lunedì, 06 aprile, 2020
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INTERVISTA a CARLOS VALCÁRCEL - di Michele Olivieri

Carlos Valcárcel Carlos Valcárcel

Carlos Valcárcel ha iniziato gli studi nella scuola di Victor Ullate e nella scuola di María de Ávila con Lola de Ávila e Ana Baselga. Dopo una carriera come danzatore, dove ha interpretato ruoli principali con la Compagnia di Victor Ullate, il Balletto di Toscana e il Balletto di Stoccarda, Carlos Valcárcel è diventato Direttore e principale insegnante della sua scuola di balletto a Madrid prima di entrare a far parte della “Showa di Performing Arts” a Tokyo come Principal Tutor e docente del Dipartimento di Balletto. Successivamente è entrato a far parte della “Washington School of Ballet” in qualità di docente e coreografo per studenti e ballerini della compagnia e come Ballet Master del programma di tirocinio della “Washington School of Ballet”. È stato Direttore della “English National Ballet School” dopo essere stato Direttore della “Scuola del Ballet Arizona” dal 2011. Attualmente è accreditato come guest teacher ed è giudice in concorsi internazionali di danza e balletto, tiene stage e masterclass. Ha inoltre svolto attività di coreografo e formato numerosi candidati per competizioni e concorsi di alto prestigio.

Carissimo Carlos, quando e come è nata la tua passione per la danza e il balletto?

Caro Michele, la passione per la danza è nata e si è sviluppata con l’inizio dello studio coreutico, provavo un senso di libertà e allo stesso tempo di sicurezza. Mi sentivo ben protetto, circondato da altri allievi che lavoravano alla formazione con me, per raggiungere lo stesso e comune obiettivo.

A ripensare al tuo primo giorno in sala danza da allievo quali sensazioni rivivi?
È stata una strana sensazione, rendersi conto che non avevo mai indossato una calza maglia per il balletto prima di allora. Ma se è vero che mi sentivo nello stomaco come un formicolio, si può dire che quel giorno non avrei mai pensato di passare poi più di quarant’anni immerso nella danza.

Ci racconti il tuo percorso di formazione?
Le mie prime lezioni di danza si sono svolte in un centro civico, in una piccola città vicino a Madrid. Dopo alcuni anni ho preso la decisione di dedicarmi completamente a quest’arte. Devo ringraziare i miei genitori, i quali mi hanno sempre sostenuto fin dal primo giorno. Tale decisione presupponeva che avrei dovuto trovare una scuola che potesse darmi ciò di cui necessitavo, ed è stato allora che ho iniziato il mio percorso con Victor Ullate. I primi anni con Ullate si sono concentrati su uno show televisivo per bambini in cui abbiamo ballato ogni settimana una coreografia diversa. È stata un’esperienza indimenticabile! I giorni a scuola iniziavano dalle ore 10 del mattino fino alle ore 21 della sera. Prendevamo quattro lezioni quotidiane di balletto e di prove. Da lì è iniziato quello che è stato chiamato il “Victor Ullate Ballet”. Ero molto incuriosito nel sapere com’era la danza fuori dalla Spagna. Ho deciso poi di studiare con Lola de Ávila e Ana Baselga, e più avanti nel tempo mi sono spinto a sostenere un’audizione in Europa.

Quali sono state le maggiori difficoltà nell’accostarsi al repertorio di Ullate, e come definiresti il suo lavoro e la sua eredità artistica oggi che la compagnia si è sciolta?
Victor all’epoca ci insegnava e teneva le prove degli spettacoli, quindi il suo lavoro per noi era abbastanza chiaro. Ullate durante l’atto della creazione, per esempio, non contava la musica e per me è stato uno shock quando ha invitato il primo coreografo a lavorare con noi, ho pensato a come potessi ballare e raccontare la musica allo stesso tempo! Il lavoro di Ullate è puro perfezionismo, si potrebbero trascorrere ore e ore a lavorare sui passi fino al raggiungimento del suo ideale desiderato. Per quanto riguarda l’eredità penso che il suo lavoro sia molto personale ed è evidente il percorso svolto a suo tempo con il Maestro Béjart. Infatti quando ero a Stoccarda abbiamo lavorato parecchio con il grande maestro francese, e non ho mai avuto problemi ad adattarmi alle sue coreografie e creazioni.

Quanto sei grato alle tue maestre Lola de Ávila e Ana Baselga?
È impressionante pensare a quanto un insegnante possa portarti in alto artisticamente, e questo è il chiaro esempio di Ávila e Baselga. Sono andato da loro “affamato” di conoscere e sapere, con molte domande che trovato subito una risposta chiara e decisa. L’occhio clinico e artistico di Lola è straordinario, se si può dire, è un capolavoro in sé. La sua saggezza raggiunge quasi la perfezione. Baselga è un’insegnante con i piedi ben per terra, la quale con uno solo sguardo riesce a farti una radiografia. Le ringrazierò per tutta il resto della mia vita.

A quali ruoli sei più affezionato, tra tutti quelli da te danzati ed interpretati?
Ho avuto la fortuna di lavorare con numerosi coreografi, artisti che hanno creato per me. Ricordo in particolare Hans Van Manen – anche se non ha mai creato su di me – e dei suoi pezzi che ho danzato conservo uno splendido ricordo.

Come sei poi arrivato in Italia al “Balletto di Toscana” e cosa conservi di quel periodo?
Il Balletto di Toscana ha significato molto per me, l’Italia è stato il primo Paese dove ho vissuto al di fuori della Spagna. La compagnia era la dimensione perfetta per quello di cui avevo bisogno. Necessitavo di ballare sul palcoscenico, ed è quello che abbiamo fatto senza riserve. Da quel momento ricordo tanti tour in giro con l’autobus per l’Italia. Lavoravamo con differenti coreografi ed essendo la compagnia composta da dodici persone tutti abbiamo danzato in quasi ogni titolo. Mi ha aiutato molto artisticamente e mi ha fatto maturare in scena.

Mentre al Balletto di Stoccarda?
Il Balletto di Stoccarda è stato anch’esso un passo molto importante, ho imparato a lavorare in una compagnia più grande, abbiamo lavorato con tanti coreografi direttamente sulle creazioni, abbiamo viaggiato in diversi paesi e sia il pubblico che le città ci hanno accolto benissimo. Ogni compagnia è stata una parte fondamentale nella mia vita!

Tra tutti i vari stage ai quali hai preso parte da allievo o da giovane professionista, qual è l’artista che ha particolarmente influito positivamente sul percorso futuro?
Sono davvero tanti coloro che mi hanno ispirato e guidato artisticamente. Ognuno è entrato nella mia vita al momento giusto.

Come vorresti condensare in poche parole gli attimi più emozionanti della tua carriera?
Ne è valsa sicuramente la pena!

Ci sono stati anche momenti bui? Magari nei quali hai pensato di mollare tutto?
Sì certo ci sono stati, però una cosa che i miei genitori mi hanno inculcato, fin da quando ero bambino, è che tutto quello che si comincia lo si deve portare a compimento. Quando ho smesso di ballare ho pensato che non avrei mai fatto più nulla legato alla danza, quel pensiero mi ha accompagnato per tre mesi, senza rendermi conto che nel frattempo avevo già aperto una scuola tersicorea.

Quando hai dato il tuo addio alle scene e in quale ruolo?
Ho detto addio al palco in giovane età, poi quando ho avuto la mia scuola ho voluto ricominciare a ballare. La verità è che non ho mai dato un “ultimo addio alle scene”. Ad esempio, dopo molti anni dall’ultima volta in qualità di esecutore, Anna-Marie Holmes mi ha chiesto di interpretare Gamache in “Don Chisciotte” con il “Washington Ballet” e Viengsay Valdés come ospite. In seguito Andersen mi ha proposto di interpretare il ruolo del venditore di pasta in “Napoli”, avrei soltanto dovuto passeggiare in palcoscenico, però si sono rivelati due ruoli assai importanti, tanto da avere una personale menzione sul “New York Times”.

Secondo te quali sono le differenze tra le scuole di danza italiane e quelle estere?
Ogni nazione ha i suoi aspetti interessanti, non dobbiamo dimenticare che il balletto è nato in Italia! Lo studente italiano è appassionato e non ha paura di nulla, è molto simile allo spagnolo sotto questo aspetto, penso che la scuola italiana sappia dare buonissimi frutti.

Chi sono i ballerini attualmente in scena, sul piano internazionale, a cui riconosci l’eccellenza, sia maschile sia femminile?
È molto difficile scegliere solo pochi nomi; ne adoro tantissimi, ad esempio da due generazioni differenti stimo Tamara Rojo/Mayara Magri e David Hallberg/Cesar Corrales. La lista di nomi però sarebbe davvero lunga.

E dei nuovi coreografi a chi vuoi dedicare un applauso?
In Italia avete grandi coreografi, ma una che vorrei vedere crescere in modo particolare è Roberta Ferrara.

A tuo avviso chi è stato in passato, colui o colei che ha segnato definitivamente la storia della danza mondiale portando quest’arte ad essere così amata e nobile?
Sicuramente il grande Marius Petipa.

Sovente dimenticata, María de Ávila, è stata una figura tra le più importanti nella recente storia della danza. Cosa ha significato per te il suo immaginario?
Parlando della storia della danza spagnola vale la pena notare che quasi tutti gli insegnanti e ballerini, per una cosa o per l’altra, devono tutto a Maria de Ávila. Per esempio Ullate è stato suo studente. Oltre ad essere una grande insegnante è stata anche direttrice del Balletto Nazionale. Maria de Ávila merita tutto il rispetto per la sua arte e per la sua figura, purtroppo in molti si sono dimenticati e si dimenticano di renderle i doverosi omaggi.

Oggi come si dovrebbe insegnare la danza contemporanea, da quali principi partire per una corretta formazione?
Mi è sempre piaciuto avere come insegnante qualcuno che insegnasse una tecnica, tipo Limón, Horton, Cunnigham eccetera. È importante per un allievo lavorare con diversi coreografi e insegnanti così da avere un’ampia gamma di possibilità professionali.

Quali sono le maggiori differenze a livello emotivo ed espressivo tra la disciplina classica e quella moderna, e secondo te possono sempre convivere questi due stili?
La danza classica possiede alcune forme e linee guida da seguire scrupolosamente, mentre con la danza contemporanea chiunque può sentirsi più libero di sperimentare. Fortunatamente oggi ci sono numerosi ballerini accademici che sono maggiormente versatili, e interagiscono quasi allo stesso modo. Nel panorama odierno contemporaneo i danzatori vengono lasciati più liberi sull’aspetto interpretativo a differenza della disciplina classica. Credo che le due forme debbano coesistere per contribuire a loro volta ad un maggiore sviluppo.

Cosa consigli ai giovani che desiderano entrare a far parte del mondo della danza?
Di credere sempre in sé stessi, di trovare un maestro che possa guidarli con cognizione. Naturalmente di lavorare sodo e, soprattutto, di non dimenticare mai che la danza è un’arte.

Qual era il biglietto da visita della tua scuola di balletto a Madrid? è ancora aperta?

Sono una persona che lavora sodo, il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via. Quando ho aperto la mia scuola ho sempre dimostrato che lavorare sodo non era un problema per me. È stata una fase speciale in cui mi sono scoperto nel ruolo di docente, è chiaro che l’insegnante che ero nel 1997 non è lo stesso che sono oggi nel 2020, ma se c’è una cosa che non è mai cambiata è la voglia di un lavoro ben fatto. Per motivi personali la scuola ha chiuso i battenti nel 2003, quando sono partito per Tokyo.

Nelle vesti di principal tutor alla scuola Showa di Performing Arts di Tokyo quali sono stati gli obiettivi raggiunti?
La “Showa School for Performing Arts”, ha offerto un corso di formazione di due anni per i maggiorenni, ho seguito l’evoluzione di ogni studente, ho insegnato loro ogni giorno diverse discipline. Desidero sottolineare che ad oggi ci sono ex studenti, i quali provengono da quella realtà, che danzano con successo a livello professionale.

Mentre alla Washington School of Ballet?

La “Washington School of Ballet” è stato il mio primo lavoro negli Stati Uniti, ero entusiasta di conoscere il sistema delle scuole americane, lì mi sono dedicato all’allenamento degli studenti nei loro ultimi anni di formazione, offrendo loro un attento tutoraggio con coreografie e preparazioni per concorsi di balletto, ottenendo ottimi risultati. Ho anche curato artisticamente i ballerini della compagnia e li ho provati in scena quando necessario, ho aperto loro la strada al corso di tirocinanti in qualità di docenti di balletto. Abbiamo creato un’atmosfera buona, fatta di duro lavoro ma anche di grande soddisfazione reciproca.

Sei stato Direttore dell’English National Ballet School, una tra le istituzioni più celebri a livello internazionale, dopo essere stato anche Direttore della Scuola del Ballet Arizona. Nelle vesti dirigenziali quali sono le tue linee guida nella formazione dei giovani allievi?
Bisogna iniziare sempre dalla corretta base da cui lo studente poi fiorirà una volta ben preparato. La scuola in Arizona si è rivelato un progetto molto bello in cui ho imparato a lavorare partendo da un budget annuale, passando all’insegnamento e alla messa in opera del mio curriculum fondato sulle precedenti esperienze. Ci sono alcuni aspetti che desidero tralasciare della scuola inglese, la cosa essenziale in tutte e due le occasioni di formazione è stata che gli studenti potevano entrare direttamente nella compagnia dell’Arizona o in quella dell’ENB con una forte competenza. Dopo tutto, gli insegnanti desiderano solo il meglio dai loro studenti.

Tra tutte le tue partner artistiche chi vuoi ricordare per empatia scenica?
Di tutte le ballerine con cui ho condiviso il palcoscenico conservo un ricordo particolare. Trascorrendo molte ore assieme per le prove è importante, a mio avviso, instaurare una relazione speciale.

Secondo te qual è la differenza tra l’essere un buon danzatore e un buon insegnante?
Il buon ballerino è colui che possiede la qualità camaleontica di saper trasformare la sua danza, contribuendo a sé stesso e al balletto che esegue. Il buon insegnante è colui che ha l’occhio clinico per aiutare il ballerino nel raggiungere il massimo potenziale.

Tra i vari metodi di insegnamento della danza classica accademica, a quale ti ispiri?
Le mie lezioni sono una miscela di differenti metodi, cerco così di dare allo studente una condotta tersicorea particolarmente attuale.

Oggi ti dedichi ad una carriera da guest teacher, la danza è per tutta la vita?
Non lo so, come insegnante devo dare agli studenti e ai ballerini ciò che gli altri maestri mi hanno passato prima. Ora devo cogliere l’occasione per seguire la mia missione in quanti più posti possibili sparsi nel mondo.

Abbiamo avuto la possibilità di sedere insieme in una giuria ad un concorso di danza internazionale, quali sono gli aspetti che ti colpiscono in un candidato/a al di là della tecnica fine sé stessa?
È importante che i ballerini conoscano il significato della variazione interpretata. A volte ho la sensazione che gli stessi non capiscano il senso del ruolo danzato. Quando la tecnica e il virtuosismo sono confusi con la ginnastica o il circo c’è un grave problema. Un buon lavoro, una buona presentazione, una pulizia del movimento ed un’attenta musicalità sono per me il regalo più bello!

Con la maturità la passione per la danza rimane sempre la stessa oppure cambia di pari passo con l’incedere degli anni?
Nelle fasi della vita questo aspetto è spesso confuso con l’ossessione. La passione oggi è la stessa, se è vero che si cerca un equilibrio per non perdere il nord (come si dice in spagnolo).

Michele Olivieri

Ultima modifica il Venerdì, 13 Marzo 2020 09:35

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