martedì, 18 settembre, 2018
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VERSO MEDEA - regia Emma Dante

Elena Borgogna in "Verso Medea", regia Emma Dante Elena Borgogna in "Verso Medea", regia Emma Dante

Spettacolo-concerto da Euripide
testo e regia Emma Dante
con Elena Borgogni, Carmine Maringola, Salvatore D'Onofrio, Sandro Maria Campagna, Roberto Galbo, Davide Celona
musiche e canti Fratelli Mancuso
luci Marcello D'Agostino
organizzazione Aldo Miguel Grompone
produzione Compagnia Sud Costa Occidentale
Palermo, Teatro Biondo dal 15 al 20 dicembre 2015

www.Sipario.it, 21 dicembre 2015

Ogni essere umano di sesso femminile è una potenziale Medea. Una donna che, tradita dal suo compagno (Giasone), diventa una mina vagante pronta a deflagrare in ogni momento e in qualunque luogo. Rispetto al testo di Euripide che può godere nel finale di effetti speciali ante litteram, la Medea di Emma Dante o meglio il suo modo di veleggiare Verso Medea, un testo scritto e diretto da lei al Biondo di Palermo su una scena interamente nuda, pur mantenendo il carattere di femmina terribile, è in cinta per buona parte dello spettacolo, non volerà in chiusura su un carro alato verso il Sole con i cadaverini dei due bambini appena uccisi, le donne di Corinto sono cinque maschiacci (Carmine Maringola, Salvatore D'Onofrio, Sandro Maria Campagna, Roberto Galbo, Davide Celona) agghindati con neri grembiali da monatti che si esprimono in dialetto siciliano e napoletano e che l'appellano nei modi più disparati, ora pazza ora tappinara, una che non socializza e che tutto sommato sarebbe meglio che facesse ritorno nella sua Colchide. Elena Borgogni in lungo abito nero scollato e scarpe rosse, veste l'immenso personaggio esprimendosi nell'idioma italico conferendole tratti da Lupa verghiana quando con passione bacia il suo Giasone (con gilet luccicante quello dello stesso Maringola) e si esibisce con lui in alcuni sfrenati passi di danza compresa un'acrobatica spaccata, somigliando pure ad una Carmen bizettiana quando si offre spudoratamente a gambe aperte ad un pauroso re Creonte (lo stesso D'Onofrio che non abbocca all'amo) per non essere esiliata da Corinto. Un luogo che questa tigre di Labuan sente ostile, distante, nel quale si sente persa e sperduta perché abitato da uomini che quando escono di casa passano il tempo con amici o puttane. Si martorizza il ventre Medea. Vorrebbe abortire. Tornare libera seguendo il suo istinto di donna barbara e straniera. Metaforicamente cercherà di rinnovarsi e rigenerarsi inzuppando mani e viso in un bacile d'acqua i cui corposi e copiosi schizzi le bagneranno tutto il corpo. Lei è donna fertile in grado di procreare nuove vite in un paese sterile abitato da un popolo maschilista. E quando è abbandonata ancora gravida, Giasone, esule in terra straniera, cercherà di soddisfare la sua vanitas impalmando la figlia d'un re, pensando che un nuovo status di agiatezza permetterebbe alla compagna e al nascituro una vita agiata senza problemi economici. Medea non vuole né regali né denaro, per lei Giasone è diventato il più infame degli uomini e a niente servirà ricordargli che per lui ha commesso omicidi, tradito il padre e gli ha fatto conquistare il Vello d'Oro. Ricordi che appartengono al passato e che Giasone pagherà a caro prezzo perché Medea, pure maga, fingendo una ritrovata serenità metterà in atto con lucida determinazione la sua vendetta regalando a Creusa, futura moglie del suo Giasone, un abito da sposa infiammabile, non prima d'averlo lei stessa indossato (quasi un flash-back per la Dante nel ricordo forse della sua prima fortunata trilogia con mPalermu, Carnezzeria e Vita mia) morendo bruciata tra le fiamme unitamente al padre Creonte che voleva salvarla. E nel finale, in una scena memorabile, Medea partorendo un aborto o un feto che avrà vita breve, gli negherà il figlio e Giasone desidererà soltanto d'essere (inutilmente) ucciso da lei. Uno spettacolo-concerto, un inno alle donne di tutti i Sud del mondo che soffrono, lottano e vincono, impreziosito all'inizio dai canti con toni da cornamuse e/o ciaramelle dei fratelli Mancuso e poi dalle musiche degli stessi, quasi una colonna sonora, eseguite dal vivo con vari strumenti ad arco, a fiato e una sorta di armonium, creando atmosfere doloranti e deliranti, in grado d'ipnotizzare il pubblico che alla fine sommergerà di applausi calorosi tutti i protagonisti.-

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Lunedì, 21 Dicembre 2015 09:52

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