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ULTRACORPI (GLI) - regia Giovanni Guerrieri

Gli ultracorpi Gli ultracorpi Regia Giovanni Guerrieri

liberamente ispirato a L'invasione degli ultracorpi di Jack Finney
regia Giovanni Guerrieri
con Gabriele Carli, Giulia Gallo, Enzo Illiano, Giulia Solano
produzione I Sacchi di Sabbia / Compagnia Sandro Lombardi
Teatro Era di Pontedera, 21 ottobre 2012
Teatro delle Briciole, Parma, 15 febbraio 2013

www.Sipario.it, 20 febbraio 2013
www.Sipario.it, 25 ottobre 2012

Corpi alieni dotati di tegumento invadono la terra e s'incapsulano in corpi umani di cui prendono, nel sonno, sembianze, vite, morti e miracoli (forse). Riassunto così l'ultimo spettacolo dei Sacchi di Sabbia, che cita già nel titolo il cult horror fantascientifico di Don Siegel e rimette fin da subito in gioco il cortocircuito della doppiezza che attraversa la letteratura ed il teatro dai loro albori, parrebbe quasi un'inquietante e fatalista affresco postmoderno della contemporaneità tecnocratica – un De Lillo in chiave vegetariana.
Le cose cambiano però radicalmente se consideriamo che questi alieni, due, si "sgranano", letteralmente, da enormi baccelli di leguminosa, attorniati da una moltitudine di lattine di piselli in scatola, parlano tra loro – capendosi! - idiomi disparati e incomprensibili senza l'ausilio dei sovratitoli (napoletano e russo, per l'esattezza), si sgranchiscono i muscoli intorpiditi e maneggiano goffamente oggetti quotidiani per loro carichi d'inusitata meraviglia, rimangono paralizzati su un grande tavolo immerso nella penombra, si scoprono meno cinici del previsto e anzi troppo sentimentali e gorgheggiano insieme, commossi e lacrimevoli, le più celebri arie dell'Aida, per poi ricordarci, nel finale, con uno sbuffo d'ironia straniata che tutto ciò di cui abbisognamo è l'amore – ta ta ta ta ta.
Lo sguardo su questa strampalata e piuttosto sgangherata vicenda d'alieni muta poi ancor di più se lo spettacolo s'apre con due attrici in scena che sfogliano silenziose un libro pop-up che illustra – con commentario di sovratitoli in perpetua ed ironica discrasia rispetto alle immagini – l'origine del mondo, dell'umanità, delle piramidi egizie, la triste vicenda amorosa di Aida e Radamès e infine la discesa degli ultracorpi nel mondo.
I Sacchi di Sabbia propongono una divertente riflessione sull'uomo del futuro (e soprattutto su quello del presente) in un piacevolissimo equilibrio tra surrealtà ed ironia, attraverso una rilettura sui generis del tema del doppio, tòpos costante nel teatro, da Menandro a Von Kleist, passando per Goldoni, Molière e la tradizione della Commedia dell'Arte.
Ed in questo gioco di rispecchiamenti e scambi di ruoli che però rimangono uguali, sboccia e fiorisce un piccolo gioiello comico, intarsiato di cristalli di drammaticità ed amarezza, che si sostiene con abilità funambolica sul filo della commistione dei codici e dei linguaggi, perfettamente armonizzati: dal pop-up alla farsa (genere ben noto ai Sacchi di Sabbia), dall'opera al dramma surrealista, con incursioni brechtiane.
La compagnia toscana esegue senza sbavature il mandato giullaresco: la risata carnevalesca e liberatoria suscitata dalle disavventure risibili e un tantino grottesche dei "baccelloni" altro non è che una divertente epurazione dall'inconsapevolezza, la constatazione che questi alieni sono umani, (fin) troppo umani. E incredibilmente simili a chi di loro ride.

Giulia Morelli

Vi sono opere narrative che, se rilette dall'esterno, fuori dalle mura ristrette della letteratura di genere, rivelano potenzialità comiche inespresse. Le loro inverosimili avventure offrono la possibilità di immergersi in un immaginario condiviso, e allo stesso tempo si rendono disponibili per una contemplazione ironica, fatta di sottrazioni e di scivolamenti. Miti, eroi ed esempi di virtù possono cioè diventare oggetti stereotipici da alterare o deridere. I Sacchi di Sabbia hanno ultimamente adottato questo principio, riducendo ad esempio la saga salgariana di Sandokan a una sorta di "farsa ortofrutticola" (con uno spettacolo fantasioso e dai tempi comici perfetti, che ha fruttato loro il premio Ubu), o convertendo il Don Giovanni di Mozart e Da Ponte a una partitura "per versacci e rumorini".
Arrivano adesso alla trasposizione di un romanzo fantascientifico, L'invasione degli ultracorpi di Jack Finney (1955), soggetto già frequentato dal cinema (che ne ha amplificato la notorietà con una pellicola del 1956 seguita da alcuni celebri remake). Dico subito che si tratta di un lavoro puramente comico, e non ancora giunto a maturazione: i quaranta minuti presentati al Teatro Era, nel contesto del consueto festival autunnale, costituiscono una tappa del processo formativo che porterà alla costruzione finale dopo un periodo di studi e laboratori. Si può comunque intuire la direzione intrapresa dalla compagnia tosco-napoletana guidata da Giovanni Guerrieri. Della verbosa vicenda narrata da Finney (l'invasione della Terra da parte di una genia di alieni interessati a sostituire gli esseri umani con repliche perfette) non resta molto: i Sacchi sembrano alludere alla tensione paranoide del libro in un silenzioso prologo con figurine cartonate alla Saul Steinberg, per poi concentrarsi su un momento topico. La clonazione, che nel romanzo ha inizio da grossi baccelli contenenti spore extraterrestri, si manifesta qui con l'entrata in scena di barattoli rotolanti, legumi in conserva per l'appunto. E nel gioco scenico e parodico che alimenta lo spettacolo (ancora abbastanza statico, ma si attendono sviluppi) gli "esseri in bianco", che Finney immaginò sbozzolati dai baccelli lanuginosi, hanno l'aspetto di due ignudi infarinati (Illiano e Carli), "crisalidi" appena schiuse; dopo alcune "prove tecniche" di fonazione, il loro primo surreale dialogo è giocato sull'asincronia, sul tempo differito, con un espediente già praticato in Don Giovanni: allo spettatore ogni battuta giunge con la pronuncia semi-comprensibile dei due cloni (l'uno impasta un dialetto napoletano gutturale e lamentoso, l'altro un russo sconnesso e irruente), e un istante dopo in perfetto italiano, in forma di didascalia sovraimpressa sul fondale. Ed è la marcata differenza di registro a innescare un'interferenza, una contrapposizione comica, accompagnata e quasi commentata, come ulteriore diversivo straniante, dalle ultime arie dell'Aida verdiana.

Carlo Titomanlio

Ultima modifica il Domenica, 11 Agosto 2013 07:47

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