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TORRE D'AVORIO (LA) - regia Luca Zingaretti

La torre d'avorio La torre d'avorio Regia Luca Zingaretti

di Ronald Harwood
regia di Luca Zingaretti
Con Luca Zingaretti, Massimo De Francovich, Caterina Gramaglia, Peppino Mazzotta, Gianluigi Fogacci, Elena Arvigo
Traduzione di Masolino D'Amico, scene di Andrè Benaim, costumi di Chiara Ferrantini, luci di Pasquale Mari
Produzione Zotococo.
Teatro Pergolesi di Jesi (AN), 12 e 13 gennaio 2013. Prima nazionale.
al teatro Strehler, Milano, il 1° dicembre 2013

www.Sipario.it, 7 dicembre 2013
www.Sipario.it, 22 gennaio 2013

Berlino, 1946, Al termine della guerra iniziano i processi ai sostenitori del regime nazista. Torre d'avorio di Ronald Harwood racconta il caso Furtwangler, ovvero la discussa relazione e sostegno del grande direttore d'orchestra al regime, di cui rappresentò – suo malgrado - un simbolo. La pièce di Ronald Harwood mette a confronto le posizioni del direttore d'orchestra e quelle del maggiore Steve Arnold, chiamato a indagare sulla effettiva collusione fra il musicista e i massimi esponenti del Terzo Reich. Un'ambiguità di fondo dovrebbe caratterizzare il testo, l'ambiguità delineata dal un lato dall'effettiva vicinanza di Wilhem Furtwangler al regime: la stima e le cariche ricevute dai massimi esponenti del nazismo; dall'altro lato dall'azione sommersa ma persistente portata avanti in difesa di musicisti ebrei e dalla fermezza con cui il direttore tenne lontana la strumentalizzazione che il partito avrebbe voluto fare delle sua figura. Queste sfumature dovrebbero rendere interessante il confronto fra il militare americano, grezzo e incolto e il musicista, elegante, raffinato, schivo e colto: due figure agli antipodi che rappresentano due mondi, ma anche l'apparente remissione del vinto e la sfacciataggine del vincitore. I confini della verità dovrebbero essere sfumati al punto da rendere ogni battuta dell'uno o dell'altro un punto assegnato o alla tesi del coinvolgimento di Furtwnagler nella politica nazista o al suo esatto contrario: ovvero una resistenza in loco decisa ma silenziosa, testimoniata nell'aiuto fornito a molti colleghi ebrei e nella difesa della musica come espressione dello spirito e della libertà umani. Ai due duellanti si affiancano altri personaggi: il tenente ebreo di origine, ma naturalizzato americano e ammiratore di Furtwangler, il secondo violino dei Berliner, colluso con regime e pronto a riciclarsi con i vincitori, Emmi Straube, segretaria del maggiore americano e figlia di un colonnello tedesco che aderì al fallito attentato a Hitler e Tamara Sachs, moglie di uno dei musicisti ebrei salvati da Furtwangler. Questi gli estremi di un testo che avrebbe bisogno di allusioni, mezzi toni e che invece la regia di Luca Zingaretti rende prevedibile e fin grossolano nelle sue argomentazioni. Il gioco è per così dire subito svelato. Lo è nel porsi dello stesso Zingaretti nei panni di un sergente americano che ha l'irruenza dello yankee, dichiara fin da subito i suoi pregiudizi e la sua inadeguatezza nel contrastare le statura del 'direttore di banda', come con disprezzo definisce il musicista. Da parte sua Massimo De Franovich fa di Wilhem Furtwangler una sorta di prete senza l'abito talare, una sorta di poco credibile mistico della musica, supponente e altezzoso, dimesso ma non disilluso. In tutto lo spettacolo – anche nella sguaiata entrata di Francesca Ciocchetti nei panni di Tamara Sachs – non c'è un tono credibile, non c'è gestualità vera, è tutto di facciata, recitato, troppo recitato, con Zingaretti che fa Zingaretti, gigione al punto che ci si aspetterebbe anche qualche inflessione siciliana alla Montalbano. De Francovich invece fa il consumato attore di teatro con tutti i birignao di una recitazione stantia e vecchia. Paradossalmente la rozzezza di Luca Zingaretti e del suo personaggio sembrano ben stigmatizzare l'incultura dei nostri giorni, e alcune battute - affidate da Ron Harwood alla figura di Furtwangler – potrebbero far riflettere e porsi come triste profezia di un futuro che oggi è il nostro presente. Peccato che tutto ciò non arrivi e che La torre di avorio si dimostri uno spettacolo di televisiva tradizione scenica, scontato e poco credibile ma pure apprezzato da un pubblico femminile e in età attratto e convinto dal Montalbano televisivo che ha vestito i panni del suo omologo statunitense a caccia di verità che sono solo pregiudizi e arroganza, per buona pace del gioco delle opinioni e di quel delicato equilibrio della verità che La torre d'avorio di Ronald Harwood vorrebbe offrire e che Zingaretti attore e regista è ben lontano dall'aver colto.

Nicola Arrigoni

Sono uno contro l'altro, da un lato l'americano Maggiore Arnold, modesto impiegato della provincia americana, catapultato in Europa a sentenziare dei buoni e dei cattivi, lui che quasi non conosce Beethoven, lui che il mondo lo vede o bianco o nero. Dall'altro il coltissimo maestro Furtwängler, il più grande direttore d'orchestra di tutti i tempi, testimone in terra del credo unico che l'arte può salvare la vita. Sul palco si incontrano due volte e si scontrano sul terreno dell'incomprensione assoluta portando ognuno le proprie ragioni che sono semplici, ordinarie e dirette per Arnold quanto orchestrate, modulate, finemente presentate quelle di Furtwängler. Ciascuno parla rimanendo sordo alle parole dell'altro come a dimostrare che è impossibile giudicare per chi non c'è stato, o per chi ha visto e sentito ma è arrivato troppo tardi.

E il punto è questo: Furtwängler, che ha messo in salvo tutti gli ebrei che gli hanno chiesto aiuto e non ha mai lasciato Berlino continuando a dirigere la Filarmonica anche sotto le bombe, è colpevole o innocente? Al Maggiore Arnold, un troppo accomodante Luca Zingaretti al debutto alla regia, tocca il compito di trovare le prove della connivenza del maestro col regime: non è un processo, si tratta di un semplice interrogatorio che storicamente decreterà l'innocenza di Furtwängler e il Maggiore, fedele al motto "tutto per la causa dell'umanità", che manda al diavolo chiunque testimoni a favore del sopraffine musicista, che segue piste e scartabella archivi, alla fine non fa che affidarsi a un pennivendolo del Times per screditare il maestro al solo scopo di fargli passare un brutto quarto d'ora. Va bene, è l'eterno dilemma di arte e potere: fino a che punto l'una ha il diritto di interferire sull'altra? O devono forse restare indipendenti l'una dall'altra? Risposte non ne dà neppure l'autore Ronald Harwood, regista scrittore e sceneggiatore ebreo di natali sudafricani e passaporto inglese, celebre soprattutto per aver firmato un capolavoro come "Il Pianista": il vincitore morale anzi sembrerebbe essere il Tenente David, nato Weill e naturalizzato Wills, unico superstite della famiglia, in scena Peppino Mazzotta. Tornato da straniero in patria come tenente dell'esercito di liberazione in aiuto di Arnold, dovrebbero essere le sue obiezioni a guidare l'interrogatorio a difesa di Furtwängler nel secondo atto e invece Mazzotta finisce per soccombere a uno Zingaretti che ritrova vigore e presenza scenica troppo tardi.

Grande prova d'attore per Massimo De Francovich che, con la sua orazione sull'arte che significa più della politica, sulla musica che può infondere un briciolo di speranza anche nella più orrida delle situazioni, finisce per convincere il pubblico della propria innocenza. Ma cosa volesse dire Harwood lo aveva detto nel titolo inglese del suo lavoro (Taking Sides, schierarsi): i colpevoli e gli innocenti li fanno i posteri, chi vive nel presente deve tenere gli occhi bene aperti e prendere posizione con coraggio e senso di responsabilità finché ne ha il tempo.

Silvia Barocci

Ultima modifica il Domenica, 08 Dicembre 2013 12:41

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