lunedì, 06 aprile, 2020
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INTERVISTA a MASSIMO WERTMÜLLER - di Francesco Bettin

Massimo Wertmüller Massimo Wertmüller

Formatosi inizialmente alla scuola-laboratorio di Gigi Proietti, fonda successivamente con alcuni compagni di corso il gruppo La Zavorra, con cui si esibisce sia in televisione (“Al Paradise”, regia di Antonello Falqui) che a teatro, per poi debuttare nel cinema. Negli anni a venire lavora con registi come Magni, Scola, Zangardi, Veronesi, Vanzina e Sergio Corbucci, dimostrando vera poliedricità. E’ attivo anche in tv in molte fiction come “La squadra”, “Ris Roma”, “1992” e “In arte Nino” e recentemente in “Permette? Alberto Sordi” . E poi, tanto teatro, negli ultimi tempi anche con la moglie, Anna Ferruzzo. Lo abbiamo sentito in un momento particolare come questo, dove tutto è fermo a causa dell’emergenza sanitaria in corso.

Com’è il lavoro d’attore oggi, confrontato agli anni d’oro dello spettacolo?
Questo mestiere è sempre stato difficile da fare, diciamo che un tempo il merito era più importante, anche se non è che oggi non ci sia. Al giorno d’oggi nonostante ci siano anche le qualità, è un’epoca diversa, con la televisione che ha fatto scendere il gusto, è un’epoca dove spesso si è figli di un sapersi vendere, abbassando dunque l’asticella. E’ un lavoro diventato figlio di tanti fattori, anche se ripeto le qualità non è che non ci siano in giro.

Quali erano i sogni e le aspirazioni di Massimo Wertmüller agli inizi della carriera?
Ero pieno di ambizioni costruttive, con una grande bava di passione. E non avevo paura di nessuno, ero molto agguerrito, sapevo bene quello che volevo e quanto mi piaceva farlo. E avevo del consenso da personaggi importanti, sennò avrei fatto altro sicuramente, magari avrei fatto l’avvocato, come mio nonno. O suonato uno strumento. Oggi non c’è più questa voglia, così tanta almeno, di imparare, che era figlia di un’ambizione giovanile. Se mi guardo indietro è una passione minore, un po’ più disincantata.

Cosa le piace come spettatore? Che genere di osservatore è? Cerca delle emozioni particolari?
Mi piace emozionarmi, sicuramente, mi piace essere sorpreso come un bambino, anche piangere, come faccio sempre più facilmente. Trovarmi con la bocca aperta, sorpreso. E non solo con la bocca, anche con il cervello aperto.

In un momento particolare per l’Italia e per il mondo intero come questo, un attore come programma i prossimi impegni?
Sono allo stato attuale solo dei progetti che non vanno neanche detti, siamo allo stato davvero embrionale. Il fatto è che si spera che tutto ritorni a una normalità come prima, magari rivalutando da parte di tutti la cultura, e altri valori importanti. Perché la cultura nutre cervello e anima e forse rimane l’unico strumento per migliorare se stessi nonostante ci sia stato e c’è chi ci vuole far credere il contrario.

Dei numerosi lavori a cui ha partecipato c’è qualche titolo, o personaggio, che le è rimasto nel cuore particolarmente?
Un’esperienza indimenticabile è stata con il gruppo de “La Zavorra”, nello spettacolo televisivo “Al Paradise” per la regia di Antonello Falqui, anche se non avevo allora gli strumenti necessari per capire che è stato il mio più grande successo, vivendolo nel modo giusto intendo. Ho un ottimo ricordo anche di “In nome del popolo sovrano” di Luigi Magni, dove facevo Eufemio, il figlio di Alberto Sordi. O per il film di Scola “Il viaggio di Capitan Fracassa”. E a teatro ricordo con grande piacere “Il Pellegrino”, un testo di Pierpaolo Palladino che ripropongo ancora, con più di ventisei personaggi ambientato nella Roma papalina di Pio VII, un testo attualissimo.

C’è un momento d’oro dello spettacolo, nel quale avrebbe voluto esserci, Wertmüller?
Una bella, bellissima epoca per noi attori è stata sicuramente quella dei grandi quattro moschettieri, Sordi, Manfredi, Gassman e Tognazzi. Un bel momento storico dove c’era tanto cinema, tanto investimento nella cultura.

Cosa si augura da operatore di spettacolo ma anche da uomo, per il suo Paese e per l’umanità intera?
Questo è davvero un momentaccio, che speriamo solo possa servire, se ne usciamo, a qualcosa di migliore per tutti, al recupero di valori positivi, al recupero del rispetto per se stessi, l’ambiente, gli animali, e valorizzare la solidarietà, lo spirito, la vita. E la cultura.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Giovedì, 19 Marzo 2020 08:28

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