giovedì, 28 maggio, 2020
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INTERVISTA a ARTURO MUSELLI - di Giuseppe Distefano

Arturo Muselli. Foto Anna Monaco courtesy Saverio Ferragina Arturo Muselli. Foto Anna Monaco courtesy Saverio Ferragina

“Amleto vive a Scampia” titolava lo scorso anno la cover del magazine Style del “Corriere della sera” con la foto di Arturo Muselli. La sua carriera di attore comprende un originale Hamlet recitato in inglese, realizzato con la sua piccola compagnia “Hats Company”. Scampia, invece, si riferisce al quartiere napoletano dell’ambientazione di Gomorra, la serie televisiva che l’ha reso popolare interpretando il giovane boss Sangueblù. Una lunga gavetta tra teatro, cinema e televisione; quindi il film di Gianni Amelio La tenerezza e La parrucchiera di Stefano Incerti, e quest’anno in tournée con Mine Vaganti, la riduzione teatrale del film di Ferzan Ozpeteck. Prossimamente lo vedremo anche in Dragonheart: Vengeance, quinto capitolo della storica saga fantasy. Cresciuto tra Napoli e Londra, un passato da fotografo, una laurea specialistica in Filologia Moderna, Muselli è attore colto, di spiccata sensibilità umana e sociale. Persona affabile, curiosa nel suo mestiere, sa mettere a proprio agio. In una lunga chiacchierata svela la personalità, il percorso umano e artistico, le aspirazioni.

Domanda d’obbligo: come nasce la passione per la recitazione?
Più che da una passione nasce da una necessità. Da piccolo ero troppo timido. Non riuscivo a parlare con le persone. Un po’ balbettavo, e un po’ mi nascondevo. A Portici, dove sono nato, durante le scuole elementari facevamo teatro per gioco e vedevamo anche degli spettacoli grazie ad una piccola rassegna teatrale durante l’anno scolastico. È stato allora che ho pensato di voler fare l’attore. Ho deciso che, per fare questo, avrei studiato e mi sarei impegnato. Anche il cinema mi è sempre piaciuto. Ricordo in modo particolare il fascino del film Forrest Gump. Mi faceva pensare alla bellezza di raccontare una storia, e quella di Forrest lo era per eccellenza perché coniugava in un’unica vita tante storie.

Fondamentale è stata la formazione con la regista e pedagoga Maria Benoni, una ex assistente di Etienne Decroux…
È lei la causa della mia “malattia”. Lavorando sul corpo, sulla biomeccanica, con un impegno molto fisico, ho scoperto cose che neanche pensavo di fare. Il lavoro sulla voce è stato anni dopo. A un certo punto ho continuato la mia ricerca con Yves Lebreton, sempre lavorando sul corpo ma in modo comico, sul grottesco e anche sul “brutto”.

Sei stato quindi attratto dalla figura del clown?
Quella comicità di tipo anglosassone, non di parola ma fisica, che viene dal corpo, tipo Buster Keaten o di Stanlio e Ollio. In seguito, all’inizio del Duemila, ho partecipato anche a degli intensi workshop con gli attori di Eugenio Barba e di Peter Brook. In quegli anni Napoli era una città molto appetibile teatralmente. C’era, accanto al teatro di tradizione, molta sperimentazione, e attori interessati a tutto.

Torniamo a Maria Benoni. Qual è stato, alla sua scuola, l’insegnamento più importante?
L’impostazione principale: che tutto deve partire dal corpo. Alla voce si giunge dopo. Bisogna prima costruire il personaggio fisicamente per, dopo, trovare una verità. Questa è stata la base di tutto, oltre alle regole di base di come si sta in scena, e la serietà del gioco a teatro. Ho studiato, tra gli altri metodi fisici, quello di Michail Čechov, che parte dalla biomeccanica di Mejerchol'd. Insomma non riuscivo a prescindere dal corpo. Esso è sempre molto più sincero dei pensieri. Questi possono raccontarti anche delle bugie, il corpo no.

Un ricordo di quegli inizi?
Ricordo molto bene uno dei primi spettacoli di Maria al teatro Elicantropo di Napoli: Il marinaio di Pessoa. Avevo 16 anni e da poco cominciavo a frequentare i suoi workshop. Stavo lì tutti i giorni, mi guardavo le prove, dalle 10 del mattino alle 24 di sera, e mi segnavo tutto. Non uscivo quasi mai con i miei amici del liceo. Non ho mai sentito la necessità di dover fare la vita normale dei miei compagni. Per me la priorità era il teatro. Un’altra regola che mi ha insegnato Maria è la continua ricerca, il continuo rischio. Tuffarsi in qualcosa che non conosci rischiando sempre. Altrimenti, se trovi qualcosa che già sai dov’è la sfida? Da dove può uscire qualcosa d’interessante?

Oltre all’esperienza fondante con Benoni, quali sono state le altre esperienze importanti?
Quella con Bruce Myers, attore storico della compagnia di Peter Brook, durante un laboratorio a Napoli; e quella con Jos Houben, un regista pedagogo insegnante nella compagnia di Jacques Lecoq a Parigi che lavora sulla comicità di stampo anglosassone. Con lui mi si è aperto un altro mondo: far ridere gli altri, “missione” che è tipica del clown.

Quindi, riprendendo quello che dicevi prima sul clown, hai scoperto una dimensione comica a te consona?
Mi sono reso conto che la mia vita, in realtà, si muove tutta in fase comica, anche se non sono affatto così. Nella mia testa i pensieri funzionano per comicità: cioè, qualsiasi situazione, per esempio, vedo per strada, la sviluppo in modo comico. Lo faccio anche su di me. Non riesco a pensarmi in una situazione seria, ma in uno stato che possa far sorridere. L’insegnamento Jos Houben mi ha dato un tale imprinting che la dedica "Make'em laugh!" (falli ridere!), fattami da lui sul mio taccuino, me la sono pure tatuata. Strappare un sorriso a qualcuno, è per me, proprio dal punto di vista umano, una dimensione quasi esistenziale. È importante che gli altri stiano bene con me. Io posso anche stare male dentro, essere tormentato, ma gli altri devono sentirsi in una condizione di serenità, di leggerezza.

La decisione di andare a Londra a cosa era dovuta?
Sono andato lì a studiare (fin piccolo ho sempre praticato l’inglese) perché mi ha sempre affascinato il teatro inglese che è costruito di relazioni, e con la necessità di raccontare. C’è in esso una verità. E la mia idea di teatro è propria questa: raccontare una storia. Shakespeare è fatto di relazioni; dei suoi personaggi puoi anche non capire quello che si dicono, ma se li vedi in relazione, in qualche modo capisci se sono amici, nemici, amanti o rivali. Tornando alla domanda, c’è stato un periodo in cui volevo smettere col sogno dell’attore e ho fatto diversi lavori. A un certo punto, però, mi sono detto: “Prima di smettere definitivamente faccio un tentativo a Londra”. Lì ho scoperto che potevo funzionare come attore, e che, forse, ero chiamato a fare questo mestiere. Sono stato investito dall’energia pazzesca che c’è lì, piena di stimoli teatrali, creativi, culturali. Gli attori sono di un livello medio altissimo, e questo mi spingeva a lavorare sodo per essere, se non migliore degli altri, almeno alla loro stessa altezza. È la più sana e naturale forma di competizione.

Sicuramente il lavoro migliora; però, fatto questo, non si è del tutto arrivati…
È importante non sentirsi mai arrivato, non pensare di sapere tutto. Non credo che si impari e si cresca come attore solo facendo gli spettacoli. Sicuramente il lavoro ti migliora, ma credo fermamente nella formazione, cioè nel momento in cui studi più che puoi, fai, e sbagli. Ogni pecca è considerata una terra da esplorare. In quel periodo puoi imparare dagli errori, permetterti di sbagliare, e così creare, capire, migliorare delle cose di te, del metodo, e scoprire nuovi sistemi. Nei due anni e mezzo del periodo londinese ho studiato in un centro per attori, dove potevi scegliere il metodo che t’interessava e l’autore che volevi. Fra i diversi processi di ricerca ho lavorato sull’improvvisazione e sulla performance di strada, dei workshop che mi servivano a sviluppare quello che poi ho creato con la mia compagnia, la “Hats Company”, con la quale mettiamo in scena spettacoli in inglese.

Parliamo della tua compagnia teatrale...
È nata insieme a Ludovica Rambelli (nota a Napoli per i Tableaux vivants di Caravaggio). Insieme abbiamo sviluppato l’idea di una compagnia di tre attori che recitasse Shakespeare in inglese. Abbiamo iniziato a Napoli al mio rientro da Londra. La compagnia c’è ancora ma due anni fa ci siamo dovuti fermare per la morte improvvisa di Ludovica. Abbiamo poi continuato a fare il nostro spettacolo ancora per qualche tempo, iniziato a scrivere un nuovo adattamento, ma per la difficoltà dovuta anche ai miei impegni tra cinema, televisione e teatro, ci siamo presi del tempo per lasciare sciogliere anche questa nostra incapacità di andare oltre la morte. Sappiamo che ad essa segue una rinascita, ma ancora la stiamo cercando. Dobbiamo semplicemente dirlo a noi stessi e trovare quel coraggio e quella fiducia per andare avanti. Il tempo aiuterà.

È curioso il nome, “Hats Company”, che vi siete dati. Qual è il suo significato?
Il cuore dei nostri spettacoli è la strada, in modo che possiamo farli un po’ ovunque. Si chiama così perché siamo in tre e ogni personaggio cambia cappello. Non avendo molti soldi per i costumi e il resto, dovevamo trovare un sistema per cambiarci subito e spendere poco. Perciò con i diversi cappelli, semplicemente cambiandoli, assumiamo le caratteristiche dei diversi personaggi che interpretiamo. Il nome nasceva anche dalla passione mia e di Ludovica per questo oggetto.

Proseguiamo cronologicamente. Dal film La tenerezza sei subito passato alla serie Gomorra
Dopo piccole apparizioni televisive è arrivato un ruolo nel film di Gianni Amelio. E proprio durante le riprese sono stato chiamato a un provino per Gomorra. Non volevo neanche farlo pensando che, con la barba lunga che avevo e l’aspetto di un piccolo irlandese del medioevo, sarei stato totalmente inadatto e fuori contesto. E invece proprio la barba era l’elemento fondamentale del personaggio “Sangueblù”! I provini sono stati, comunque, una tortura durata molti mesi. Dopo il secondo, non ci pensavo più. Inoltre ogni volta sembrava che fosse l’ultimo e invece non lo era.

Come mai sono stati così lunghi?
Perché i registi, che già cercavano di impostare il personaggio, mettevano alla prova sul lavoro che avresti poi dovuto fare durante tutta la serie. Parliamo di una fiction di 12 puntate girata in 8 mesi, dove bisognava far evolvere in modi diversi il personaggio dalla vita molto intensa, raccontandolo in una lasso di vita narrativo molto breve, non cambiandolo e facendolo maturare in poco tempo. I ritmi lavorativi erano pazzeschi perché giravamo soprattutto di notte ma anche le mattine presto; e dopo tante settimane di nottate cominciare all’alba era stancante, come se fossi in un continuo jet lag. Ma ne è valsa la pena.

Indubbiamente è la serie televisiva che ti ha lanciato. Come hai vissuto la notorietà che ti ha dato?
Non si può negare che mi ha dato tanto, facendomi conoscere non solo in Italia ma anche all’estero. E tutto questo è molto bello. Quando succede, però, devi fare i conti con la popolarità, quella per cui la gente spesso tende a identificare la persona con il personaggio. E tu stesso, rischi di convincertene. E allora sei fregato. Ne va di mezzo anche il tuo modo di lavorare, perdi la tua verità. Se invece continui a essere quello che sei nella vita, allora riesci a stare bene con te stesso e a fare onestamente il tuo lavoro. Ci sono state varie fasi di smarrimento, e a un certo punto ho dovuto trovare un equilibrio. Ho trovato la quadra. E una serenità.

Quindi si potrebbe dire che con Mine vaganti, lo spettacolo teatrale del regista Ferzan Ozpeteck di cui sei l’interprete principale, hai sciolto la rete che ti poteva imbrigliare nel ruolo di “Sangueblù”, del cattivo?
Sarò forse un po’ naif, però non mi sono mai preoccupato di questo, anche se sui social continuano a chiamarmi così e a identificarmi con Gomorra. Sono sempre stato abituato a fare cose completamente diverse l’una dall’altra, e mi diverto così tanto nel trasformarmi, che, sinceramente, non mi preoccupa. Oggi non riuscirei a interpretare un altro camorrista. Ho bisogno di altro.

Facendo l’attore hai scoperto delle cose di te stesso che non sapevi di avere?
Il problema di fare l’attore è proprio questo. Nel momento in cui cominci a lavorare su te stesso, incomincia un viaggio anche interiore. Lavorando sia sul corpo, sia sulla voce, e incontrando nuovi personaggi, emergono aspetti sempre nuovi. Un sentire cose diverse, che sono anche lontane da te.

Il personaggio di Gomorra, per esempio?
Nella vita non mi appartiene, come non mi appartiene un Riccardo III. Se penso, per esempio, a un altro cattivo come Jago dell’Otello, il manovratore maligno, so bene che nella vita non sarei mai come lui. Però, approcciarsi a quella sua dimensione, accoglierlo, provare anche un’empatia col personaggio perché devi dialogarci e capirlo per portarlo in scena anche se può inorridirti, è un lavoro che come attore devi fare per poterlo raccontare. E questo non può non smuoverti delle cose dentro. È un continuo stare sempre in tensione, sempre in ascolto per non chiuderti a te stesso, né agli altri.

Usi un tuo metodo per i ruoli che interpreti?
Innanzitutto cerco di capire qual è quello più adatto per il personaggio in gioco, e il metodo usato per uno non vale per tutti. Devo trovare, per ciascuno, una quadra sul corpo, altrimenti non so neanche come dire poi le battute.

È stato così anche per il personaggio di Tommaso di Mine vaganti?
Ho dovuto prima capire qual era la sua principale condizione fisica. Esaminando le sue battute, i rapporti, le relazioni che ha con tutti, e percependo che è un personaggio passivo in tutto, uno che le prende da tutti, ho capito che il centro del suo corpo erano le spalle.

È quindi un fatto di postura fisica?
Proprio così. Tommaso si nasconde a tutti, sente il peso da parte della famiglia; sente il peso del dover parlare per svelare la sua omosessualità e non riuscire a farlo; sente il peso da parte del fratello che svela prima di lui la propria omosessualità, incassa il colpo e non reagisce. Incassa anche il colpo dell’arrivo inaspettato dei suoi amici, e non reagisce. Lo stesso con Alba, il suo sentimento confuso, e la pressione sull’azienda. Incassa anche da lei. Anche nei momenti degli abbracci scompare, li subisce invece di darli. Lavorando sulle spalle molte cose sono venute fuori dopo, ma il centro per me doveva essere quello per sapere poi come parlare, camminare, dove mettere le mani, se le gambe dovevano essere aperte o chiuse, ecc.

In questo modo del personaggio hai trovato una verità.
Penso di sì. Ho provato a restituirla per come l’ho compresa. Nella sequenza dove avviene il parziale confronto col padre, c’è un monologo in cui ho capito che dovevo dirlo tutto di spalle, recitare con la schiena, perché in quel momento avviene un cambiamento. Tommaso si raddrizza con le spalle perché, in qualche modo, prende una decisione, trova un po’ di coraggio nel dire la sua condizione, fa una scelta.

A quale risultato, a tuo parere, deve giungere un attore?
Faccio l’attore a modo mio, con le mie regole, quindi non posso parlare per gli altri. Non è un atteggiamento di presunzione ma di consapevolezza personale, e quello che vale per me non può certo valere per gli altri. Mi dico sempre che farò questo lavoro finché mi divertirò. Il giorno in cui non sarà così smetterò e farò altro. Voglio mantenere sempre la curiosità, essere sempre nella posizione di dover imparare. Il mio obiettivo è cercare di essere il più vero possibile, essere in grado di poter raccontare a chi guarda, in modo onesto, dei personaggi. Questo lavoro, in fondo, si fa per gli altri. Se è per noi stessi, significa che in realtà tutta questa necessità di fare l’attore non l’abbiamo. È vanità personale. Ed io, sinceramente, non ho mai pensato di farlo per una vanità. Ciò che mi alletta e mi alimenta è la voglia di dare qualcosa allo spettatore, incontrare più persone, e raccontare loro storie sempre diverse.

C’è un personaggio particolare che vorresti interpretare, per esempio di Shakspeare, autore che prediligi?
Ariel della Tempesta, una delle mie opere preferite: un personaggio molto poetico, di poche parole e molto fisico. Anche Riccardo III, dove c’è tutto il marcio dell’animo umano. In realtà sono tanti i ruoli che mi piacerebbe interpretare. Un altro autore che amo molto è Tennesse Williams (debuttai con un suo testo, l’atto unico Proibito), che rappresenta un’altra forma di poesia, un altro modo di parlare di temi sociali che aderiscono molto alla mia educazione umana.

Cosa ti dà il teatro umanamente, come persona, rispetto al cinema?
Per me è un discorso soprattutto di tempo. Nel recitare al cinema o in televisione fai una performance sapendo che quello che stai facendo incontrerà il pubblico molto tempo dopo. A teatro invece, con il pubblico in carne e ossa, hai la possibilità di vivere un tempo comune a tutti, in cui ognuno si dedica all’altro. Ecco cos’è il teatro per me: dedicarsi del tempo, prendersi cura reciprocamente. Come stiamo facendo in questo momento noi due. E credo che, in un mondo in cui ci si ascolta poco, ascoltare e accogliere quello che l’altro ti sta proponendo, sia oggi una grande rivoluzione. Il teatro è il luogo di ascolto per eccellenza, uno spazio di donazione, d’incontro, un luogo di culto. Oggi che esistono non luoghi – vedi i social – più che luoghi, il solo scegliere di entrarvi ha un grande senso per me.

Hai fatto anche il regista teatrale e dicevi che la regia t’interessa molto. In base alla tua breve esperienza, cosa deve essere un regista? Quali le sue caratteristiche imprescindibili?
Non saprei dirti. Ti posso solo raccontare l’esperienza più strana fatta a Londra, durante un laboratorio su Pinter con un regista che aveva lavorato con lui gli ultimi cinque anni prima che morisse. Era uno sketch e, secondo il testo, eravamo distribuiti a coppie. Ci ha fatto lavorare singolarmente, e poi incontrare. Avendo noi due esposto dei dubbi, ci ha detto: “Non vi dico cosa dovete fare. Rispondete a delle mie domande e poi mettetele nel lavoro”. Rispondendo ai suoi quesiti è come se ci avesse detto esattamente quello che voleva. Erano le sue indicazioni registiche. Questa modalità diretta, efficace, per me ha un grande senso. Non so se sono in grado di fare come lui, però so che mi piace molto lavorare con gli attori e soprattutto prendere da loro, metterli nelle condizioni da poter ricercare quello che a me e a loro può servire; ed essere poi in grado come regista di sintetizzare per mostrarglielo, renderlo efficace a quello che dobbiamo raccontare. Amo anche lavorare con le luci, con lo scenografo, con il tecnico: in definitiva, pensare, lavorare, far nascere lo spettacolo insieme alle varie figure.

Curare tutti questi aspetti e avere la visione totale dello spettacolo, rientra nella figura proprio del regista. C’è da ricordare che sei anche un fotografo, e hai lavorato per alcuni anni come tale...
È stato un mezzo per guadagnare qualcosa quando ero più giovane. Lavoravo come fotoreporter a Napoli. Facevo dei servizi che poi provavo a vendere. Principalmente ero dedito al reportage sociale. Era il genere giornalistico che mi restituiva un’esperienza umana.

Un’altra esperienza fortemente umana è stata quella nel carcere minorile di Nisida. Da cosa nasceva?
Ritorniamo agli anni di formazione sempre con Maria Benoni che mi chiese se volevo aiutarla come assistente e lavorare con dei ragazzi in carcere che avevano, più o meno, la mia età. Si faceva un lavoro sulla poesia, sul mito, sulla comicità. Andavamo a giorni alterni, tutto l’anno. Mi svegliavo prestissimo perché abitavo lontano da Nisida. È stata un’esperienza molto forte dal punto di vista umano. Vedere ragazzi che avevano commesso dei reati, che in quel contesto erano meno aggressivi di quanto lo fossi io nella vita, mi faceva riflettere sul mistero della vita in generale, sulla fortuna o meno di dove si nasce, dove si vive, con chi cresci, e quali scelte fai.

Cosa ti ha lasciato?
Sono stati due anni così intensi che quando poi ho smesso c’è stato un grande vuoto, perché si erano creati rapporti molto forti. L’anno scorso ho rincontrato uno di quei ragazzi con cui ogni tanto ci sentiamo. È stato un incontro molto bello, emozionante, e quel vuoto un po’ si è colmato.

Giuseppe Distefano

Ultima modifica il Lunedì, 30 Marzo 2020 10:42

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