domenica, 05 aprile, 2020
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INTERVISTA a MARCO VANNUCCI - di Pierluigi Pietricola

Marco Vannucci Marco Vannucci

Da un po’ vado interrogandomi sul perché, oggi, artisti completi come Renato Rascel non se ne incontrano sui palcoscenici d’Italia. Forse non è più il loro tempo? La ragione, a mio avviso, è diversa; e risiede nel fatto che una volta i fantasisti – come si chiamavano coloro che calcavano le scene sapendo ballare, suonare, cantare e recitare in ruoli comici e drammatici – avevano un luogo deputato dove esercitare il loro immenso talento: i teatri di varietà e avanspettacolo. Qui era possibile assistere a riviste che alternavano, nello spazio di una serata, numeri di vario genere.
Che fine hanno fatto questi luoghi? E gli spettacoli di varietà? Possibile che questo mondo sia del tutto scomparso? Andando nei teatri ufficiali, sembrerebbe non esservi più traccia né dell’avanspettacolo né delle riviste.
Ma basta allontanarsi un po’ dalle ribalte ufficiali e osservare con attenzione gli spettacoli che i teatri di molti villaggi turistici, beninteso di qualità, offrono ogni sera: cabaret, musical, commedie, maghi, giocolieri. Tutti artisti giovani, con alle spalle scuole di formazione e una solida esperienza e che non temono di sperimentare, mettendo alla prova il loro talento in diversi generi per acquisire una completa padronanza scenica. Ecco dove la rivista e l’avanspettacolo, insieme ai loro protagonisti, hanno trovato ospitalità e calda accoglienza fra il pubblico. Qui il teatro, come a ragione sosteneva Alberto Savinio, potrà recuperare una sua caratteristica da tempo perduta: la fantasia.
Proprio in questi luoghi, dove il varietà vive ed è applauditissimo, mi è capitato d’incontrare un giovane e bravissimo fantasista poco più che trentenne: Marco Vannucci. Sorridente, sempre dedito all’osservazione di ciò che lo circonda e alla riflessione, quando sale sul palco egli può ballare, recitare, cantare, suonare con grande competenza. Il pubblico è pronto ad accoglierlo sempre con entusiasmo, certo di non essere deluso. E Vannucci non è tipo da sottrarsi a sperimentazioni, anche improvvisando numeri che gli vengono richiesti da prolungati applausi da parte della platea. La sua dote migliore? L’ottima padronanza di tutti i mezzi espressivi che la ribalta gli chiede di mettere in gioco.
Ma come si diviene fantasista? Attraverso quali esperienze? Come si acquisisce il particolare rapporto che egli instaura con il pubblico? Il fantasista si sente a suo agio con tutte le espressioni artistiche, o ve ne è una che privilegia di più? E quale il suo futuro nel mondo del teatro come oggi lo conosciamo?
Di questo e molto altro ho avuto modo di parlare piacevolmente con Marco Vannucci, vincitore, tra l’altro, del Premio Excellentissimus 2020 (istituito dall'Associazione Eureka e dedicato alle giovani promesse dell'arte e della cultura) che ritirerà a Roma nel prossimo Autunno.

Quando hai cominciato a vivere il mondo dell’arte e dello spettacolo?
A sedici anni. Ma non avevo la più pallida idea di potere dedicarmi all’arte. Andavo a scuola e avevo dei miei cugini che suonavano. Dissi loro di formare una band. Furono d’accordo. Ma c’era un problema: io non sapevo suonare nulla. Così mi proposero di cantare. Accettai, perché già allora ero abbastanza intonato.

È stata una tua scelta oppure in famiglia hai avuto qualcuno che ti ha instradato?
Fin da bambino mio padre ha provato a farmi appassionare al mondo della musica, regalandomi la tastiera, la batteria, la chitarra. Ma io niente: non volevo saperne. Finché, a sedici anni, non fui io a chiedergli di insegnarmi a suonare la chitarra proprio perché volevo formare questo gruppo con i miei cugini.

Ed è stata una bella esperienza?
Abbiamo avuto un discreto successo nel giro di due, tre anni. Fu l’occasione per migliorarci tutti e imparare facendo pratica direttamente in palcoscenico. Poi loro presero altre strade e io, successivamente, sono entrato nel mondo dei villaggi turistici.

Che tipo di musica suonavate?
Abbiamo iniziato facendo del rock e suonando il repertorio tipico dei sedicenni: Deep Purple, Led Zeppelin, Guns N’ Roses, i Beatles. Fin da subito, ma senza che ciò fosse prefissato, appena mi sono trovato con il microfono in mano e davanti a un pubblico, ho iniziato a voltare le varie situazioni sul comico, sull’ironico. Si è trattata, per me, di una cosa spontanea.

E poi cos’è accaduto?
Decidemmo di cambiare tipologia della band: da gruppo rock, diventammo un gruppo rock demenziale. Anche perché ormai iniziavano a conoscerci per questo tipo di musica. Facevamo medley mettendoci dentro di tutto.

Nel fare questa tipologia di musica, a chi ti ispiravi?
Al gruppo Elio e le Storie Tese. Da questo punto di vista è sempre stato un mio punto di riferimento.

E dopo l’esperienza con la band cos’è successo?
Quando la band ha cessato di esistere, mi sono detto – anche per questioni mie personali –: “Che faccio? Lascio questo mondo e proseguo con l’università, oppure continuo anche da solo”? Decisi di tentare con il mondo dei villaggi. Fu così che entrai in Valtur. Questa fu per me l’occasione di continuare sia a fare il musicista, ma anche per affinare i miei mezzi espressivi sul palco.

Voglio farti una domanda: se non fossi entrato nel contesto dei villaggi, avresti intrapreso ugualmente la carriera da artista e da fantasista?
Se non ci fosse stato il mondo dei villaggi non avrei mai immaginato di continuare a fare il musicista e di poter riuscire a fare il cabaret e tutto il resto. Anzi: all’inizio pensavo che nemmeno nei villaggi ci sarei riuscito. Poi, come è nel mio carattere, ho deciso di mettermi alla prova.

Immaginavi di avere familiarità con tutte le varie possibilità espressive teatrali?
Io mi vedevo come un musicista all’inizio e basta. Non vedevo me stesso nei panni di un cabarettista, di uno showman, di un presentatore. Avevo la chitarra, la mia voce e credevo di poter proseguire così per sempre. Poi le varie situazioni mi hanno fatto scoprire l’arte a trecentosessanta gradi. Non dico di conoscerla tutta per intero, ma almeno a duecentottanta gradi sì.

Ti piace di più ballare, cantare, suonare o recitare?
Mi trovo più a mio agio cantando.

Vedendoti all’opera, ho visto che instauri un immediato e proficuo contatto con la platea. Come ci riesci?
Non è una cosa studiata. Molto dipende da quello che sto facendo in quel preciso momento. Per me è importantissimo ascoltare il pubblico, capire il livello di attenzione degli spettatori e cercare di intuire quello che desidererebbero vedere. Penso che la mia caratteristica migliore sia quella di adattarmi alle diverse situazioni che mi si presentano. Ciò che questi anni di esperienza di palcoscenico e di villaggio mi hanno insegnato è saper leggere e capire chi mi sta di fronte. C’è un gruppo di persone che vuole divertirsi? Provo a regalare loro qualcosa di lieto. Se invece intuisco che il pubblico non vuole nulla di più che un momento tranquillo e intimo, allora cerco di creare questo tipo di atmosfera.

Se non ci fosse stato il contesto dei villaggi a spronarti a scoprire le tue possibilità espressive sul palco, dove saresti andato a mettere alla prova il tuo talento?
Credo che non avrei fatto nulla.

Perché?
Perché, forse, avrei continuato a studiare psicologia. Il contesto dei villaggi e l’esperienza del palcoscenico che lì ho potuto fare mi hanno spronato a proseguire. Ho incontrato persone bravissime che ho preso come miei modelli, cercando di rubare loro il più possibile.

Oltre ai tuoi colleghi di lavoro, quali sono stati gli altri tuoi modelli?
Sicuramente le rockstar a livello internazionale.

Per esempio?
Tutti i personaggi con un culto della personalità molto forte: John Lennon, David Bowie, Stefano Belisari in arte Elio; i vari cantautori come: Axl Rose, Kurt Cobain, Jim Morrison, Peter Gabriel. I personaggi che, oltre alla loro arte, hanno fatto della personalità un potente veicolo comunicativo mi hanno sempre attirato moltissimo.

Davvero?
Sì. Tantissimo.

E perché?
Forse perché sono egocentrico?

Non mi pare tu lo sia…
Credo che questo lavoro sia difficile farlo senza essere egocentrico. Ti aiuta a migliorare, a ottenere dei risultati ottimali. Anche più dei colleghi con i quali si collabora.

Nell’ambito dello stile comico, a chi ti ispiri?
Negli ultimi anni ho osservato con attenzione Lillo e Greg in particolare, perché ho dovuto mettere in scena spettacoli di cabaret. La loro comicità la sento molto vicina. E poi mi piacciono moltissimo Totò e Massimo Troisi, ma con loro non centro nulla. Adoro guardarli, osservarli e pensare: “Potrei fare qualcosa ricalcando il loro genere”. Apprezzo anche alcuni presentatori.

Tipo?
Paolo Bonolis. Amo il suo linguaggio, il lessico che utilizza. Spiazzare l’ascoltatore utilizzando una terminologia desueta trovo sia stimolante. E Bonolis lo fa, e molto bene. Non ultimo perché io, per quanto mi riguarda, nel mio lavoro ho sempre voluto sfatare il mito dell’artista e dell’animatore un po’ ignorante che deve ricorrere al dialetto per far ridere. Io, ad esempio, ho vissuto in un quartiere popolare di Bari, ma mai una volta nel mio lavoro ho utilizzato il dialetto.

C’è da dire che, oggi, il contesto dell’animazione – che poi è l’evoluzione naturale di quello che una volta era il mondo della rivista e dell’avanspettacolo – è molto cambiato.
Oggi il mondo dell’animazione si è evoluto e non è più quello di dieci anni fa, quando io ho cominciato. Mi ricordo che gli spettacoli musicali, inizialmente, si facevano solo in playback. Dopo qualche anno ha iniziato a cantare dal vivo il protagonista, a seguire il coprotagonista fino ad arrivare – come è accaduto a me di recente – a mettere in scena degli shows interpretati e suonati dal vivo alla presenza di una band.

Come hai iniziato a praticare il genere di spettacolo comico brillante?
Come qualsiasi cosa nella mia vita: mettendomi alla prova. Ci sono state molte occasioni in cui, da subito, ho pensato di poter riuscire. In altre, invece, mi è servito dello studio. È stato il caso del cabaret. All’inizio mi sentivo negato.

Davvero?
Sì. Tutti mi dicevano che non era il mio genere.

Cosa ci trovavi di così complicato?
Era difficile intercettare il tempo comico nella battuta. Io non lo avevo. E credo di non averla tutt’ora una tipologia di comicità diretta, chiara, dichiaratamente popolare. Preferisco un tipo di umorismo più sofisticato, elaborato, costruito.

Un’ironia più raffinata in pratica.
Assolutamente sì. Ovviamente ci vuole talento e predisposizione anche per questo stile. Io forse ce l’ho.

Quando hai iniziato a capire che anche la comicità sarebbe diventata una tua cifra espressiva?
Me ne sono accorto sulla base della reazione del pubblico. Quando gli spettatori ridono a una mia battuta, allora capisco di aver lavorato bene.

Preferisci ricevere un applauso o una risata?
Non saprei. È difficile dirlo così in astratto. Dipende da quello che faccio. Ci sono delle volte in cui cerco l’applauso e, invece, arriva la risata (e viceversa). E non ti nascondo che è una circostanza che mi irrita un po’. Io cerco di ottenere dal pubblico una certa risposta, ma non sempre ci riesco, non sempre posso riuscirci.

Ti interesserebbe entrare a far parte di una compagnia di prosa?
Sì. Mi piacerebbe moltissimo. Sarebbe un tassello da aggiungere a quello che ho fatto fino ad oggi.

Musica, ballo, canto, cabaret: quale fra questi generi senti essere il più affine a te?
Se mi dicessi: “Hai trenta minuti per intrattenere il pubblico”, la prima cosa che d’istinto farei sarebbe prendere la chitarra. Ma quello sarebbe solo l’inizio, naturalmente.

Come ti vedresti in una parte drammatica?
Interpretare un ruolo drammatico mi incuriosisce tantissimo: si tratta di un’esperienza che farei volentieri, soprattutto perché è un campo che non ho mai esplorato. Quindi perché non tentare?

Pensi ti permetterebbe di scoprire aspetti della tua interiorità non ancora esplorati?
Non lo so, perché non l’ho mai fatto. Però potrebbe accadere. Perché no?

Ti senti più vicino al genere comico o a quello drammatico?
Forse potrei, per carattere, essere più affine al drammatico che al comico. Chi può dirlo?

Se dovessi parlare di te, come ti definiresti?
Una persona che riesce ad adattarsi alle richieste del pubblico, che sa leggere la platea e la situazione nel momento in cui sono sul palco e sto facendo qualcosa.

Cosa desideri, per te, nel futuro?
Debbo essere sincero?

Certo!
Aprirmi una tabaccheria!

Veramente?
Scherzi a parte, quello che desidero è la tranquillità. La mia serenità personale. Se il canale attraverso il quale tutto ciò si può realizzare è l’arte, in qualsiasi forma, allora ben venga. Se, invece, la serenità giungesse grazie all’apertura di una tabaccheria, andrebbe bene ugualmente.

E desidèri a parte, immagini gli anni a venire in qualche modo particolare?
No. La regola della mia vita è contenuta in queste parole di uno dei miei idoli, John Lennon: “Living for today”. Poi si vedrà. Vivendo alla giornata, sono riuscito ad arrivare fin qui. Vedremo dove questo mi porterà.

Ti spaventa la precarietà lavorativa congenita al mondo dello spettacolo?
Ci ho convissuto fino ad ora, quindi perché non continuare? Magari tra un anno le cose potrebbero cambiare.

Come vivi la situazione artistica attuale?
È un po’ tutto in ballo, specie in questo momento dove il mondo dello spettacolo sta attraversando un momento non semplicissimo.

Che idea ti sei fatto delle manovre restrittive per contrastare la pandemia del corona virus che hanno colpito, con gravissime conseguenze, teatri cinema, musei: in sostanza tutto il mondo dell’arte e della cultura?
Non saprei dare una risposta adeguata, soprattutto perché non è un campo di mia competenza. Io non sono un medico. Non posso fare altro che vivere questi istanti augurandomi che passino in fretta e senza conseguenze eccessivamente negative.

Ti piace più stare sul palco oppure scrivere o dirigere?
Senza alcun dubbio stare sul palco.

E fra venire diretto ed essere regista di te stesso?
Essere diretto. Fino ad ora è così. Poi in futuro non so.

Pierluigi Pietricola

Ultima modifica il Domenica, 15 Marzo 2020 07:32

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