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VITA DI GALILEO - esito del workshop a cura di Eimuntas Nekrosius

Vita di Galileo  - esito del workshop a cura di Eimuntas Nekrosius Vita di Galileo - esito del workshop a cura di Eimuntas Nekrosius

di Bertolt Brecht, esito del workshop a cura di Eimuntas Nekrosius
assistente alla regia e music designer Tauras Cizas, costumi di Carolina Cubria
con la partecipazione di Alessandro Lombardo e con gli attori selezionati per il workshop: Anna Bellato, Chiara Catalano, Sara Borghi, Federica Castellini, Emilia Verginelli, Valerio Mazzucato, Emanuele Piovene Porto Godi, Pinheiro Amandio, Luca Damiani, Vittorio Vaccaro, Luigi Maria Rausa, Lorenzo Marangoni, Francesco Aiello, Giuseppe Gandini
al teatro Olimpico di Vicenza, 4 ottobre 2013, prima nazionale.

www.Sipario.it, 18 ottobre 2013

C'è una coerenza interna al teatro di Eimuntas Nekrosius che offre a chi lo frequenta con appassionata ostinazione e continuità di legare uno spettacolo all'altro, di trovare in ogni nuovo allestimento delle invarianti che sono il rafforzamento di un segno estetico e al tempo stesso il proseguimento di un pensiero/dialogo che il regista mette in atto col suo magistero teatrale. Questo accade nella Vita di Galileo di Brecht in cui l'interrogarsi sul mondo, sulle regole che lo governano, sulla possibilità che queste regole possano preannunciare lo sfratto di Dio sono un tutt'uno. E allora anche il workshop tenuto dal regista lituano a Vicenza in qualità di direttore artistico e artista residente del Ciclo di spettacoli classici al Teatro Olimpico e dedicato a giovani attori in formazione è un'occasione per proseguire la ricerca sul rapporto col sacro, sul ruolo dell'uomo come elemento dell'universo, iniziato col Cantico dei Cantici, proseguito con la messinscena della Divina Commedia e ovviamente con l'elegiaco Libro di Giobbe. C'è un chiedere senso, c'è un voler andare al cuore del creato con l'analisi, meglio col simbolo che tutto contiene e non tutto svela, che è sintesi e al tempo dilatazione del senso, immersione nel sema per coltivare la curiosità dell'uomo. Eccolo allora il Galileo di Nekrosius ben piantato a terra, quasi 'crocifisso' – uomo vitruviano – su una materasso che fa da giaciglio e da casa, inchiodato a terra ma con lo sguardo volto alle stelle, con il desiderio di conoscere come si muove il mondo; immerso nel quotidiano del vivere eppure proiettato nel tempo/spazio del cosmo infinito. E' uomo a confronto con il voler esperire, è lo sguardo gettato nel cannocchiale moltiplicato come volo fra gli allievi che dovrebbero servire al sostentamento di Galileo, ma che egli rifiuta per non togliere tempo alla sua ricerca. Il suo è un procedere attraverso l'esperienza, è osservare la realtà e da questa trarre, dedurre le regole che la governano: è l'avvio dello spirito scientifico che il regista lituano legge con il fare teatro, con una poetica che lascia allo sguardo dello spettatore ricostruire il senso di azioni e materiali, spettatore/scienziato chiamato a costruire, individuare il discorso della realtà scenica che gli si palesa davanti agli occhi. Nekrosius racconta il suo Galileo con pochi e intesi segni che si ripetono e si ricorrono, che sono gesti coreografici di danza, di abbracci e lotte, di lenzuola che assomigliano alle oche che un visitatore di passaggio offre allo scienziato prigioniero e ormai quasi cieco. Oche che sono carne da mangiare, ma anche il procedere con un'unica prospettiva dell'uomo che si accontenta dei canoni culturali in cui vive e non va oltre, non rompe le righe. E allora basta un ombrello aperto con un cima una croce di stagnola per simboleggiare la chiesa, un'immagine semplice e tanto maestosa che rende piccolo piccolo quell'uomo che sfida la visione culturale e teologica dell'universo per aprire l'universo allo sguardo analitico della scienza, ma alla fine abiura proprio perché uomo del quotidiano, abiura per non finire come Giordano Bruno, abiura per la paura che lo statu quo mette in atto per mantenersi potente. Galileo non è solo colui che abiura la sua teoria, è colui che rimarrà ostaggio della Chiesa e prigioniero dell'Inquisizione, ma è anche colui che – tramite Andrea Sarti – diffonderà in maniera clandestina quei suoi Discorsi che hanno cambiato il modus di intendere il mondo e l'universo, che hanno aperto l'età della scienza... Tutto ciò è raccontato da Eimuntas Nekrosius e dai suoi allievi del workshop vicentino con poetica leggerezza, con ironia, con uno sguardo intimo rivolto ad un uomo che seppe rivoluzionare il modo di vedere il cosmo, un «uomo con i piedi per terra e il volto rivolto al cielo» e in questa tensione alla fine – nel Galileo di Nekrosius – l'inciampare nella Chiesa e nell'abiura è un puro accidente che non può arginare il diffondersi per l'Europa delle sue idee, del sapere scientifico...

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Lunedì, 21 Ottobre 2013 06:48

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