martedì, 18 settembre, 2018
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TRAM CHE SI CHIAMA DESIDERIO (UN) - regia Antonio Latella

Un tram che si chiama desiderio Un tram che si chiama desiderio Regia Antonio Latella

di Tennessee Williams, traduzione di Masolino D'Amico
regia di Antonio Latella, scena di Annelisa Zaccheria, costumi di Fabio Sonnino, luci di Robert John Resteghini, suono di Franco Visioli, assistente alla regia Brunella Giolivo
con Laura Marinoni, Vinicio Marchioni, Elisabetta Valgoi, Giuseppe Lanino, Annibale Pavone e Rosario Tedesco
produzione Ert e Teatro Stabile di Catania
visto il 17 gennaio 2010, allo Storchi di Modena
Teatro Ambasciatori- Catania, dal 10 al 22 aprile 2012
Tournée estiva

www.Sipario.it, 26 febbraio 2012
www.Sipario.it, 23 aprile 2012
www.Sipario.it, 18 maggio 2012

E' un feroce, impietoso scavare nell'anima di Blanche Dubois, la protagonista di Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams, riletto con vocazione psicoanalitica da Antonio Latella. Lo spettacolo prodotto da Ert e dallo Stabile di Catania conferma la capacità di Latella non solo di leggere ma soprattutto di de-costruire i testi e di trarre da essi quell'eternità che li invera nella scena, li rende contemporanei, interrogazioni sul nostro esserci, anche nel caso della drammaturgia un po' mélo dell'America del dopoguerra. Ciò è quanto accade in Un tram che si chiama desiderio. In scena scheletri di un interno borghese: una porta sul fondo che dà sul nulla, un letto, un frigo, una vasca e pochi altri elementi, tutti bianco laccati. Ogni elemento d'arredo è illuminato da fari a vista che accendono l'attenzione dello spettatore, delineando lo spazio, rendendo astratto quel luogo che è proiezione della mente, visione della realtà raccontata dalle parole di Blanche, storia di un'anima che soffre e intensamente vuole desiderare ricostruita come in un'anamnesi clinica. L'apertura è affidata al racconto/voce in campo del dottore, che ha in cura Blanche Dubois, interpretato da Rosario Tedesco, presenza secca, accademica, straniata, ma alla fine forse l'unico elemento che mostra pietà, affetto per la storia di Blanche. La descrizione dettagliata e naturalistica dell'interno borghese, la recitazione analitica di quanto fa Blanche, la restituzione al pubblico di una sorta di sceneggiatura cinematografica a cui non corrisponde la reazione della diretta interessata sono i mezzi con cui Antonio Latella chiede allo spettatore di percepire e di condividere la dissociazione, la vita immaginata della protagonista, ma anche la fredda messa in atto di un dolore che batte con insistente crudeltà. Ciò soprattutto nella prima parte dello spettacolo in cui le luci accese in sala, impediscono allo spettatore di trovare cesura alcuna fra ciò che è il suo tempo e spazio e quello dell'azione o meglio del racconto che si svolge davanti ai suoi occhi. Laura Marinoni è Blanche Dubois che nel primo tempo dell'allestimento e del testo vive del mistero di quella donna elegante, di famiglia aristocratica caduta in rovina, che arriva a casa della sorella, Stella (Elisabetta Valgoi) che ha sposato Stanley, un giovane immigrato polacco (Vinicio Marchioni, di possente e maschile fisicità). Perché Blanche è andata dalla sorella, cosa l'ha indotta a fuggire da New Orleans? Antonio Latella gioca tutta la parte migliore dello spettacolo in questa attesa di svelare il perché Blanche Dubois sia lì, insofferente nei confronti della vita modesta di Stella e prigioniera della nostalgia di un benessere passato, attratta e respinta al tempo stesso dalla sessualità animalesca del polacco. Tutto ciò si realizza in un continuo spiazzamento della narrazione, in un tracciare la storia senza permettere appigli di realtà. Ciò è reso con intensa e straziante verità da Laura Marinoni che è corpo teso e che freme nelle parole del dottore, è interrogativo muliebre così come lo è per certi versi la rassegnata femminilità di Elisabetta Valgoi. Ciò che accade in scena è un racconto che si sostanzia di parole, quelle parole che illudono, dietro cui Blanche Dubois costruisce il suo presente e dietro cui nasconde il suo passato: un matrimonio con un ragazzo bello e delicato che andava con gli uomini, l'alcolismo, la relazione con un minorenne nella scuola in cui insegna, l'insoddisfatta ninfomania che la porterà nelle braccia di Stanley, a rifiutare il dimesso e complessato Mitch (Giuseppe Lanino che fatica a dare spessore alla disperazione esistenziale del suo personaggio) e alla fine a rifugiarsi definitivamente nella follia, assistita dall'infermiere (Annibale Pavone) che la segue, la illumina con quei fari che sanno di finzione teatrale, che danno all'intera vicenda una fredda e immobile condanna a un presente senza prospettiva. Su quel tram che si chiama desiderio Antonio Latella carica un'angoscia che si stempera nello svolgersi della trama, ma che s'incide con impietosa intensità senziente nello spettatore, grazie soprattutto a una potente Laura Marinoni e a una non meno forte Elisabetta Valgoi. Imperdibile.

Nicola Arrigoni

Antonio Latella per questa sua personale messinscena, all'Ambasciatori di Catania, di Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams, inizia dalla fine, da quando Blanche ( Laura Marinoni) in braccio al dottore (Rosario Tedesco) viene portata in un ospedale psichiatrico, riavvolgendo così all'indietro il nastro registrato della sua vita, mostrando al pubblico il suo caotico vissuto, quasi come quel personaggio del film La vie à l'envers di Alain Jessua del 1965 il cui senso finale può così riassumersi: noi possiamo essere felici, ma veramente felici, quando diventiamo pazzi. Quando Blanche giunge a New Orleans in casa della sorella Stella ( Elisabetta Valgoi) sposata con Stanley (Vinicio Marchioni) un immigrato polacco dai modi bruschi e violenti, è una donna sfasciata. Stanca, per aver dato sepoltura ai suoi cari. Depressa, per essere stata causa (forse) del suicidio del marito omosessuale. Disgustata verso gli uomini che la reputano un facile bocconcino. Inferocita verso quel preside che l'ha espulsa dalla scuola (dove insegna letteratura) per aver sedotto un ragazzo di 17 anni. L'unica cosa che le resta da fare è fuggire lontano, prendere un tram che si chiama Desiderio, poi un altro chiamato Cimitero e scendere alla terza fermata dei Campi Elisi. Per farci entrare dentro la testa turbata di Blanche, Latella ha creato una sorta di magazzino di mobili da montare, scheletri di sedie, un tavolo, un letto con testata barocca, un paralume rosso accanto ad sedia d'ufficio, pure un lavabo, una vasca da bagno, su cui sono montati come protesi, riflettori, amplificatori, spot e microfoni, un faro da cinquemila watt manovrato da Eunice (ambiguamente interpretato da Annibale Pavone con tacchi a spillo che illumina costantemente Blanche) utile pure a svegliare quegli spettatori che di tanto in tanto s'abbioccavano. A detta di Latella « gli oggetti in scena sono memoria di se stessi, hanno perso la loro funzione d'uso per diventare proiezioni della mente di Blanche. Per questa ragione gli oggetti non ricevono luce ma illuminano, non subiscono il dramma ma contribuiscono a diffonderlo». Laura Marinoni con quella sua voce sensuale incarna bene la psiche di questa donna problematica, scivolata nel baratro dell'alcolismo e della ninfomania, particolari del resto evidenziati da altre attrici in altre edizioni di questo lavoro, compreso quello del 1947 di Elia Kazan, cui si deve quattro anni dopo il noto film del titolo con Vivian Leigh e Marlon Brando. In quella casa della sorella dei Campi Elisi, Blanche non troverà né affetto né tranquillità. La sua presenza infatti per differenti modus vivendi ( lei sofisticata e snob, sorella e cognato felici ma poveri) scatenerà tensioni e conflitti che spezzeranno il fragile equilibrio di quella coppia. Stella se ne starà di canto col suo pancione pronta a dare alla luce una montagna di coriandoli, Stanley zomperà addosso alla cognata in una sorta di amplesso in cui non si capisce se è lui a stuprare lei o è lei a stuprare lui e sfumerà alla donna pure un possibile matrimonio con Mitch (Giuseppe Lanino) amico di Stanley e infine Blanche si rinchiuderà nella follia come atto estremo di salvezza. Uno spettacolo niente affatto realistico, piuttosto una seduta psichiatrica in cui gli spettatori vedono ciò che accade in scena attraverso la mente e gli occhi deformanti di Blanche e dunque uno spettacolo dissonante, ostico a seguire talvolta, ma di certo uno spettacolo d'autore che vive una realtà contemporanea piena di schegge e di vetri sfrangiati e appuntiti.

Gigi Giacobbe

Psicodramma? Radiocronaca? Prova di memoria?

Indubbiamente una sorta di 'jam session' che, per glissare ogni trappola di realismo sentimentale, impiega un intero atto per 'perfezionare' il suo sistema di straneazione, emozionalità negata, drammaturgia 'al surgelatore' -tese a dimostrare come 'necessarie' (alla coerente evoluzione interpretativa) questa specie di 'lobotomia registica' a carico di Williams e della sua opera più emblematica: di angosce pregresse e 'colpe' familiari che ne strutturano (ne pregiudicano) ogni tratto biografico e creativo.

La vicenda ha luogo a New Orleans a metà degli anni quaranta e racconta del ménage coniugale tra Stanley, 'animalesco' immigrato polacco e Stella, una ragazza della middle class americana, andata però in familiare rovina durante la crisi del '29. Rapporto del tutto instabile e comunque compromesso dall'arrivo di Blanche, vera protagonista del testo, 'troppo ammalata di vita per riuscire a vivere'. La quale, cercando rifugio dalla sorella a causa di una precedente vita 'dissipata e tribolata' , irrompe nella vita di costoro, e del comune 'amico Mitch sino a che l'escalation degli accadimenti (e dei reciproci 'malintesi', proprio in senso camusiano) non consegnerà l'indigesta ospite alle segrete di una istituzione-ergastolo annunciata dal palesarsi 'benevolo' (quasi un grembo materno) di un medio psichiatra.

La cui funzione è, in questo caso, duplice, ambigua, metateatrale, poiché 'investita' dal ruolo di narratore , suggeritore, voce fuori campo che scandisce movimenti, battute, didascalie del copione, come fosse il regista-demiurgo su cui 'pesa' la catartica ritualità dell'evento scenico.

Che si materializza come evocazione mnemonica (conditio-sine-qua-non di tutto il teatro di Williams, la memoria esssendo 'strumento del perpetuo dolore") in una metodica accozzaglia di oggetti scenici contigui alla 'deflagrazione' di un concerto rock, che è frastuono e stordimento dinanzi all'empietà dell'orrore praticato a norma di ineluttabile 'buon senso'.

Come in alcune esperienze ronconiane("Er pasticciaccio brutto de via Merulana", "I demòni"), il gesto, il movimento, il moto interiore vengono 'detti' ma non eseguiti, fornendo alla scena una dinamica inusitata e straniante, soprattutto quando 'certe frasi' (che sono la sineddoche della tragedia) emergono dal buio mediante l'utilizzo di fari e abbaglianti d'auto che invadono la platea, quali elementi cognitivi simili allo psicodramma (secondo Moreno).

In che senso? Quando i fari sono puntati contro di noi viene ribaltato il dispositivo dello sguardo, ovvero è il teatro a 'guardarci' quali testimoni e complici dell' 'empia evocazione'. Quando ci si sposta a livello di proscenio, le lampade in mano agli attori 'ritagliano' ciascuna delle loro figure come a renderle più sinistra. Dunque 'costruendo' e adattando lo spazio- mentale, il non-luogo ad una partecipazione quasi liturgica e comunque emozionale all'impresa scenica-. spronati e annichiliti dalla musica assordante dei Led Zeppelin mentre eseguono "Whole lotta love"

"A ben vedere, o meglio volendo vedere, sono le logiche mediali che danno forma all'esperienza del mondo, anche di quello artistico- annota Latella- Infatti, è come se ci trovassimo di fronte ad una pagina ipertestuale, costruita per 'finestre' e segmenti di copione collegati fra loro e abitati dai personaggi che sono sempre in scena anche quando potrebbero uscirne. Dunque, se Blanche ama la vita tanto da raccontarla diversa da com'è, ne deriva che il potere demistificatore del teatro sta nel suo paradosso, ossia nel 'parlare della realtà attraverso la finzione' e i molti linguaggi che essa ha a sua disposizione. Per sedurci, catturarci e poi lasciarci al cospetto di ennesimi 'spettri' o 'maschere nude', cui la nostra presenza (per lo più distratta, passiva se non contemplativa) non renderà né altra vita né altra occasione di riscatto.

Cos'altro dire? Come già accaduto per "Medea" e "Lear" , Antonio Latella esercita autonomamente, ma non arbitrariamente. la nobile arte di 'afferrare' un classico, smontarlo, svuotarlo alla stregua di un 'meccano' e poi restituircene una sorta di scocca o 'essenza' che vanno ben oltre la logica aristotelica e le sue unità di misura In questo gioco di 'decostruzione' tocca indubbiamente agli interpreti (con Laura Marinoni e Elisabetta Valgoi semplicemente eccelse) il compito più arduo- che consiste nel ' vivere ed essere' il dramma nella sua nuova configurazione che sta al di fuori di ogni rassicurante raziocinio e contesto storico

"Prendere un tram che si chiama Desiderio, poi un altro che si chiama Cimitero e arrivare ai Campi Elisi"- come recita Blanche- non trova alla fine il suo approdo catartico, come del resto accade nelle vita di ciascuno, nella dolorosa rincorsa di treni in ritardo, (s)perduti o inghiottiti dalla notte. Come il buio nella mente.

Angelo Pizzuto

Ultima modifica il Lunedì, 23 Settembre 2013 05:08

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