giovedì, 18 ottobre, 2018
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UNO ZIO VANJA - regia Vinicio Marchioni

"Uno zio Vanja", regia Vinicio Marchioni "Uno zio Vanja", regia Vinicio Marchioni

di Anton Čechov
adattamento Letizia Russo
Serebrijakov Lorenzo Gioielli

Elena Milena Mancini

Sonja Nina Torresi

Marija Alessandra Costanzo

Vanja Vinicio Marchioni

Astrov Francesco Montanari

Telegin Andrea Caimmi

Marina Nina Raia

scene Marta Crisolini Malatesta
costumi Milena Mancini e Concetta Iannelli
musiche Pino Marino
luci Marco Palmieri
regia Vinicio Marchioni
produzione Khora.teatro
in coproduzione con Fondazione Teatro della Toscana
Al Teatro della Pergola dal 26 gennaio al 4 febbraio 2018

www.Sipario.it, 5 febbraio 2017

FIRENZE - Le riflessioni di Anton Cechov sulla noia, la malinconia e l'inutilità dell'esistenza, trasportate nella controversa Italia d'inizio millennio; dimostrando l'universalità di un autore ormai considerato un classico del teatro e della letteratura mondiali, Vinicio Marchioni - coadiuvato dall'adattamento di Letizia Russo -, offre al pubblico un alto esempio di teatro civile impegnato, volto a integrare il pensiero di ieri con la realtà contemporanea. La pigra Russia di fine Ottocento si trasferisce materialmente nell'Italia di oggi, Paese dove l'agire è quanto mai problematico, soffocato da burocrazia e cattiva politica, tali da scoraggiare anche gli animi più indomiti. A caratterizzare in maniera ancor più incisiva la rilettura di Marchioni, la scelta di ambientare lo spettacolo nei giorni immediatamente successi a un terremoto, del quale si intuiscono le vittime e le distruzioni. Un elemento di cronaca, ma anche di metafora dello sfaldamento di un popolo e di un Paese.
Uomo fondamentalmente mite, Vanja si sente improvvisamente spaesato quando scopre di aver dedicato ben venticinque anni della sua vita all'amministrazione del teatro che a suo tempo gestiva con la sorella Vera, e poi, dopo la morte di questa, con la nipote Sonja, mandando una parte dei guadagni al cognato lontano, riaccasatosi con un'altra donna, l'apparentemente volubile Elena. Adesso, dopo un quarto di secolo, a quarantasette anni, rimpiange la gioventù che è tramontata, le occasioni mancate, come quella di non essersi mai sposato, e paventa la solitudine che lo attende nella vecchiaia. A sconvolgere viepiù la sua esistenza, il trasferimento presso di lui del cognato Serebrijakov, illustre letterato, con la moglie. Fra i due uomini si stabiliscono da subito rapporti poco cordiali, metafora della distanza che separa il mondo accademico dalla società. Senza confessarlo interamente a se stesso, Vanja invidia al cognato il successo, la fortuna con le donne, la fama per i libri scritti; traguardi non meritati, per chi, a suo vedere, è un parassita improduttivo.
Serebrijakov è invece in crisi esistenziale per la vecchiaia che avanza e sempre più lo allontana dalla vita vissuta. Inoltre si dimostra troppo teorico, egocentrico, inevitabilmente distante dal "pubblico", dalla parte meno istruita della società, alla quale invece la sua opera dovrebbe rivolgersi. Un problema che da secoli affligge l'Italia, contro il quale Indro Montanelli inveiva spesso, appunto la mentalità ancora troppo accademica del mondo culturale italiano, che indebolisce la sua influenza sulla società intera, e rallenta lo sviluppo civile. Del quale sono conseguenza corruzione, cattiva politica, insensibilità per la salvaguardia dell'ambiente di cui non si riesce a vedere la bellezza.
A completare il quadro delle esistenze problematiche, il dottor Astrov, medico idealista che divide la sua opera fra la cura dei malati (così come dei feriti dal sisma) e l'amore per la natura, che lo vede creatore di piccoli parchi e aree verdi, destinate, nella sua filantropia, a donare bellezza agli individui, a riportarli a contato con quel mondo di colori, profumi, cicli vitali, da cui la modernità lo ha drammaticamente allontanato. Ma dopo anni di sforzi, tutti riusciti vani, nel migliorare la sensibilità degli esseri umani con cui è a contatto, Astrov è ormai un uomo disilluso e amareggiato, che soltanto l'amore potrebbe forse salvare. E prova attrazione per Elena, la bella moglie di Serebrijakov, la quale lo respinge per lealtà al consorte, anche se molto più anziano di lei.
Accanto al dramma principale, quello della malinconia per la mancata realizzazione della propria esistenza che affligge i tre personaggi maschili, se ne svolge un altro al femminile, che vede protagoniste Elena e Sonja. La prima è una donna all'apparenza volubile, in realtà dalla forte personalità e dai saldi principi, che non sopporta la volgarità maschile. Sonja, nipote di Vanja, è una giovane remissiva, sognatrice, fatalista e molto pia, interamente dedita al lavoro nel teatro, e molto probabilmente destinata a vivere la medesima vita dello zio, ovvero lasciando che la vita le scorra semplicemente accanto.
A fianco di questi personaggi, Telegin - soprannominato Braille per il volto coperto di acne che ricorda una superficie con inciso l'alfabeto per non vedenti -, il padrino di battesimo di Sonja, che ancora abita presso Vanja come servitore tuttofare, dispensatore di consigli e suonatore di chitarra a tempo perso. Lasciato dalla moglie, vive senza rancori per nessuno, sopportando la solitudine con stoica rassegnazione.
Sull'intero spettacolo aleggia la disperata ricerca della pace interiore, in mezzo ai rimpianti per il passato; lo spettacolo scorre urlato, ma non nel significato alfieriano; qui non si urla per declamare, ma per sfogare un'amarezza esistenziale. Al tema originale cechoviano, si affianca un adattamento duro, drammatico, dal coraggioso respiro etico e civile: con il dramma del terremoto che affiora qua e là, emerge la critica contro la mancanza di cultura dell'edilizia pubblica nell'Italia del secondo dopoguerra, dove la speculazione (aiutata da una classe politica corrotta) ha devastate innumerevoli aree verdi e costruito case e palazzi di cattiva qualità, lucrando sui materiali. Mancanze che sono venute alla luce al momento dei vari terremoti che purtroppo hanno colpita la Penisola, ma che con un'edilizia abitativa di migliore qualità, avrebbero avuto un impatto meno drammatico. una denuncia contro le opere di pubblica inutilità, l'inquinamento, la distruzione di boschi e aree naturali, l'incompetenza e la disonestà di tanta politica nazionale. Come Vanja ha sprecata la gioventù, così l'Italia ha sprecate tante risorse. Un accostamenti, quello fra Cechov e l'Italia contemporanea, che ha avuto un precedente nell'allestimento del Giardino dei ciliegi firmato da Paolo Magelli al Metastasio nella stagione 2011-2012.
Apice dello spettacolo, l'ipotesi di Serebrijakov di vendere il teatro, e con i soldi trasferirsi altrove, per curarsi l'angoscia e l'inattività della provincia. Allora esplode tutta la rabbia di Vanja verso il cognato, dal quale si sente sfruttato fino all'ultimo, e in un momento di follia cerca persino di sparargli. A una tale "scena madre", Serebrijakov desiste, e preferisce lasciare la casa del cognato per trasferirsi altrove, mentre Sonja sceglie di restare con lo zio. Anche Astrov, non corrisposto da Elena e non volendo ricambiare l'amore ingenuo di Sonja, se ne va. Il dramma si chiude senza catarsi, ognuno riprende la propria esistenza alla ricerca di una realizzazione personale, di un senso a quell'attività che, anche quando si svolge, pare essere autoreferenziale, senza riuscire a indirizzarsi al bene comune.
Un dramma recitata con forte carica drammatica, dove Marchioni si dimostra fra gli attori più interessanti del teatro italiano attuale, dando vita a un Vanja sfiduciato, a tratti sconclusionato ma capace di un'amara ironia. Recitazione che raggiunge il suo momento migliore in un monologo svolto con in mano una bottiglia di vodka, dove, quasi un novello Bukowski, si abbandona a un lungo, disperato monologo al limite della follia, maledicendo i venticinque anni trascorsi rinchiuso in teatro, mentre il cognato, a suo dire, faceva la bella vita anche con i soldi che lui gli mandava, come vedovo di Vera e "socio" del teatro.
Montanari è un Astrov eroe mancato, il cui sforzo filantropico non trova apprezzamenti; la rabbia che esprime, anche nel parlare misurato, tradisce la sua delusione verso l'individuo, che sente distante e refrattario alla bellezza. Elena e Sonja (Milena Mancini e Nina Torresi), rappresentano un universo femminile insoddisfatto, in difficoltà nel dialogo con una controparte maschile ingenuamente narcisista, egocentrica, e in definitiva poco sensibile alle aspettative delle donne.
Unendo dramma sociale e problematiche civili, Marchioni cura uno spettacolo intelligente e incisivo, che si avvale di una scenografia di grande effetto: un teatro lesionato dal terremoto, con una parete squarciata e plinti di sostegno, ingombro di abiti di scena, e altre masserizie. Idealmente, si rafforza l'idea della vita come rappresentazione effimera di un modo di essere incompiuto.
Alla chiusura del sipario, meritati applausi per un maturo esempio di teatro civile.

Niccolò Lucarelli

Ultima modifica il Mercoledì, 07 Febbraio 2018 22:02

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