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ZOMPO (LO) e MARI/AGE - regia di Rosario Palazzolo

"LO ZOMPO-MARI/AGE", regia di Rosario Palazzolo "LO ZOMPO-MARI/AGE", regia di Rosario Palazzolo

LO ZOMPO
testo e regia di Rosario Palazzolo
con Cinzia Muscolino

MARI/AGE
testo e regia di Rosario Palazzolo
con Delia Caliò, Viviana Lombardo, Sabrina Petyx, Dario Raimondi, Chiara Italiano

Scene Luca Mannino
Luci Michele Ambrose, Alice Colla
Aiuto regia Antonella Babbone, Monica Cavatoi
Assistenti alla regia Irene Curatolo Nocera, Angelo Grasso
Tecnico di scena Antonino Troia
Diario di bordo Vincenza Di Vita, Gandolfo Schimmenti

In scena al TMO – Teatro Mediterraneo Occupato fino al 23 dicembre 2016

www.Sipario.it, 18 gennaio 2017

Lo zompo-Mari/age. L'opera galleggiante di Rosario Palazzolo

Storie crudeli orecchiate per caso, osservate di sfuggita: la dilogia Lo zompo-Mari/age di Rosario Palazzolo come opera galleggiante, perversa seduta spiritica radunata per evocare la consequenzialità degli errori, lo squallore in tempo di pace.
Lo sproloquio fine a se stesso di una professoressa di matematica (Cinzia Muscolino) offre la prima dissezione della storia da una prospettiva obliqua, irrisolta: il caso di Samantha, bambina di umilissime origini già in odore di santità, taumaturga dotata di quei poteri che rendono la religione puerile scaramanzia. L'occasione è una seduta dedicata alle Rivelazioni, con la maiuscola per suggerire quell'enfasi da cristianesimo delle origini, pura verità in un mondo assediato dalla menzogna. Storia di una sincera vocazione per il razionale, per quell'1+1 costretto a rivelare lo stesso risultato a qualsiasi latitudine: non può nulla l'illuminismo, tuttavia, contro il luccicare del business religioso ordito dalla famiglia, invincibile come l'omertà che protegge gli aguzzini della santa, chiamata da tutti Maria con scontato fragore. In loop per l'intera durata del monologo il brano Servo per amore di Gen Rosso, ossessiva vertigine che traduce l'inquietudine di uno spirito paranoico avviato a scavare un solco tra sé e il mondo circostante. Non servono a nulla le corse forsennate da un posto all'altro, le invettive contro un pubblico indifferente: l'applauso non può colmare i vuoti della rivelazione; gli interrogativi restano tutti sul campo. Ci si addentra così nei territori di Mari/age, farsesca sagra kitsch dai tic proletari, pranzo di nozze con gli spettatori in veste di invitati. Le note di Al Bano e Romina, Fausto Leali e ancora Gen Rosso, il karaoke, un brindisi da compiere come rito iniziatico: Samantha (Delia Calò) ha trovato il suo uomo (Dario Raimondi), le cugine in festa (Viviana Lombardo e Sabrina Petyx) le concedono un giorno di tregua da prodigi divenuti oramai ordinaria contabilità. Si riavvolge il nastro delle battute, cambiano gli interpreti, Samantha e il marito raccontano al pubblico pensieri stentati, fantasie di provincia, sogni comuni. Il processo si arresta con clamore: liberi tutti.
Le ampie e gelide sale del TMO - Teatro Mediterraneo Occupato di Palermo accolgono il dittico di Palazzolo nel silenzio di una rivelazione che disgrega lentamente polvere di umanità da un nucleo fortemente idealistico. Se il ritmo della prima parte induce ad una riflessione flaubertiana sulla noia, le pirotecnie di Mari/age restituiscono quell'ironia selvaggia solo intravista nel lungo monologo di una brillante Cinzia Muscolino, quasi un moderno Charlot a bagno nel neorealismo. Sintesi a tratti sfuggente per una storia che non reclama attenzioni particolari: a susseguirsi nel corso di tre ore solo finte rivelazioni in cui l'elemento religioso è semplice contorno, mai banale sacramento. Dalla riva del fiume si assiste al dramma di poveri infelici: non solo l'immagine di John Barth già evocata in apertura, ma quasi un Manzoni alla finestra nei bassi palermitani. Un matrimonio da celebrare, i bravi fuori dalla scena, gli antagonisti codificati nelle perfide e sventate cugine: costruzione articolata se il lavoro procede con gli sbalzi tutti siciliani di quel Consolo esordiente nella Ferita dell'aprile, quando si illustravano scoperte e umiliazioni con le parole di un Pinocchio senescente.
Il risultato è una crudeltà senza eccessivi imbarazzi in un'opera che abdica all'onnipresente politica per erigere un cero ad una madonnina scontrosa (una fulminante Chiara Italiano), protagonista riottosa dell'eterna commedia umana. Uno sputo in faccia alla società borghese: nella sprezzatura l'ultima speranza.

Domenico Colosi

Ultima modifica il Venerdì, 20 Gennaio 2017 08:59

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