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TRATTATO DI ECONOMIA - regia Roberto Castello e Andrea Cosentino

"Trattato di economia", di e con Roberto Castello e Andrea Cosentino. Foto Ilaria Scarpa "Trattato di economia", di e con Roberto Castello e Andrea Cosentino. Foto Ilaria Scarpa

coreocabaret confusionale sulla dimensione economica dell'esistenza
progetto, drammaturgia, regia e interpretazione Roberto Castello e Andrea Cosentino
produzione Aldes
in collaborazione con Sardegna Teatro

con il sostegno di MIBACT, Regione Toscana/Sistema Regionale dello Spettacolo

Teatro Elfo Puccini, Milnao, Sala Bausch dal 13 al 19 novembre 2017

www.Sipario.it, 27 novembre 2017

Uscendo dal teatro inquadrate nel portico, le insegne balzano all'occhio come il tram dei desideri indotti che abbiamo perso e che perdiamo ogni mattina. Diciamo "è passato", e andiamo oltre. Sappiamo che tornerà, e che lo perderemo nuovamente. Ci piace guardarlo, ma guai a volerci salire. Si perderebbe tutto il gusto. Una volta a bordo, e constatata la nostra apparente vittoria, si rimpiangerebbe di non essere sopra quell'altro tram all'apparenza più invitante, allora ci assalirebbero le rabbie verso il prossimo, il tram e noi stessi. Questa è in fondo una delle possibili strategie di sopravvivenza in tempi di turbo consumismo: guardar passare i tram dei desideri indotti senza mai salirci. Ma è curioso che uscendo da uno spettacolo che parla ironicamente del potere onnipervasivo dell'economia, dove si può ascoltare una battuta che recita più o meno: "se pensate intensamente al vostro portafoglio, cosa ci vedete dentro? banconote, la carta di credito, e poi in mezzo la carta d'identità? Ebbene pensateci: il vostro essere è schiacciato dal vostro avere" (ma la battuta è subito disinnescata se si pensa all'affermazione di Raimon Panikkar secondo cui in occidente quel che chiamiamo carta d'identità è in realtà una carta d'identificazione, e noi confondiamo identità con identificazione), ci si trovi immersi nel bel mezzo della Milano sovreccitata (o sarebbe meglio dire intorpidita?) dallo shopping domenicale di Corso Buenos Aires. Tuttavia ci si chiede: sarebbe forse più coerente uscendo dal teatro ritrovarsi negli slums maleodoranti di una periferia? Forse sì, ma non sarebbe certo così piacevole. Analogamente, in un'altra occasione, all'uscita di uno spettacolo trasudante solidarietà nei confronti di sfruttati e stranieri, e di stranieri sfruttati, il solito venditore di rose pakistano sul marciapiede davanti al teatro fu ampiamente snobbato dalla folla elegante ancora commossa dallo spettacolo. Qui si esce e si è immersi in quel mondo – di cui il teatro in cui siamo appena stati è in qualche modo parte – che "Trattato di economia" satireggia. Contraddizioni forse ineliminabili. E qui si avverte il limite di quello che si potrebbe definire "teatro nel teatro", dove non si intende con ciò il meta-teatro, ma il teatro fatto dentro ai confini della scatola teatrale (quasi) tradizionale e istituzionale – anche se questa scatola, nel caso di Cosentino-Castello, viene fatta scricchiolare con una certa veemenza.
Ci troviamo di fronte a una strana coppia: un danzatore-coreografo e un attore comico e mezzo (il riferimento è alla celebre battuta di Karl Kraus: "L'aforisma non coincide mai con la verità, o è una mezza verità o una verità e mezzo"): un attore aforisma? Forse. Entrambi in splendida forma, e da sempre immersi nel brodo culturale di quella che un tempo si chiamava "ricerca", la coppia sfida tutto il tempo la forma spettacolo, inscenando una conferenza che è insieme coreografia, cabaret, parodia.
Partendo dalla registrazione dei dati più contraddittori cui l'esperienza quotidiana ci può mettere di fronte riguardo alle leggi assurde cui è sottoposto il mercato delle merci, e approfondendo da un lato questo livello, dall'altro il lavoro si avvita poi felicemente intorno allo stollo del teatro che riflette su se stesso, finendo per inglobare al suo interno non solo una sorniona ed esilarante presa in giro dei nomi più influenti della scena contemporanea (di cui peraltro è pienamente parte): Bausch, Jan Faber, Latella, Ronconi, il teatro-immagine, il teatro fisico, ma anche, ed è l'apice meta-teatrale del lavoro, il discorso critico su di sé, materializzato dalla proiezione di un video dove il critico Scarpellini dichiara, abrasivamente ironico, qual è il vero mandato della critica, cioè di farsi prezzolata e di pretendere quel poco invero che il teatro di ricerca può pagare, quei miseri 250 euro; e avvertiamo qui per un momento la vertigine tutta intellettuale della fuga pressoché infinita della meta critica e del meta teatro.

Perché in fondo se lo spettacolo diventa critica, il critico può diventare spettacolo, e su questa equazione improbabile sembra in effetti reggersi, e bene, tutto il lavoro del duo. Le invenzioni si susseguono tra spot surreali sulle proprietà della pietra (lo slogan "un diamante è per sempre", diventa "una pietra è per sempre", con tutto il corollario dei cortocircuiti tra status symbol e ciottolo qualunque) e gags messi in piega o abilmente spettinati da un Cosentino gagà e vamp, con quello sguardo dalla fissità keatoniana, esilarante e insieme inquietante (come accade per tutti i grandi comici) e un Castello calvo e tanto baffuto da sembrare un Gurdjieff sornione, che a un certo punto si sbiotta fino alla mutanda, a sberleffo – ci sembra – della moda che vede la lingerie masculo-femminile ampiamente disseminata in spettacoli di ogni genere, ma in special modo in quelli di teatro-danza- drammaturgia contemporanea-performance. La mutanda sembra del resto istituirsi ormai, in molti di questi spettacoli, come aurea dimensione mediana tra impulso al totale – e pericoloso! – dono di sé per esigenze d'arte da parte dell'attore e un certo voyerismo che pervade il tono generale degli scambi sui social media. Un "vorrei ma non posso", oppure in questo caso un "fermiamoci qui che è meglio" che Castello sa molto bene di non poter eludere stante la sua situazione anagrafica (no, scherziamo, è in piena forma), e che infatti rispetta in pieno con un carico irresistibile di ironia e autoironia. Così lo vediamo spalmarsi di biacca il corpo seminudo, indossare un cappello ad amplissime tese come il sacerdote di un rito sacrificale, figura che ci richiama, chissà perché, un certo Jodorowsky ieratico da "Montagna sacra", e posare sul nastro mobile di cui, abbiamo scoperto, è dotato il cassone che funge da tavolo di conferenza, una serie di oggetti feticcio del mercato globale, tra cui la paperella e il dildo di plastica dalla cui analisi di costi-benefici è partito lo spettacolo: e si vedono passare e cadere dal tavolo tra le altre cose anche, a un certo punto, una falce, un martello, il busto di Marx, il busto di Lenin.

Franco Acquaviva

Ultima modifica il Lunedì, 27 Novembre 2017 09:36

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