venerdì, 20 settembre, 2019
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INTERVISTA a ROBERTO HERLITZKA - di Pierluigi Pietricola

Roberto Herlitzka Roberto Herlitzka

"Ho sempre pensato alla figura dell'attore come uno strumento in ogni sua parte: voce e corpo. Acquisire, con gli anni e l'esperienza, ottima padronanza e ottimo controllo di questo strumento, in particolare dell'aspetto vocale e della respirazione, consente all'interprete di poter affrontare qualsiasi ruolo". Poche, ma decisive parole, che spiegano alla perfezione RobertoHerlitzka, il suo metodo di lavoro, il suo ineguagliabile raffinato e originale stile interpretativo.
Nel prossimo Festival di Todi, Herlitzka darà luogo ad una lettura suggestiva di Primo Levi nel corso di uno spettacolo - Il canto di Ulisse - che ripercorrerà il dramma del grande scrittore, morto suicida per l'incapacità di sostenere il peso di un ricordo tragico e indicibile come fu l'olocausto.
Abbiamo deciso di incontrare Herlitzka per discorrere di questa sua ultima impresa, ma anche per ripercorrere la storia di un eccezionale interprete delle scene italiane e internazionali.

Maestro Herlitzka, ci racconti la sua esperienza nel dar voce anima e sentimenti a Primo Levi, sia come autore che come personaggio in questo spettacolo.
Non è la prima volta che ho occasione di fare letture in pubblico dedicate a Primo Levi. Accadde già quando interpretai una sua poesia, Se questo è un uomo. Poi ve ne fu un'altra particolarmente felice. Si trattava di un racconto, tratto dal volume La chiave a stella, il cui protagonista era un operaio e che io lessi con accento piemontese per mettere in risalto il ruolo di questo personaggio. Ricordo che la cosa piacque molto al mio maestro Orazio Costa. Infine vi fu un'ulteriore circostanza, che vide la figura di Levi come ispiratrice. Si trattava dell'economista Caffè, misteriosamente scomparso, che io interpretai nel bellissimo film L'ultima lezione. Caffè pare fu molto colpito dal modo con cui Levi mise fine alla sua vita, al punto che in tanti avanzarono l'ipotesi che egli decise di scomparire in seguito a tale evento.

E per lei vi sono davvero analogie tra la fine di Levi e quella di Caffè?
Difficile affermarlo con certezza. Posso solo dire, però, che L'ultima lezione è un film bellissimo e dovrebbe essere visto dal pubblico per fare la conoscenza di un uomo di grande valore per l'Italia. Di questi tempi, purtroppo, le persone sono letteralmente male educate, mostrano - cioè - poco interesse per la cultura.

La cultura ha sempre avuto un ruolo centrale nella sua professione.
E non sarebbe potuto essere diversamente. Non c'è dubbio che si fa l'attore per piacere agli altri, e questo gradimento contribuisce ad accrescere una certa componente narcisistica tipica di chi fa il mio lavoro. Ma non bisogna dimenticare che tutto ciò lo si fa per comunicare qualcosa, per avere un contatto con l'esterno (che è ciò che rimane dell'evento teatrale). Se in questo lavoro vi è anche una dose di cultura, allora il tutto si fa più ricco: la comunicazione, la componente di piacere e quella di gradimento.

Quando lei scelse di fare l'attore, i suoi genitori come accolsero la decisione?
Non fecero mai problemi. Anzi: appoggiarono questa mia scelta favorendomi ed aiutandomi. Gli unici appunti che mi facevano, riguardavano alcuni ruoli che, a loro dire, non mettevano in luce le mie doti di interprete. Ma questo è comprensibile e scusabile, perché i genitori desiderano sempre il meglio per i loro figli.

Lei ha avuto la fortuna di lavorare in un periodo d'oro per il teatro italiano: gli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Fu una stagione di ricerca e sperimentazione intensissime. Che ricordo conserva di quei momenti?
Fu un periodo felicissimo per il teatro. Io ho avuto la fortuna di avere dal mio maestro Costa una preparazione decisamente classica, tradizionale direi. E badi che lui è stato il più sperimentale fra i registi della sua generazione. Però riteneva, giustamente a mio avviso, che avere alle spalle una formazione classica consente di affrontare la novità in modo più consapevole, senza restarne storditi. Grazie a tutto questo, ebbi modo di godere delle innovazioni e di farle mie. Nel mio spettacolo Ex Amleto ricordo che inserii alcuni aspetti derivanti da queste fasi sperimentali come segno di una mia partecipazione a quella fase di rivoluzione.

Quali sono le doti che, a suo dire, dovrebbe avere un regista?
Io posso parlare basandomi sulla mia esperienza, e le dico che avendo lavorato, per fare qualche esempio, con Orazio Costa, Antonio Calenda, Mario Missiroli, Luigi Squarzina, Peter Stein, Roberto Andò, Walter Pagliaro, Ruggero Cappuccio, Teresa Pedroni ed altri, vi sono due tipologie di registi: quelli che propongono qualcosa che mi pare di non dover modificare in alcun modo; e in tal caso, da parte mia, vi è un grande piacere nell'affidarmi a chi mi dirige e divenire strumento nelle sue mani. Poi vi è un'altra tipologia la quale, invece, ricerca la collaborazione dell'attore nella preparazione di un ruolo. Calenda, per esempio, rientra in questa seconda categoria di registi, che partono da idee ben precise ma sono sempre pronti ad accogliere un contributo da parte degli interpreti. A mio avviso questo è il modo migliore di lavorare per un attore. Registi di entrambe le tipologie, debbo confessare, mi pare ve ne siano sempre meno oggigiorno.

Tornando a Primo Levi, secondo lei qual è la particolarità per la quale deve oggi essere ricordato?
Io non sono un esperto, però credo che di Primo Levi non si possa ignorare assolutamente niente. Innanzitutto dell'uomo e poi dello scrittore. Senza nulla togliere alle qualità proprie del Levi autore - eccezionali fin dalle prime prove narrative -, mi pare che la fonte primaria della sua ispirazione sia stata il suo tragico vissuto, la terribile vicenda di cui fu involontario protagonista. Di fronte ad un'esperienza estrema come quella dell'olocausto, dove vi fu una scientifica lobotomia dell'animo e della personalità degli individui, Levi ebbe la rara dote di essere sempre testimone lucido e disponibile nel far partecipi gli altri della sua personale vicenda.

La vicenda di Levi la coinvolge molto?
Mi coinvolge moltissimo sul piano umano, come immagino a chiunque capiti di leggere le cose che egli ha scritto. Di fronte a ciò che Levi racconta e dice credo sia impossibile e impensabile restare indifferenti.

Il canto di Ulisse chiama in causa un altro autore a lei caro: Dante e la sua Commedia. Lei condivide l'opinione che Levi avanza su Dante nelle pagine di Se questo è un uomo?
Io credo che su Dante si possano accogliere le opinioni più disparate: è un poeta talmente grande da non escludere alcuna diversità di punti di vista. Poi si può non concordare, ma questo è nelle cose. Di quello che Levi afferma su Dante, personalmente, mi tocca la parte più romantica - se così posso dire - di questo eroe (l'Ulisse del XXVI Canto dell'Inferno), dannato a priori e che si perde per ottenere qualcosa: virtute e conoscenza. Anche Primo Levi si trova di fronte a Colonne d'Ercole incredibili dalle quali, però, cerca di uscire invece che di attraversare. Questo aspetto mi attira molto.

Per parte di suo padre lei ha origini cecoslovacche. Lei sente vive in sé queste radici boeme?
Non in modo così forte. Non ultimo perché mio padre nacque a Torino, come me del resto, e l'ultimo boemo in senso stretto credo sia stato il nonno di mio nonno. Diciamo che avverto una parentela ideale con alcune atmosfere e certi umori. Per fare un esempio, credo sia in virtù di questo che sento Kafka particolarmente vicino. Ma non nego che un'esperienza simile possa capitare anche a un calabrese.

Oggi il rapporto fra il mondo del teatro e quello della critica drammatica è quasi ridotto al silenzio, fatte poche eccezioni. Lei cosa pensa in proposito?
Io sono fra quelli che pensano che la critica sia molto importante e che questo rapporto vada recuperato. Come dicevo prima, di uno spettacolo teatrale resta pochissimo: il contatto che si instaura fra l'attore e il pubblico durante la rappresentazione, e le eventuali recensioni che vengono pubblicate sui giornali o su riviste specializzate. Un tempo il rapporto con la critica era molto sentito, al punto che quando qualche attore riceveva giudizi non particolarmente favorevoli sul suo lavoro, costui reagiva in modo direi abbastanza vivace fin quasi a sfiorare una certa violenza. Oggi tutto questo non c'è più. La critica è stata sostituita dalla presentazione. Non vi sono più le analisi che un tempo si leggevano nelle recensioni. Questo trovo costituisca una perdita culturale non di poco conto.

Lei che rapporti ha avuto con la critica nel corso della sua carriera?
Su di me la critica si è sempre divisa: o piacevo o non piacevo affatto. Ad esempio ricordo che per un lungo periodo il grande Franco Quadri ha scritto su di me articoli decisamente negativi. Poi, all'improvviso, ha cambiato idea. Una persona con la quale ho sempre avuto un rapporto di amicizia, e che mi ha recensito e recensisce non per simpatie personali ma rispondendo ad un suo criterio di correttezza professionale, è Rodolfo Di Giammarco. Un altro critico col quale sono addirittura stato compagno di scuola al liceo è Guido Davico Bonino: con lui siamo amici tutt'ora. Lo ripeto: la figura del critico è importante, non solo per chi fa il mio lavoro, e dovrebbe tornare ad avere il ruolo centrale di un tempo.

Che opinione ha dell'attuale situazione teatrale?
Io oggi vado poco a teatro, quindi non sono aggiornatissimo. Posso però dire che, a mio avviso, i contesti cosiddetti consacrati dei teatri stabili ad iniziativa pubblica e privata hanno la tendenza a sperimentare poco, perché preferiscono andare sul sicuro. Quando si prende una decisione del genere, il rischio è di dar vita a spettacoli che non lasciano segno alcuno fra il pubblico.

Secondo lei a cosa è dovuto tutto questo?
Io credo che la causa vada ricercata nella legge del mercato che è penetrata prepotentemente anche nel mondo del teatro. Andare sul sicuro è più facile che rischiare battendo vie che, in previsione, non garantiscono alcuni risultati. Come, però, ci ha insegnato la storia recente, non sempre il conseguimento della certezza è garanzia di successo. Spesso avviene il contrario, cioè che chi ha azzardato ottiene soddisfazioni che vanno al di là di ogni aspettativa.

Una volta c'erano i teatri-off, luoghi dove avveniva tantissima sperimentazione.
I teatri-off esistono ancora oggi. Io ho lavorato tantissimo con loro e spesso mi hanno offerto ruoli interessantissimi. La sperimentazione oggi ancora c'è. Il punto è che non è più così pubblicizzata come in passato ed è nota solo a pochi: per gli addetti ai lavori o per gli appassionati.

Fra i giovani attori contemporanei lei vede qualcuno che, per metodo di lavoro, le somiglia e che possa in futuro essere un suo erede?
Sarei troppo pieno di me se pensassi di avere un'immagine del mio lavoro nitida al punto da supporre che qualcuno possa continuarla prendendola in eredità! Ci sono molti bravi attori che mi colpiscono proprio perché differenti da me. Lavorano in modo diverso da come io sono stato abituato e da come mi hanno insegnato. E mi colpiscono proprio per questo.

A quale risultato deve giungere l'attore secondo lei?
La spontaneità. Ma stiamo attenti: essa non deve mai essere a priori, bensì a posteriori. L'interpretazione spontanea, per me, è sempre il frutto di un lavoro, individuale ed intellettuale, a conclusione del quale si impersona quel ruolo con naturalezza cosciente e mai con inconsapevolezza.

Pierluigi Pietricola

Ultima modifica il Martedì, 27 Agosto 2019 06:39

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