giovedì, 13 dicembre, 2018
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SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE - regia Luca Ronconi

Sogno di una notte di mezza estate Sogno di una notte di mezza estate Regia Luca Ronconi

di William Shakespeare
traduzione Agostino Lombardo e Nadia Fusini
regia Luca Ronconi
scene Margherita Palli, costumi Antonio Marras, musiche a cura di Paolo Terni, luci A. J. Weissbard
con (in ordine alfabetico) Riccardo Bini, Francesca Ciocchetti, Francesco Colella, Pierluigi Corallo, Giovanni Crippa, Raffaele Esposito, Gianluigi Fogacci, Alessandro Genovesi, Elena Ghiaurov, Melania Giglio, Marco Grossi, Sergio Leone, Giovanni Ludeno, Fausto Russo Alesi
e con Clio Cipolletta, Gabriele Falsetta, Andrea Germani, Andrea Luini, Silvia Pernarella, Stella Piccioni
e con la partecipazione di Jacopo Crovella, Mario Fedeli, Antonio Gargiulo, Sandro Pivotti
Milano, Teatro Strehler, dal 25 ottobre al 2 novembre 2008

La Stampa, 30 ottobre 2008
Avvenire, 28 ottobre 2008
Panorama, N. 46 2008
Il Manifesto, 2 novembre 2008

Ronconi, un po' di sonno nella notte di mezza estate

Come molti spettacoli di Luca Ronconi, anche l'odierno Sogno di una notte di mezza estate stimola festosamente l'occhio, disturba l'orecchio e intorpidisce discretamente le giunture. Per cominciare da quest'ultimo rilievo, tre ore più intervallo possono non apparire esagerate ma in realtà lo sono, perché l'azione spesso si protrae senza motivo, sacrificando il ritmo a una dizione con pause e monotonie. A quanti arriva con chiarezza il perché del conflitto tra Oberon e Titania, esposto da quest'ultima in una lunga tirata che nessuno ascolta davvero? Il fatto è che qui l'italiano smentisce la sua fama di lingua melodiosa, sia per colpa dell'amplificazione imposta dalla notoria sordità del Giorgio Strehler, sia per la tendenza di molti interpreti a urlazzare, soprattutto nei momenti comici. Ne risulta una cacofonia che sabota continuamente la sublime leggerezza di questa eterea tra tutte le commedie shakespeariane.

Per fortuna la parte visiva (scene di Margherita Palli, costumi di Antonio Marras) è gradevolissima, con la fredda città diurna e il notturno bosco incantato evocati entrambi mediante le grandi lettere che compongono le parole ATENE e FORESTA, lettere nel primo caso allineate in terra e fruibili come sedili contro un fondale neutro e bianchissimo, nel secondo luminose, di varie dimensioni, mobili e persino sospese in aria, contro un fondale nerissimo - Ronconi opta per la linea proposta con particolare vigore da Ian Kott (Shakespeare nostro contemporaneo) negli anni Sessanta, per cui le fate non sono creaturine poetiche bensì incubi goyeschi. La corte di Titania è quindi composta da metallari in cuoio nero abbastanza trucidi, ancorché acrobatici nei salti mortali. Beninteso, anche la corte di Teseo ha un che di inquietante, Atene essendo occupata da militari: sono soldati con tanto di elmetto anche i cacciatori del duca alla fine del quart'atto e in cappottone grigioverde e mostrine è persino il borghese Egeo, quello che vuole dare la figlia Ermia a un marito di sua scelta. Come spesso si usa, la coppia Teseo-Ippolita, di cui stanno per celebrarsi le nozze, è incarnata dagli stessi attori che interpretano Oberon e Titania, ossia Raffaele Esposito e Elena Ghiaurov, con l'innovazione di un Oberon poco sicuro di sé. Meno scontato un altro sdoppiamento, quello di Riccardo Bini che è tanto Filostrato quanto Puck.

Le schermaglie amorose dei quattro giovani che si inseguono e si fuggono l'un l'altro sono rese adeguatamente da Francesco Colella, Pierluigi Corallo, Silvia Pernarella e Melania Giglio, quest'ultima arrancante su vertiginosi tacchi imposti dal copione che la vorrebbe molto più alta dell'amica-rivale. Ma come spesso accade, la zona più gustosa è affidata all'episodio dei goffi artigiani e del loro spettacolo amatoriale, i cui preparativi sono spiritosamente diretti da Giovanni Crippa (Quince). Quando infine torna la luce del giorno nell'esecuzione, pur disturbata dagli sposi, che continuano a salire sul palco e a mettersi in mezzo, brillano l'ingenuamente tracotante, applaudito Piramo di Fausto Russo Arman, la Tisbe di Giovanni Ludeno, il Muro di Gianluigi Fogacci.

Masolino D'Amico

Il «Sogno» di Shakespeare s'illumina con Ronconi

Ecco una serata teatrale perfetta, di alta qualità di spirito, bella, concreta. Ecco uno spettacolo che corre via agile, moderno, senza troppi intellettualismi o appena una spruzzata. Ecco allo Strehler di Milano l'atteso Sogno di una notte di mezza estate che porta la griffe di Luca Ronconi. Atteso anche perché il celebre regista, dopo tanti incontri con lo Shakespeare di segno tragico, s'avvicina qui, e per la prima volta, al suo universo più fiabesco; fiabesco ancorché non privo di risvolti inquietanti e freudiani che Ronconi bene coglie. Con la sua commedia più piacevole e popolare, dove l'arte del teatro vive in tutta la sua interezza ed esplode come una grande Festa. Una Festa racchiusa dentro un sogno, che è poi quello della poesia e forse, anche per questo, difficile da raccontare con i segni più efficaci. Difficile da mettere in moto. Difficile raccordare quelle varie vicende in cui i personaggi appartengono agli universi più diversi. L'universo degli eroi mitici (Teseo e Ippolita), quello degli elfi e delle fate (Oberon e Titania) e quello degli uomini reali. La doppia coppia dei giovani innamorati che fuggono nel bosco di Atene, ma anche quel gruppo di esseri semplici e rudi (Bottom e gli amici artigiani) che vogliono anch'essi entrare nel gioco.
Tre universi che per la durata di una notte il disordine attraversa. Generato esso dalla discordia dei potenti o dalla durezza delle loro leggi che soffocano i sentimenti. E' ­l'amore, si sa, nel Sogno, a far la sua parte eversiva, a moltiplicare la confusione incrementata dall'arbitrio degli spiriti abitatori di un bosco magico dove primeggia Puck, qui impersonato dal bravissimo Riccardo Bini presentatoci come un vecchio e ciondolante illusionista da strapazzo. Una notte, quella che Shakespeare ci fa vivere, di beffe e stralunamenti, di continue mutazioni, fino a quando i tre matrimoni non concluderanno la rincorsa all'appagamento dei sensi e la favola sovrana sarà conclusa. Favola che Ronconi riesce a governare con bell'equilibrio. Calandola, ignorando epoche (solo i bellissimi costumi dello stilista Antonio Marras ad accennare i più diversi stili), in uno spazio astratto dove a rilucere è ­la parola, sono le sottili metafore shakespeariane: qui nell'asciutta, limpidissima traduzione di Agostino Lombardo e Nadia Fusini.
Il Sogno per Ronconi diventa una sorta di grande meccano che smonta e rimonta a piacimento con la mano prodigiosa di un ragazzino sche i vari strati narrativi benissimo si legano fra loro. Non ricerca il regista atmosfere magiche, ma con felicità inventiva s'abbandona al puro gioco del teatro con una semplicità di mezzi che affascina. Gli basta per caricare la miccia, una scenografia (la fedele Margherita Palli in soccorso) composta di gigantesche lettere colorate dallo splendore delle luci di A.J. Weisshard che continuamente si scompongono (ecco il disordine) e ricompongono e fissano, simili a luminose di un teatro, i luoghi dell'azione (Atene, Foresta, Luna), qualcuna sospesa nell'aria come la verde S del giaciglio di Titania. Lettere che fungono da sedili o punti d'appoggio nel vuoto dello spazio.
E' eccellente il cast. Quasi interamente prescelto fra elementi giovanili. Spicca Fausto Russo Alesi che regala un sapido, gustosissimo Bottom.
Gareggiano in bravura l'aitante Raffaele Esposito e la sicura Elena Ghiaurov: lui, un sentimentale Oberon (e un vigoroso Teseo), lei che guarda alle divine di Hollywood per disegnare con ironia la sua Titania. All'altezza del compito il quartetto dei giovani innamorati, ma con un surplus di classe Melania Giglio (Elena) e Francesco Colella (Lisandro). Non si può dimenticare il colorito Quince di Giovanni Crippa, ma anche tutti gli altri meriterebbero segnalazione. Accolto trionfalmente, que­sto Sogno di una notte di mezza estate è destinato a ri­manere a lungo nel reperto­rio del Piccolo Teatro.

Domenico Rigotti

Vola alto il «Sogno» di Luca Ronconi

A pensarci bene, quelle grandi insegne luminose, gigantesche lettere dell'alfabeto con la scritta «foresta» oppure «luna», che trasformano il bosco di notte e l'Atene diurna della commedia scespiriana in un'astratta Las Vegas siderale, sono la vera chiave interpretativa del Sogno d'una notte di mezza estate felicemente risognato da Luca Ronconi allo Strehler di Milano (repliche a tappe fino al 23 gennaio 2009). Questi lucenti cartellini segnaletici hanno la stessa funzione dell'artigiano che nella storia di Piramo e Tisbe, interpolata alle peripezie degli innamorati o alle magie oniriche di Oberon e del folletto Puck, interpreta la parte del Muro e lo spiega agli spettatori. Ma così segnala di non essere un muro, bensì un attore. Ecco, il Sogno di Ronconi è questo: il trucco e l'anima del teatro, la capacità di smascherare i suoi meccanismi per riconfermarne la mercuriale e metamorfica vitalità. A costo d'indossare la testa d'asino di Bottom il tessitore: un rozzo, il cui nome significa deretano. Che pathos, però, quando impersona Piramo! La magia del teatro nasce dal basso, ma sa volare alto: Ronconi, con i bravi attori, insegna.

Roberto Barbolini

La favola elisabettiana in un girotondo erotico

Il tema del sogno ha segnato l'attività di Luca Ronconi da sempre, e in particolare al Piccolo teatro fin dall'inizio, con Calderon e Strindberg, quasi una dichiarazione di poetica e anche di interpretazione del teatro stesso. Ora questa direttrice di lavoro si fa quasi esplicito manifesto, se non sintesi di autobiografia artistica, con il Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare (fino a oggi alla sala Strehler, poi ancora per due settimane a metà novembre e poi a gennaio), che diviene summa e proiezione del mondo e del suo doppio onirico, ovvero del teatro.
Per l'occasione Ronconi attua uno di quei punti di svolta che hanno segnato la sua storia. C'è una scelta sorprendente e assoluta, davanti alla favola elisabettiana, di rigore e di «semplicità» per quanto riguarda la scenografia, cui è reciproca però la soluzione narrativa che riesce a rendere assolutamente leggibile e conseguente l'intreccio shakespeariano, come raramente capita. I diversi piani del racconto assumono una loro naturale posizione di causa e sviluppo, attorno alla molla che li spinge e fa vivere, ovvero l'amore, la sua libertà e le sue incongruenze, la casualità e il gioco che ne aumentano il desiderio e la ricchezza di implicazioni. E perfino Antonio Marras, stilista inventivo e geniale, qui per i costumi sceglie la via di una contenuta funzionalità.
Su una scena apparentemente vuota gli spazi e i luoghi sono indicati da scritte al neon di diversa foggia e colore: Atene dove Teseo e l'amazzone Ippolita col loro contorno guerriero annunciano le nozze e i festeggiamenti d'occasione; la verde Foresta notturna governata dai due alter ego di quelli, Oberon e Titania e dal loro buffone mattacchione e un po' perverso (Riccardo Bini è Puck), dove il gioco dell'amore e del caso cambia di continuo le geometrie erotiche tra due fanciulle e due giovanotti; la Luna come mondo dei sogni e quindi di inconfessabili verità. E senza nome infine la scena dei teatranti che di tutto questo vogliono dare rappresentazione, tra vanità e paradossi, travestimenti e sfondoni.
Quelle scritte parlano più del loro significato letterale. Le loro lettere si staccano, si mescolano, si confondono , si fanno elementi scenici a sé, alludono sfacciatamente ad altro, come la Luna i cui caratteri fatti di lampadine evocano le sale di Broadway (o del Piccolo). Mentre un candido spicchio lunare può calare come altalena, o fungere da talamo per ancor più inammissibili fantasie, come l'amplesso tra Titania (meravigliosa Elena Ghiaurov) e il commediante trasformato in un dotato e ragliante somaro (l'ormai bravissimo Fausto Russo Alesi).
Il girotondo erotico tra i quattro ragazzi, strabico per l'effetto di gocce (magiche e misteriose, quanto i pregiudizi o le bugie) versate sugli occhi, diviene il campo centrale di questa partita tra la veglia e il sogno, tra la vita e il teatro. Dove i due ragazzi, pur vittime dell'obnubilamento incantato (Pierluigi Corallo e Francesco Colella) sanno esprimere maggior istintiva crudeltà e insieme riflessi di maggiore consapevolezza sulle incantevoli possibilità dell'amore. Così che paradossalmente più «rigide» appaiono le fanciulle pur pazze per amore (Silvia Pernarella e Melania Giglio). E tra le molte apparizioni colpisce la fata incontinente di Francesca Ciocchetti.
Ma chi resta colpito davvero da tanto tramestio su quel quadrante agitato, è Oberon (Raffaele Esposito, seppure timido rispetto alle possibilità del personaggio), che pur tirando i fili di tanti ruoli continuamente scambiati, ne segue appostato i ritmi e gli scarti, l'intensità e l'esecuzione. Come un moderno regista verrebbe da dire, lanciando una sonda in quella biografia artistica di Ronconi che pure con discrezione ogni tanto occhieggia sul palcoscenico dello Strehler (la scala ripida dell'Uomo difficile, per fare un solo esempio tra i molti).
A quel punto è risolutiva la recita finale dei comici, e non solo per la bravura indicibile di Piramo e Tisbe (Russo Alesi e Giovanni Ludeno, ben orchestrati da Giovanni Crippa, e alle prese con il Muro di Gianluigi Fogacci e il Leone di Alessandro Genovesi), ma perché dimostra come anche la più insulsa e sbracata delle messinscene si trova a competere con l'artifizio della «realtà», senza dover necessariamente soccombere, anzi offrendone possibili nuove chiavi di lettura. Rovesciando in quello stesso momento valori precostituiti e pregiudizi incalliti.
Il teatro spiega il teatro, ma anche la vita, che invece non basta a spiegare i comportamenti e l'inconscio, e tanto meno l'amore, fantasma elettrico impossibile da inscatolare, neanche tra le pareti di un teatro, se non in un Sogno.

Gianfranco Capitta

Ultima modifica il Mercoledì, 25 Settembre 2013 06:56

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