giovedì, 18 luglio, 2019
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regia Riccardo Magherini

VENERE & ADONE - 
regia Riccardo Magherini

"Venere e Adone", regia Riccardo Magherini "Venere e Adone", regia Riccardo Magherini

Shakespeare e musica
di William Shakespeare
traduzione Roberto Sanesi
adattamento e regia Riccardo Magherini
con Riccardo Magherini, Nicola Maria Lanni, Gabriele Palimento
musiche dal vivo Nicola Maria Lanni
disegno luci Fulvio Michelazzi
spazio scenico Riccardo Magherini, Max Falsetta Spina
costumi Nello Ricchibilli
sartoria Agnese Bidoia
voci registrate Maria Eugenia D'Aquino, Vladimir Todisco Grande, Francesca Lolli, Suso Colorni
produzione PACTA . dei Teatri
PACTA SALONE dal 11 al 21 giugno 2019

www.Sipario.it, 18 giugno 2019

Ci vuole la vis teatrale dell'attore Riccardo Magherini per rendere il poemetto shakespeariano un evento teatrale ricco di colorati fonemi, fatti gocciolare, uno per uno sulla drammaturgia, fino ad ottenere l'esplosione cromatica di un quadro di Pollock. Lo Spirito Santo si incarna pirandellianamente nei due pupifeticci presenti sulla scena, uno rappresentante Venere, e l'altro Adone. Basta il loro esserci perché in platea si avverta, da subito, la sensazione di trovarsi al cospetto di due personaggi piene degli dei di Talete, e pronti ad avere in prestito la generosa anima dell'interprete per vivere la loro storia. Il narratore fa della parola un regno, dell'arte affabulatoria, qualcosa che va ben al di là dei confini del gioco e del divertissement, un esercizio potente, aedico, in grado di aprire con il pubblico un patto narrativo speciale, un teatro che dalla narra-azione ha voglia di lasciarsi scivolare nella magia dell'azione, in grado di donare un vestito di dinamismo, fatto da un forte vento verbale, alla storia. Ed in un gioco metateatrale l'amore impossibile di Venere per Adone, di una divinità per un mortale, diventa quello di Magherini per il teatro, una dichiarazione vissuta istante per istante di fronte al pubblico,una passione bruciante in cui gli amplessi sono gesti e battute, tutti timbrati, tutti dotati di un proprio peso specifico. E' impossibile non essere catturati dal magico "a me gli occhi, please" dell'attore, dal suo dire mesmerizzante, della freccia di Cupido, che dopo aver ferito Venere, ha colpito l'attore ed insieme gli spettatori. Si ispira al cunto siciliano, a quella capacità cantastoriale che può vivere nell'essenzialità dell'atavico cerchio di Dioniso, perimetrato qui da semplici sassi, che trova la luna ed il sole in due semplici lumi, scenografati dalle parole stesse, dal drappo fonetico su di essi poggiato. Due musicisti, diventano insieme il ritmo cardiaco del racconto, la sua punteggiatura, la cassa di risonanza, vivono in perfetta simbiosi con l'interprete, e gli concedono più di uno stasimo fatto di canzoni inglesi, da cantare incantati, seduti idealmente intorno al fuoco, per ascoltare le storie antiche di uomini e dei. Bastano dei giochi di prestigio, perché si riviva nuovamente l'intuizione, forte quanto quella della propria mortalità, che il teatro è una grande magia, e quello che accade sul palcoscenico si veste di poesia, assumendone su di sé uno degli aspetti più importanti, l'ipoteca di universalità, di eternità. Ci si ritrova fatalmente ad ascoltare ed osservare la scena con gli occhi di un bambino, in grado di percepire ancora nella parola la potente forza archetipica del mythos, depositata nelle profonde viscere di un inconscio collettivo, che mal tollera gli angusti confini del logos. Ed è affascinante accorgersi di quanto il parlare, ovvero il recitare, possa diventare esso stesso un gioco di alta magia, in cui la voce articolata diventa il soffio divino della Genesi, in grado di donare vita cosciente a due manichini. Le mani dell'affabulatore, seducenti quanto quelle del più esperto prestigiatore, descrivono una danza nell'aria, hanno in sé la grazia innaturale di Nijinskj, e sfiorano i due pupifeticci con la stessa delicatezza con cui le lavoratrici della seta approcciano il baco. Ci si affeziona fatalmente a queste dolcissime creature, alla passione frustrata della dea, all'ostinato rifiuto del cacciatore, verrebbe voglia di abbracciarli, li si vede distintamente muoversi ed agire nel paesaggio dell'immaginazione. Si ha poi la sensazione che la maledizione scagliata da Venere agli amanti, di fronte alla morte di Adone, nasconda un'intenzione deviante, una complicità da parte dell'attore con l'intera platea, una voglia beckettiana di fallire, di tentare ancora, ma di fallire meglio. Ed il fiore in cui si trasforma Adone, è l'ultimo gioco di magia di questo attore, a metà strada fra Prospero ed il Cotrone pirandelliano, l'atto d'amore più semplice e puro nei confronti del pubblico, l'abracadabra che sta lì, un istante prima che le mani si sciolgano in un catartico applauso.

Danilo Caravà

Ultima modifica il Mercoledì, 19 Giugno 2019 05:38

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