lunedì, 25 giugno, 2018
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VA PENSIERO - regia Marco Martinelli e Ermanna Montanari

"Va pensiero", regia Marco Martinelli e Ermanna Montanari. Foto Silvia Lelli "Va pensiero", regia Marco Martinelli e Ermanna Montanari. Foto Silvia Lelli

di Marco Martinelli
ideazione e regia Marco Martinelli e Ermanna Montanari
scene Edoardo Sanchi

costumi Giada Masi

con la partecipazione del coro "Gli Harmonici" di Bergamo diretto dal Maestro Fabio Alberti
con Ermanna Montanari, Alessandro Argnani, Salvatore Caruso, Tonia Garante, Roberto Magnani, Mirella Mastronardi, Ernesto Orrico, Gianni Parmiani, Laura Redaelli, Alessandro Renda
direzione tecnica Fagio
disegno luci Fabio Sajiz
produzione Emilia Romagna Teatro e Teatro delle Albe/Ravenna Teatro
Teatro Elfo Puccini, Milano, sala Shakespeare il 9 e 10 - 12 e 14 gennaio 2018

www.Sipario.it, 26 gennaio 2018

Si diceva, nella recensione de "L'acrobata" del Teatro dell'Elfo, dell'uso della videoproiezione in teatro. In "Va pensiero" del Teatro delle Albe abbiamo assistito a un capovolgimento paradossale che ci ha fatto riflettere sulla reale importanza scenica di simili accorgimenti tecnologici, i quali, per il proliferare continuo delle innovazioni, finiscono per sviluppare in scena una forza visiva di straripante effetto. Il punto è che nello spettacolo delle Albe, durante la replica del 14 gennaio, queste proiezioni non hanno proprio funzionato. Lo ha comunicato al pubblico il regista Marco Martinelli nella pausa tra il primo e il secondo atto, chiedendo scusa e proponendo addirittura il rimborso del biglietto a chi lo richiedesse: ma era necessario scusarsi? Dal punto di vista del regista è stato certamente giusto far notare l'inghippo. E dal punto di vista del pubblico? Il fatto è che, secondo noi, lo spettacolo non ha minimamente risentito di questa mancanza. Ma siccome non possiamo esibire le prove di questo fatto, non avendo assistito alla versione corretta del lavoro, aggiustiamo il tiro affermando che lo spettacolo funziona anche senza le proiezioni. Meglio o peggio chissà. Ma certamente l'essenziale che in teatro deve stare in piedi, qui sta in piedi; non solo, ma cammina, corre, salta, canta, danza e ci porta con lui in una straordinaria cavalcata nella dimensione del nostro contemporaneo male quotidiano. "Dacci oggi il nostro male quotidiano" potrebbe anche intitolarsi lo spettacolo, non fosse che alla fine giunge la domenica del bene, la resurrezione del giusto ordine delle cose, a chiudere il calvario cui è stata sottoposta, in questo testo di Martinelli, la vita democratica nella quotidianità di un piccolo comune. Perché è questo di cui si parla, di una vicenda di malaffare politico-amministrativo, come ce ne sono ormai tante, che, in un piccolo paese dell'Emilia-Romagna, vediamo far capo a un sindaco tignoso, acido, senza scrupoli (una potentissima Ermanna Montanari) da cui emanano inquietanti riflessi luciferini e una stanchezza del bene quasi sublime, che arriva a sfiorare la grandezza nel male, quando il sindaco, in un monologo di insinuante e inquietante persuasività, nella seconda metà dello spettacolo, quasi teorizza l'impossibilità per l'essere umano di non cedere alla tentazione di rubare o di uccidere quando se ne diano le condizioni, e ciò in spregio a qualunque regola morale: del decalogo cristiano come di quella laica e borghese; soltanto la paura delle conseguenze e il calcolo della convenienza ci impediscono di lasciarci del tutto andare all'impulso predatorio, dice il sindaco-Lucifero; impulso che, lo sentiamo, nel buio della sala, completamente protesi verso questo a parte acuminato, è lì che dorme sotto il cuore di ciascuno, nello stomaco, nel sesso, nella pancia. Quando il velo della civiltà si vaporizza ed emergono le forze nude della natura è lui che vediamo all'opera, scatenato. Ma se la natura è scontro di forze cieche dove si colloca la giustizia? Le forze cieche qui prendono la forma della graduale infiltrazione mafiosa nel paese; la giustizia veste i panni del locale vigile urbano che, nella farsa tragica, ma pur sempre gustosa che si svolge sul palco, riesce con ostinata coerenza, alla fine, a smascherare e a fermare un tentativo di speculazione avviato dal sindaco e da vari altri biechi figuri. Tra cui spicca l'addetto stampa del primo cittadino, tutto dedito a organizzare una certa importante festa celebrativa, il quale si muove tra culturame e coscia, tra deliri pubblicitari applicati allo sfruttamento di una gloria locale come Fellini e sbiottamenti da passerella, da "Dolce vita" anni dieci del duemila. E Fellini e Verdi sono i due poli di una nobiltà italica dello spirito che mettono in tensione etica il corpo dello spettacolo: il primo non solo per accenni iniziali, il secondo percorrendo con la sua musica tutto il lavoro; l'uno, benché abbassato a testimonial per una festa caciarona, in qualche modo presente nello spirito di certi personaggi; l'altro, adottato si direbbe per quella sua aura risorgimentale, austera e nobile, e offerto allo spettatore con ironia malandrina, ma anche sincera partecipazione, dal regista Martinelli.
Quando, verso il finale, assistiamo alla caduta del sindaco, denunciato dal vigile, essa viene resa con un essenziale cambio d'accenti, cioè utilizzando la stessa azione di traslocamento a vista dei pochi elementi di arredo che definivano l'ufficio del sindaco – più volte effettuata, con altre simili, nel corso dello spettacolo in funzione di cambio d'ambiente – questa volta sfilati però sotto gli occhi sbigottiti della "zarina", la quale, accasciata sull'ultima poltrona rimastagli, snocciola un "Padre nostro" al contrario, satanico e nichilista, dove sono l'attaccamento egoistico al "proprio" padre, vecchio volpone della politica cui ella deve la carica, e l'istinto predatorio che si fanno largo, smentendo punto per punto le altissime parole della più importante preghiera cristiana, con quell'esortazione finale "ma liberaci dal male" sulla quale, con ottusa impotenza, il sindaco si incaglia, non riuscendo a ricordarla, con la battuta: "ma come finiva, come finiva?!".

Lo spettacolo, orfano, dicevamo, delle videoproiezioni, procede con quella povertà di mezzi che fa del teatro una grande macchina metaforica, tanto più potente quanto più è solo per caso, per un mero incidente tecnico, che ci accorgiamo di come in realtà il potere sia nelle mani della macchina teatrale umana, e non della tecnologia. Macchina che ha bisogno di molto poco per funzionare, o di molto, a seconda dei punti di vista: un buon testo, il gioco terso dei corpi e delle voci, una scenografia fatta di elementi essenziali manovrati a vista dagli stessi attori. Questo gioco scenico, tra azione corale, dialoghi dai toni farseschi ,"a parte" epico-didascalici, corrosivi monologhi microfonati, mette allo scoperto la fisiologia più pura del teatro, un manuale di anatomia atemporale, dove la penna acuminata del drammaturgo Martinelli si muove con sapienza da direttore d'orchestra, guidando la vicenda e gli attori fino a quel finale dove è tutto il coro degli spettatori a venire invitato, insieme ai coristi in proscenio, a cantare con un moto liberatorio e commovente il celebre "Va pensiero", con quel suo verso tanto appropriato alla vicenda cui abbiamo assistito: "O mia Patria sì bella e perduta".

Franco Acquaviva

Ultima modifica il Domenica, 28 Gennaio 2018 09:01

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