mercoledì, 21 febbraio, 2018
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TEMPORALE - regia Monica Conti

"Temporale", regia Monica Conti. Foto Umberto Favretto "Temporale", regia Monica Conti. Foto Umberto Favretto

di August Strindberg
adattamento e regia di Monica Conti
scene e costumi di Roberta Monopoli
luci di Cesare Agoni, suono di Edoardo Chiaf
con Vittorio Franceschi, Mauro Marino, Melania Giglio,
Monica Ceccardi, Sergio Mascherpa,
Valzer di Gerda composto Da Stefano Ghisleri
produzione Ctb Centro Teatrale Bresciano
al teatro Mina Mezzadri, 31 gennaio 2018

www.Sipario.it, 2 febbraio 2018

Chissà come l'avranno presa le signore con capelli grigi e sfumature azzurrine l'accenno alla vecchiaia e alla resa dei conti con la vita che ricorre insistentemente nel Temporale di August Strindberg... Colpisce questa specularità sul bilancio di un'esistenza che accomuna il protagonista del testo strindberghiano e chi sta in platea, anche per la prossimità fra palco e spettatori, anche per l'interrogare se stesso che fa il vecchio signore (interpretato da Vittorio Franceschi) in una afosa serata estiva, in attesa che scoppi il temporale che dà il titolo al dramma da camera di Strindberg.
Assistere al Temporale vuol dire confrontarsi con la crudeltà analitica dell'autore svedese, ma anche con il sapere teatrale della regista Monica Conti. Realtà e metafora, natura e astrazione vanno di pari passo. Il Temporale racconta di un funzionario in pensione, assistito dalla giovane Louise (Monica Cerccardi), che vive del ricordo della moglie molto più giovane di lui che abbandonò sotto il peso della consapevolezza, mai confessata della relazione col fratello (Mauro Marino). Frammenti di verità che emergono e promettono di scoppiare in tutta la loro drammaticità come il temporale di fine estate. Per la casualità della vita, infatti, la donna torna a vivere nello stesso stabile in cui visse col marito. Questo ritorno fa emergere il non detto: pone il dubbio sulla paternità della figlia, fa emergere il mai confessato odio di Gerda (Melania Giglio) d'essere stata abbandonata dal marito, più vecchio di lei, di nuovo abbandonata dall'amante che se ne fugge con Agnese (simbolicamente interpretata ancora dalla Giglio), la figlia del pasticcere (Sergio Mascherpa). L'emergere di queste verità corrisponde con lo scoppio del temporale, ma come alla tempesta succede la quiete, così la quiete della vecchiaia e della tranquillità borghese impongono il silenzio e forse una sorta di disconoscimento di sé, di annullamento di sé.
La regia dotta e analitica di Monica Conti predilige l'aspetto simbolico a quello naturalistico, apre, dilata i silenzi, il non detto, il sussurrato di un testo che vive più di allusioni che di dichiarazioni. Tutto ciò trova una sua compiuta realizzazione in un allestimento complesso, sapiente in cui si crede di poter leggere l'eco del teatro di Massimo Castri e un omaggio discreto all'allestimento di Giorgio Strehler. Questi segni teatrali convivono con una lettura personale e mentale portata avanti da Monica Conti che fa della quiete che precede e segue il temporale e del lampeggiare i segni di uno stare sulla soglia, di un disvelamento del non detto, di un'emersione del rimosso che vive in quella casa che è vita e prigione, luogo dei ricordi ma anche spazio in cui si portano via i morti.
Ciò accade realmente? Oppure è frutto della mente di quel vecchio signore che ha sposato una donna più giovane, ne ha avuto una figlia? La figlia è sua? O frutto della relazione avuta col fratello? E ancora perché Gerda torna a vivere in quella casa? Interrogativi che Strindberg pone, le cui risposte sono lasciate allo spettatore, coautore di quella resa dei conti in un'estate afosa e carica di tempesta. Monica Conti dirige tutto questo con mano ferma chiedendo agli attori di essere prossimi e distanti dai personaggi, di abbracciarli, ma anche guardarli dall'esterno. Su tutti domina la leggerezza melanconica e placida di Vittorio Franceschi che nel suo stare sulla soglia di una verità inconfessata coinvolge per tensione tutto il resto del cast, in cui spiccano la disperazione cromatica di Melania Giglio e la ritualità cechoviana di Monica Conti, nei panni del postino.
Il Temporale di Monica Conti è una scatola che si apre e disvela scenari e ipotesi possibili di una vita sicuramente trascorsa, forse subita, più che vissuta. E allora il guardare all'interno delle finestre della casa è scorgere una parte della scena, dell'immagine e ricostruirne la totalità con ipotesi, congetture, fantasia. E' questo che fanno di due fratelli guardando dalla panchina la finestra dell'appartamento in cui vivono i nuovi inquilini, è questo che facciamo noi spettatori assistendo e credendo a ciò che accade sul palcoscenico. Tutto ciò fino allo spalancarsi della scena su un albero – una betulla di memoria cechoviana? – a cui guarda il vecchio funzionario come luogo di un altrove possibile e pacificato, respiro panico di una resa dei conti per cui la vecchiaia è l'ultimo passo che apre al mondo nuovo, a nuova vita. Applausi commossi e calorosi anche dalle signore con le sfumature azzurrine.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Sabato, 03 Febbraio 2018 07:58

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