebriante profumo all'acqua di rose che annunciava il suo arrivo anche a metri di distanza lasciava una scia che pareva fosse passata una regina. L'eleganza certo non le mancava: ho sempre avuto un debole per le donne eleganti, ma non le ho mai dichiarato i miei sentimenti. Non per paura o per vergogna, piuttosto per rispetto verso la mia povera moglie, l'Assunta, che se avesse saputo che la tradivo anche solo con il pensiero avrebbe scatenato l'inferno. Se fossi qui, Assunta, a vedere come ci siamo ridotti... un paese intero in quarantena, immerso nel silenzio, senza altro rumore che quello delle sirene delle ambulanze che vanno e vengono dall'ospedale qui vicino. Una roba mai vista, allucinante. 

Quando sono arrivato nel salone ricreativo non c'era proprio nessuno, neppure il Lucio, che di solito è piantato davanti alla tv a guardare le notizie a rotazione: per tutto il giorno non fa altro che saltare da un Tg all'altro e informa tutta la popolazione della Residenza sugli sviluppi di questo o quel fatto; non ci serve leggere i giornali, per essere aggiornati su quello che succede fuori, basta chiedere al Lucio. Lui ci ha annunciato che il nostro piccolo paese era stato messo in isolamento. Zona Rossa. Manco in racconto di Ray Bradbury. 

Allora sono tornato indietro, lungo il corridoio, fino alla mia stanza; mi sentivo sempre più leggero. Quando sono entrato ho visto la Maria e un altra infermiera che trafficavano attorno al mio letto, e dentro il mio letto c'era un uomo, a cui stavano togliendo l'ossigeno, con gli occhi chiusi e la faccia pallida, ma con le labbra curvate in un candido sorriso. Stavo per chiedere alla Maria che cosa ci facesse quell'uomo nel mio letto, ma mi sono bloccato, e ho capito. Ho visto la Maria che piangeva mentre mi accarezzava il viso e l'altra infermiera che le metteva una mano sulla spalla. Poi la Maria ha guardato fuori, verso il parco e verso la magnolia, sotto la quale non mi sarei più seduto a leggere.

Mi chiamo Antonio e sono morto il 21 marzo del 2020, nel pieno di un'Epidemia che ha lasciato troppi letti vuoti, nella Residenza per anziani Villa la Quiete, compreso il mio. Fuori, sugli alberi, la vita ricominciava a germogliare, caparbia.

Ultima modifica il Lunedì, 30 Marzo 2020 10:36
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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