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SORELLE MACALUSO (LE) - regia Emma Dante

Le sorelle Macaluso Le sorelle Macaluso Regia Emma Dante. Foto Carmine Maringola

testo e regia di Emma Dante
con Serena Barone, Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Italia Carroccio, Davide Celona, Marcella Colaianni, Alessandra Fazzino, Daniela Macaluso, Leonarda Saffi, Stephanie Taillandier
luci Cristian Zucaro
armature Gaetano Lo Monaco Celano
foto Carmine Maringola
produzione Teatro Stabile di Napoli, Théâtre National (Bruxelles), Festival d'Avignon, Folkteatern (Göteborg)
in collaborazione con Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale
Napoli, Teatro Mercadante dal 22 al 26 gennaio 2014
Roma, Teatro Palladium dal 29 gennaio al 9 febbraio 2014
Genova, Teatro dell'Archivolto, 5-6 dicembre 2014

www.Sipario.it, 6 dicembre 2014
www.Sipario.it, 24 gennaio 2014

Dopo un paio d'anni d'assenza dalle scene genovesi, Emma Dante torna al Teatro dell'Archivolto con lo spettacolo Le sorelle Macaluso. La sala Modena è gremita, come raramente accade, di un pubblico che nel tempo la regista siciliana è riuscita a conquistare e fidelizzare. In quindici anni di lavoro tra teatro, opera e cinema e tanti riconoscimenti (ultimo in ordine cronologico il premio Ipazia all'Eccellenza al Femminile, ricevuto lo scorso 22 novembre a Genova) gli spettacoli di Emma Dante sono diventati, per il pubblico che frequenta le sale teatrali, un evento da non perdere.

L'aspettativa anche questa volta non viene delusa. Le sorelle Macaluso è dantiano in ogni sua cellula. Ritroviamo tutti quegli elementi che compongono e definiscono i suoi lavori teatrali. La mancanza di un apparato scenografico strutturato in favore di pochi oggetti scenici: un piccolo crocefisso brandito a capo di un corteo funebre, cinque scudi e cinque pugnali che evocano le battaglie combattute dai pupi siciliani. La verità del corpo dell'attore: ogni suggestione, ogni nodo drammatico della storia passa attraverso la carne dei suoi interpreti. Il lavoro di Emma è fedele alla natura stessa del lavoro dell'attore, a cui viene chiesto di spogliarsi, di sputtanarsi, di mostrarsi, di essere lo strumento in cui lo spettatore riconosce se stesso.

L'uso della lingua e del dialetto siciliano non solo come veicoli di significato ma come portatori di suoni e ritmi che si impastano al tessuto gestuale e coreografico, creando una partitura senza sbavature. La ricerca di una stilizzazione nella ripetizione di movimenti che identificano ciascun personaggio. La rinuncia della quarta parete per un'azione drammatica a favore di pubblico: in questo spettacolo, più che in ogni altra sua pièce, gli attori cercano nello spettatore il proprio interlocutore, stando saldi su una chorus line immaginaria che abbatte ogni gerarchia tra i personaggi.

Le sorelle Macaluso si riuniscono per il funerale della più grande di loro, Maria, e riportano in vita, attraverso il racconto, il loro passato familiare costellato di perdite: quella prematura della sorella Antonella, morta bambina durante un gioco in mare; quella della madre che lascia al padre la responsabilità di crescere le figlie ancora piccole e una ferita nel cuore mai rimarginata. Lui stesso non regge alla disperazione e alla miseria e finisce i suoi giorni per strada, ricoperto di merda, dopo avere sturato il cesso di un locale per pochi spiccioli. L'ultima dipartita è quella del figlio di Gina, promessa del calcio siciliano, che un giorno mentre gioca si accascia sul campo senza vita.

Nel ricordo delle sorelle i genitori danzano e si accoppiano in un impeto di gioia e struggimento; il figlio di Gina torna a giocare sui campi da pallone; Antonella torna a contare i secondi in cui riesce a trattenere il respiro sott'acqua. I dolori del passato si sciolgono attraverso l'intervento della madre che, come un deus ex machina, appiana i conflitti tra le sorelle, rielabora i lutti, perdona e assolve. Nonostante la riconciliazione col passato un senso di cupezza permane sulla scena. Maria, che nella vita voleva fare la ballerina e invece per quarant'anni si è fatta carico delle sorelle e del padre, si libra nel suo canto del cigno. Il tutù che le viene dato dalle sorelle è il simbolo di un'identità negata, di una realizzazione arrivata troppo tardi.

Marianna Norese

Sono sette Le sorelle Macaluso di Emma Dante nella pièce scritta e messa in scena da lei in prima assoluta al Teatro Mercadante di Napoli salutata alla fine da applausi calorosi e standing ovation. Numero scaramantico il 7, magico direi, che porta bene al mondo dello spettacolo, contribuendo la geniale artista palermitana ad allungarne la serie con i suoi successi. Sette sono i nani di Biancaneve, quanti I sette samurai di Kurosawa che darà vita poi a quei Magnifici sette di John Sturges nel suo western del 1960 con una sfilza di star, ritrovandolo raddoppiato in quel film musicale Sette spose per sette fratelli di Stenley Donen. Ma attenzione perché sette sono pure i peccati o vizi capitali immortalati da Bosch in un suo dipinto vedibile al Museo del Prado di Madrid, quegli stessi forse, che investono Le sorelle Macaluso della Dante, che vivono meta-teatralmente e metafisicamente tra cielo e terra, tra inferno e paradiso, tra vita e morte. E' suggestiva la scena d'apertura, nuda e nera, occupata solo da una ballerina danzante e volteggiante come un pupo siciliano e da cinque scudi sul proscenio, luccicanti e nuovi di zecca, simili a quelli dei Paladini di Francia. Dal fondo s'intravedono un gruppo di personaggi, in maggioranza femminili, rigorosamente agghindati di nero, illuminati fiocamente e gradualmente sino a sostanziarsi in tutta la loro interezza. Per alcuni minuti marciano su e giù lungo la scena, da rievocare quasi quella marcia marziale, da brivido, che è stato il primo quarto d'ora del Woyzeck di Büchner secondo Carlo Cecchi nella prima metà degli anni'70. Solo che qui la Dante, forse con un pizzico di autoreferenza, fa un salto al suo spettacolo d'esordio alle soglie del 2000 (quello della sua nuova weltanschauung teatrale) che è stato mPalermu, con le protagoniste che sfilano poi in processione dietro uno stendardo religioso. Eccole adesso le sette sorelle togliersi quegli abiti neri al ritmo di dixieland e di musiche echeggianti gli ottoni di Bregovic e restare in sottane colorate e poi in costume da bagno intero e canticchiare più d'una volta alcune note di 'U pisci spada di Domenico Modugno, ruotante, come si sa, attorno ad un pescespada femmina catturata durante una mattanza che invita il maschio a fuggire, ma inutilmente, perché lui si lascia catturare per morire insieme a lei: una canzone d'amore in dialetto siciliano, accattivante musicalmente di cui però non vi trovo una liaison con lo spettacolo. Ed eccole ancora le sorelle raccontare a turno un episodio che le ha segnate quando erano bambine: quello che rievoca la loro prima volta al mare, il loro primo bagno nell'acqua salata, la pasta al forno sulla spiaggia, il melone dimenticato sulla strada e quella specie di gioco pericoloso che fanno molti ragazzini quando cronometrano contando a voce alta chi è capace di restare di più in apnea mentre qualcuno gli ottura il naso. Ci lascerà le penne, purtroppo, Antonella (Elena Borgogni), alla quale Katia (Leonarda Saffi), la sorella più appariscente per i coloriti e variegati toni dialettali, stringerà più del dovuto il naso facendola affogare. Una morte che rievoca un altro spettacolo cult della Dante titolato Vita mia, dove un ragazzo in bicicletta muore senza morire davvero perché è sempre in mezzo ai vivi. Come Antonella del resto che continua a giocare con le sorelle e insieme al padre (Sandro Maria Campagna) che ritorna dall'aldilà e che, con toni affabulatori, racconta i suoi tanti e disparati lavori per non far morire di fame la sua famiglia. E appare pure la loro madre (Stephanie Taillandier) anche lei defunta quando le figlie erano piccole e che non smetterà mai di fare l'amore col marito in lunghissimi abbracci e reiterati girotondi lungo tutto il palcoscenico. Sono senza parola le sorelle vive, si chiedono senza parlare il da farsi e di chi possa essere la colpa di quella morte involontaria e improvvisa. Sarà il padre ad assumersi la responsabilità, soprattutto per non averle potute controllare a sufficienza. E c'è un'altra giovane vittima, figlio della sorella Gina (Italia Carroccio) che è il giovane calciatore Davidù (Davide Celona) con la maglietta azzurra del Napoli di Maradona (certamente un omaggio della Dante verso quel capoluogo partenopeo che l'ha sempre amata e accolta a braccia aperte) deceduto mentre giocava a calcio per un attacco di cuore e che non smette di dribblare chi si trova davanti e dare colpi di testa al pallone. Adesso le sorelle si rivestono di nero. Dal gruppo si stacca la ballerina Maria (Alessandra Fazzino) la stessa dell'inizio, che accenna a qualche passo di danza, subito incoraggiata e incitata da Cetty (Marcella Colaianni) e Pinuccia (Daniela Macaluso), quindi si spoglia lentamente sino a rimanere nuda e mentre la sorella Lia (Serena Barone) le lancia un tutù che lei indossa lentamente, sembrerà in chiusura una bambolina danzante sopra un carillon. A Emma Dante, per imbastire spettacoli di tale fatta, non interessano storie del tipo Star Trek o di quelle americanate televisive abitate da morti che rivivono in mondi virtuali e/o para o fantascientifici. A lei interessano storie semplici che affondano nella cultura popolare, come il cuntu che gli ha fatto un amico con la nonna ammalata che di notte chiama la figlia urlandole se è viva o morta e quando la figlia le risponde che è viva, la donna non le crede affermando d'essere morta da lungo tempo e chi le sta attorno non le dice la verità per non farla spaventare. Poi la storia assume una vita propria, una via "dantesca", restando indelebile nella mente di chi l'ha visto. Le sorelle Macaluso sarà in scena al biondo di Palermo dal 25 febbraio al 2 marzo.

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Domenica, 07 Dicembre 2014 17:16

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