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UN BÈS – ANTONIO LIGABUE - 
di e con Mario Perrotta

Un bès. Antonio Ligabue Un bès. Antonio Ligabue di e con Mario Perrotta

Mario Perrotta / Teatro dell'Argine

di e con Mario Perrotta

collaborazione alla regia Paola Roscioli

collaborazione alla ricerca Riccardo Paterlini

i
organizzazione Stefano Salerno
Teatro Sociale di Gualtieri (RE) , 6-9 giugno 2013

www.Sipario.it, 11 giugno 2013

Mario Perrotta, acclamato attore-autore patrio, torna alla già praticata struttura drammatica del trittico, ed inaugura, ad una settimana dal debutto nazionale al festival Primavera dei Teatri di Castrovillari, con Un bès. Antonio Ligabue il primo atto della trilogia dedicata all'ormai leggendario naif padano sul suggestivo proscenio "ribaltato" del Teatro Sociale della cittadina reggiana di Gualtieri, che dell'artista fu patria putativa. Per questo ritorno alle origini Perrotta ricorre ad uno strumento drammaturgico che ben conosce, il monologo – torrenziale ed ossessivo, nel caso presente -, veicolo privilegiato d'espressione d'una coscienza turbata, tagliata fuori, costretta ad un destino di silenzio ed emarginazione. Proprio elemosinando "un bès", un bacio, dalle spettatrici il Toni s'insinua tra il pubblico, in principio allo spettacolo, e rifiutato e respinto dai silenzi imbarazzati della platea, s'avvia sul palcoscenico, vuoto, nudo fatta eccezione per tre tele bianche, disposte a croce senza cima, futuri scenari di visione. Dall'ennesimo rifiuto d'una vita condotta ai margini, il reietto geniale, trae lo spunto per dar forma alla propria accidentata vicenda esistenziale in una lingua che forse è, nel suo magmatico e perenne smottamento tra italiano strascicato, dialetto reggiano ibridato ad un tedesco stentato, per l'evocazione di cui si fa portatrice e per la qualità roboante e continuamente lievitante della propria forza espressiva, l'invenzione più felice dello spettacolo.
La coscienza monologante, come un fiume in piena, come il Po, elemento fratello e solidale, travolge così la platea ed inesauribile snoda la rammemorazione d'una vita, dall'infanzia di figlio illegittimo d'italiana nubile in Svizzera, all'adozione ed edenica gioia dell'esistenza naturale e agreste sperimentata con la madre-mutter adottiva Elise – la prima che pur amandolo gli negò un bacio - nel San Gallo, fino all'istituzionalizzazione "con i deficienti" e il definitivo rimpatrio nella cittadina del marito della madre naturale, Gualtieri, appunto. Contrappunto efficacie e suggestivo alla narrazione, nonché irrinunciabile tributo all'artista, è la pittura: le tre tele, unico elemento scenico, divengono fondali di memoria sui quali s'avvicendano, tracciati a carboncino dall'abile e felice mano di Perrotta, coadiuvato da suggestive proiezioni, i volti, le vette, gli scenari che il farfugliare compulsivo del Toni letteralmente chiama in scena. Con l'arrivo a Gualtieri s'apre la seconda parte del flusso di coscienza, che sempre s'avvale di locutori assenti ma vivissimi, sulle tele e nella voce dell'interprete, che più della prima "entra nel vivo" e conduce appieno addentro un coerente scenario dell'anima: il personaggio Ligabue assume quindi una potenza drammatica fino a quel momento solo intravista e la gigantesca forza che lo anima si rivela. La memoria del dolore e della solitudine senza pace ripercorre il rifiuto e la derisione di cui Toni fu vittima a Gualtieri, il rifugio lungo anni nella golena del Po, solo con i pioppi, l'amicizia con Martino Mazzacurati, che lo "scoprì" e gli fornì tele e colori, fino al successo, alla prima mostra romana che non dissolse lo scherno delle donne verso di lui. Ed infine la paralisi alla mano destra, "quella per pitare" e la morte. Perrotta-Ligabue allora evoca il funerale del naif: una processione di gualtieresi in lacrime, assai più pentiti di aver gettato nel fuoco le tele del pittore ormai a quotazioni stellari che commossi per la tragica vicenda d'un uomo. E nessuno, nemmeno durante le affollate esequie, riesce a sentire l'ultimo disperato grido di Ligabue, la richiesta estrema, mai mitigata, sempre ignorata: "un bès", affetto, riconoscimento, amore.
Dopo la Trilogia sull'individuo sociale, contraddizione in termini vincitrice dell'Ubu nel 2011, e la riflessione sull'esclusione e la marginalità iscritta nei temi dell'emigrazione affrontati in Italiani cincali e Odissea, Mario Perrotta ritrae senza sconti né prevenzioni o facili abdicazioni alla mitologia cinematografica tutto il dramma di un uomo solo, abbandonato, rifiutato offrendo un commovente e sentito omaggio ad un grande artista, riconosciuto solo post mortem, mediante una drammaturgia che s'è servita d'un recupero della memoria collettiva locale, costruendo una vera e propria storia dal basso.
L'emozione del monologo, se possibile, è stata amplificata dal luogo: quel teatro di Gualtieri, ora dalla prospettiva genialmente capovolta, in cui Toni vide per la prima volta, al cinema, le sue bestie.
Un bès. Antonio Ligabue è il primo movimento del triennale Progetto Ligabue, di cui sono attesi con impazienza gli sviluppi.

Giulia Morelli

Ultima modifica il Domenica, 11 Agosto 2013 08:05

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