giovedì, 05 dicembre, 2019
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INTERVISTA a MICHA VAN HOECKE - di Michele Olivieri

Micha Van Hoecke. Foto Mario Sguotti Micha Van Hoecke. Foto Mario Sguotti

Micha van Hoecke nasce a Bruxelles, il padre era un pittore belga e la madre una cantante russa; studia a Parigi con Olga Preobrajenskaya e nel 1960 fa parte della Compagnia di Roland Petit. In questo stesso periodo svolge anche attività come attore di cinema ("Les loup dans la bergerie", "Samdi soir", "Le petit garcon de l'ascenseur" e numerosi altri). Entra a far parte del "Ballet du XXè siècle" di Maurice Béjart. Nel 1979 viene nominato direttore artistico della Scuola Mudra, centro di formazione per artisti a Bruxelles. Nel 1981 cura le coreografie del film "Bolero" di Claude Lelouch. Quello stesso anno, con alcuni ballerini della scuola Mudra, fonda l'Ensemble di Micha van Hoecke, compagnia di danza contemporanea. Ha collaborato con famose artiste come Carla Fracci, Ute Lemper, Luciana Savignano, e con registi del calibro di Luca Ronconi, Liliana Cavani, Roberto De Simone, e ha stretto un particolare sodalizio con il Maestro Riccardo Muti che ha dato vita a tante produzioni di rilievo e prestigio. Ha creato coreografie per numerosi teatri e festival tra i quali: Teatro dell'Opera di Roma, Teatro alla Scala di Milano, Teatro San Carlo di Napoli e per il Festival d'Avignone. Dal 1990 è particolarmente intensa la sua collaborazione con il "Ravenna Festival", dove debutta anche nel ruolo di regista d'opera con "La Muette de Portici" di Auber. Per questo Festival ha creato molte opere, tra cui nel 1992 "Adieu à l'Italie", che ha ricevuto il premio della critica italiana per la migliore coreografia moderna. Nel 1997 viene nominato coordinatore per il ballo del Teatro Massimo di Palermo, con l'incarico di curare le coreografie per "Aida", opera che inaugura la riapertura del Teatro nel 1998. Per il Teatro Stabile di Catania firma nel 1999 la regia e la coreografia di "Le Troiane" da Euripide e Seneca. Nello stesso anno è nominato direttore del ballo e coreografo principale del Teatro Massimo di Palermo. Nel 2002, per "I sette peccati capitali" di Bertolt Brecht su musiche di Kurt Weill, riceve il premio Danza&Danza 2002 per la migliore coreografia, e poi viene chiamato a realizzare le coreografie di "Ifigenia in Aulide" con la direzione di Riccardo Muti, che inaugura la stagione d'opera del Teatro alla Scala di Milano. Anche nel 2003 inaugura la stagione alla Scala con le coreografie per "Moïse et Pharaon", sempre sotto la direzione di Riccardo Muti. Crea le coreografie, eseguite dal suo Ensemble, per il "Concerto di Capodanno" 2005 al Teatro la Fenice di Venezia. Nel 2006 crea il balletto "La Regina della Notte", omaggio a W.A. Mozart. Nel 2007 compone "Le Voyage", creazione su musiche tzigane russe per il "Ravenna Festival" che dedica al suo Ensemble e nel 2008 cura la regia e la coreografia di "Salomè" tratta dall'opera di Oscar Wilde. L'anno successivo firma regia e coreografia per le "Baccanti" da Euripide. Nel 2012 "Nobilissima visione" per il "Ravenna Festival" con la direzione di Riccardo Muti. Alle Terme di Caracalla nel 2011 firma regia e coreografia di "Aida", nel 2013 "Terra e Cielo", nel 2014 "Verdi Danse" e nel 2015 "Carmina Burana" con i costumi di Emanuel Ungaro. Dalla Stagione 2010-2014 è stato Direttore del Corpo di Ballo del Teatro dell'Opera di Roma. Nel 2015 per il Teatro Vittorio Emanuele di Messina crea "Comme un souvenir, La Pastorale" di Beethoven con la collaborazione del Teatro Nazionale di Belgrado. Nel 2016 riceve un premio fedeltà per ventisette anni di splendida collaborazione con il "Ravenna Festival" ed entra a far parte degli "Amici Onorari" del Festival. Il 21 marzo del 2018 è di scena la prima nazionale di "Pierino e il Lupo qualche anno dopo..." al Teatro lo Spazio di Roma. Nel 2018 mette in scena una creazione per il corpo di ballo del Teatro Massimo di Palermo dal titolo "Pink Floyd" e "Carmina Burana".

Carissimo Maestro Van Hoecke, la tua carriera è così lunga, ricca ed affascinante che è quasi difficile elencare tutti gli eventi, le esibizioni e le collaborazioni. Da bambino ti saresti mai aspettato un futuro così ricco di soddisfazioni artistiche?
Ho vissuto in una famiglia di artisti, tra musica e canto, pittura e danza. Ero contornato da tanti maestri ed esteti: i miei genitori, mia sorella, i miei zii e numerosi altri artisti che ho conosciuto fin dalla più tenera età. Mi è difficile oggi rispondere a questa domanda perché loro erano così veri e autentici. Penso più a loro che a me stesso!

Ma la danza e il mondo del teatro è sempre stato il tuo sogno o da ragazzino ambivi a qualche altra professione?
No, io amavo giocare in strada. Ho avuto poi la fortuna all'età di quindici anni di incontrare il palcoscenico e lo schermo in diverse occasioni e così è nata la mia vena artistica.

Quali sono stati i momenti più importanti nella tua formazione e a quali maestri sei più grato?
L'interesse personale per tutte le arti, la letteratura, la poesia, la musica e molto altro. Tutto ciò proveniva dalla mia famiglia. La scuola russa a Parigi che con mia sorella frequentavo ha creato in me due mondi. Da una parte la Russia di mia madre, e dall'altra la Francia di mio padre. Così è stato per la danza. Ma a quell'epoca si diceva che essere un russo nel mondo del balletto ti faceva apparire come un genio... ero convinto che non c'era bisogno di studiare!

Sei nato a Bruxelles, una città ricca di cultura, storia e di arte. Com'era vissuta ai tuoi tempi la danza in Belgio?
Diciamo che prima dell'arrivo di Maurice Béjart nel 1960 non c'erano grandi cose in Belgio, a parte l'aver visto il "Grand Ballet du Marquis de Cuevas". Rimasi folgorato dalla danza dell'Arlecchino.

Lasciata Bruxelles ti sei trasferito a Parigi per studiare. Qual è stato l'impatto con la grande maestra Ol'ga Preobraženskaja, storica ballerina ed insegnante del Balletto Imperiale Russo?
Dopo essere stato in Spagna, dove i miei genitori avevano un contratto professionale in cui mia madre cantava accompagnata da due chitarristi - uno dei quali era il mio padre - volevano che diventassi un costruttore di chitarre, ma io preferii andare poi con loro a Parigi. In quel periodo provai forti emozioni e scoperte, ci sarebbe da scrivere un libro su quel periodo appartenente al mondo russo immigrato in Francia. Ho conosciuto tante persone con storie inimmaginabili.

Un tuo ricordo particolare per Roland Petit, lavorare al suo fianco come ti ha arricchito?
Avevo quindici anni, mi ricordo della compagnia con tante grandi personalità!! Lo spettacolo era bellissimo, si trattava di "Cyrano de Bergerac". Mi ricordo perfettamente di Colette Marchand e Roland Petit.

In seguito sei entrato a far parte del "Ballet du XXè siècle" di Maurice Béjart dando un grande impulso e una spinta alla tua carriera. A quali produzioni di quei tempi sei più legato?
Dopo aver preso parte ad una serie di film come attore, a diciassette anni sono entrato nella compagnia di Maurice Béjart. Spettacoli come Baudelaire, Nijinsky clown de Dieu, Symphonie pour un homme seul, Notre Faust, e numerosi altri mi hanno fatto scoprire una inedita visione artistica.

Maurice Béjart cosa ha rappresentato per te e qual era la sua autentica essenza creativa ed emotiva?
Sicuramente rappresenta ancora oggi un genio con tutto ciò che ne implica. La sua creatività era dovuta all'immensa cultura che possedeva. La danza come linguaggio che superava la parola, il legame tra tutti popoli e le culture "Tout les hommes sont frères". Come nella sinfonia di Beethoven. Possedeva un enorme senso della teatralità.

Nel 1979 vieni nominato direttore artistico della Scuola Mudra, il centro di formazione per artisti di Bruxelles. Come avevi improntato le tue linee guida e quali sono state le soddisfazioni più singolari?
Le linee guida erano quelle che mi aveva insegnato Maurice Béjart. Le quali corrispondevano alla mia esperienza personale, danza, canto, cinema, per esprimersi con tutte le possibilità dell'essere. La soddisfazione più singolare è che molti studenti entrati nella scuola ai miei tempi sono oggi grandi artisti riconosciuti internazionalmente.

L'aver inframmezzato la danza con il cinema a cosa è stato dovuto? Come ti sei avvicinato a questo mondo?
Amo il tutto. E questo tutto si fonde uno nell'altro come "Jeux" di Debussy.

Nel 1981 hai curato le coreografie del film "Bolero" di Claude Lelouch, un film importante che ha vinto il "Grand Prix" al Festival di Cannes?
Non posso dimenticare la mia partner Linda Dingwall, una artista inestinguibile!

Un tuo speciale pensiero per l'inarrivabile Jorge Donn?
Donn era solare, eravamo amici, quasi fossimo fratelli, vivevamo insieme come nella "Boheme" di Charles Aznavour, accompagnati da un piccolo gruppo di altri danzatori... fino a tarda notte!

Con alcuni ballerini della scuola Mudra, hai poi fondato l'Ensemble di Micha van Hoecke, una prestigiosa ed internazionale compagnia di danza contemporanea. Mi dai una tua idea ben specifica di danza contemporanea?
Tutto ciò che appartiene all'oggi è contemporaneo. Ci sono artisti, grandi artisti del contemporaneo. Penso che l'Arte della danza sia sempre e costantemente in evoluzione. Amo tutte le discipline universali associate alla danza.

Cosa ti ha colpito in particolare di Miki Matsuse, danzatrice dell'Ensemble ma anche moglie e braccio destro?
Quando ho conosciuto Miki Matsuse sono rimasto colpito fin da subito dalla sua personalità, dalla sua forza, dalla sua decisionalità e dal grande rigore. In più ha una tecnica non indifferente, accompagnata da uno sguardo misterioso, qualcosa di realmente profondo.

Maestro hai avuto l'onore di collaborare con alcuni tra i più bei nomi del gotha internazionale: Carla Fracci, Luciana Savignano, Maguy Marin, Luca Ronconi, Ute Lemper, Riccardo Muti e numerosi altri. Uno spirito d'unione alla ricerca dell'interprete totale ed ideale per ogni tua creazione?
Uno spirito d'unione, perché nessuno si senta mai abbandonato.

Tra tutti i teatri del mondo in cui hai lavorato dove ti sei sentito più a casa? E qual è a tuo avviso il pubblico più affettuoso e competente nei confronti del balletto?
Spero, e voglio pensare, che tutto ciò si trovi in Italia.

Sei stato direttore del Corpo di ballo del Teatro dell'Opera di Roma. Quali sono le maggiori difficoltà nel ricoprire cariche così importanti?
Fino a quando i corpi di ballo dei teatri lirici non avranno una propria autonomia sarà impossibile pretendere di essere realmente dei direttori.

Dovendo tirare una sorta di bilancio sulla tua invidiabile carriera ancora oggi in pieno fermento creativo, qual è il primo pensiero?
Essere stato necessario all'arte.

Qual è il tuo primo ricordo legato alla professione di coreografo e qual è stato il tuo primissimo lavoro?
Dentro di me rimane sempre "Le Journal d'un fou" di Nicolas Gogol con i danzatori del "Ballet du XXe siècle" a Bruxelles.

Quando hai calcato per la prima volta il palcoscenico, in quale occasione?
Dev'essere accaduto vicino a Parigi per un concorso di danza, avevo dodici anni, ma la mia sorella gemella ha poi vinto.

Qual è, tra tutte le tue creazioni, quella che più hai amato?
Sicuramente la prima, "Le journal d'un fou".

Hai goduto di un'infinità di incontri, chi ha lasciato un segno particolare e perché?
Patrick Belda, un grande danzatore, delfino di Maurice Béjart, deceduto a soli ventiquattro anni per un incidente d'automobile, questo episodio ha segnato il mio destino. La mia carriera era legata soprattutto ad essere un attore di cinema, infatti stavo per lasciare la compagnia di Béjart. Avevo già interpretato qualche film.

Come ti prepari e da dove trai ispirazione per una nuova creazione?
Non sono mai preparato, mi piace raccontare qualcosa con il gesto e la musica. Evidentemente creo quando sento che c'è qualcosa da dire. Amo molto la collaborazione!

C'è in particolare un artista della danza appartenente alla storia con cui ti sarebbe piaciuto lavorare anche solo idealmente?
Un nome su tutti, Leslie Caron.

Il teatro è composto da così tanti mestieri: luci, costumi, scenografie, trucco, parrucco e così via... oggi esiste ancora quell'artigianalità ricca di sfumature nella ideazione e nella costruzione o si è perso lasciando spazio alla tecnologia?
Penso che esistano ancora dei grandi maestri per tutti questi mestieri. Credo che tutto sia possibile se si rispetta innanzitutto quella comunicazione umana tra il palcoscenico e il pubblico. La tecnologia va avanti velocemente, si potrebbero avere degli spazi adatti a questo modo di comunicare per esprimersi nel futuro, ma fino ad ora abbiamo parlato di artisti.

Che ricordi conservi delle esperienze nel tempio mondiale del Teatro alla Scala?
Mi ricordo soprattutto l'invito di Roberto De Simone per "Orfeo" di Gluck e l'incontro magico con Riccardo Muti, Cristina Muti e Chiara Muti.

Mentre all'Opéra di Parigi?
L'Opéra Bastille mi è sembrata un luogo pieno di ascensori, corridori, scale mobili, tanti piani a tratti inquietante. Invece l'Opéra Garnier vive tutta un'altra dimensione, i muri respirano ancora, si percepisce l'energia di tante straordinarie creazioni che fanno parte della sua straordinaria storia.

Cosa ha significato per te il "Ravenna Festival" nel tuo percorso artistico?
L'idea che il teatro sia un luogo di creazione, l'unione di diverse espressioni, uno spazio di formazione, di ricerca. Questo Festival è tra le maggiori manifestazioni artistiche a livello internazionale. Un matrimonio tra una bottega artigianale e straordinari eventi, sotto la guida di Cristina Muti che ha saputo creare una équipe lungimirante. Mi ha sempre affascinato!

Cosa provi oggi ad entrare in palcoscenico, dopo tanti anni di esibizioni e frequentazioni? Le emozioni sono sempre le stesse o nel tempo la passione cambia?
Non è cambiato assolutamente niente!

Un giorno a pranzo mi hai detto una frase che mi ha colpito in particolare e cioè che "la danza non conosce le barriere della parola", oggi forse più che mai di totale attualità?
Sì, Michele è proprio così!

So che hai stimato particolarmente Kazuo Ōno, un immenso artista giapponese a cui anch'io ho dedicato diverse letture e approfondimenti. Il gesto in lui era "bellezza e potenza allo stato puro"?
Certo, ma non dimentichiamo mai l'anima, il suo gesto era l'espressione dell'anima. Questo aspetto a mio avviso è il significato della danza in senso totalizzante.

Per concludere, carissimo Misha, come arricchisci le tue giornate trovando sempre nuovi stimoli, in quale maniera nutri quotidianamente il fuoco dell'arte?
Avendo un'anima russa da parte di madre, sono sempre tormentato, il giorno e la notte combattono in me fino a che non appare una piccola luce.

Michele Olivieri

Ultima modifica il Lunedì, 02 Dicembre 2019 10:03

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