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STRANIERO (LO) - regia Franco Però

Lo straniero Lo straniero Regia Franco Però

di Albert Camus
con Roberto Abbati, Alessandro Averone, Paola De Crescenzo, Michele de' Marchi?,
luci Claudio Coloretti?scene e costumi Andrea Viotti?, musiche Antonio Di Pofi?, regia Franco Però
?produzione Fondazione Teatro Due?, prima nazionale
Fondazione Teatro Due, Parma
dal 7 al 9 marzo, 10 marzo, 28 marzo 2013

www.Sipario.it 11 marzo 2013
 

In un abbacinante pomeriggio d'estate, sul lungomare d'Algeri, un uomo uccide senza motivo un arabo, uno sconosciuto, con cinque colpi di pistola – il primo, sparato d'impulso ma senza un perché, e poi altri quattro, esplosi con feroce ed incosciente accanimento.
Quell'uomo è Meursault, un giovane impiegato, che qualche tempo prima ha perso la madre, dopo qualche giorno ha incontrato Marie in spiaggia e ha con lei allacciato una relazione, e s'è infine prestato ai loschi inganni del vicino di casa Syntès, suo unico amico o quasi.
Quell'uomo, per cui ogni cosa "è uguale" - la vita, la morte, l'amore - è il protagonista de Lo Straniero, opera prima del giovane Camus, cui nel centenario della nascita Teatro Due dedica questa prima nazionale, per la regia di Franco Però e l'interpretazione asciutta e rassegnata di Alessandro Averone, sostenuto dalla brillante e convincente prova di Roberto Abbati-Syntès, Paola De Crescenzo e Michele de' Marchi.
Su una scena cosparsa di sabbia e pervasa di luce, svetta un tavolo dalla proteiforme simbologia (da bara materna, a trampolino mediterraneo fino a banco degli imputati trascorrono le sue funzioni) si consuma, riarsa dall'accecante luminosità africana, l'epilogo d'una vita disperatamente senza qualità.
Con radi, piani, quasi sospesi elementi scenici e gestuali, Però snoda sul palcoscenico parmigiano l'ordinario, sordo e spossante dolore del romanzo di Camus, il quale, sorbita l'essenza de La Nausea sartriana, tratteggia in pochi nitidi accenti la vicenda disperatamente insignificante d'un essere senza ragioni, di un uomo divorato dall'insensatezza e vittima sacrificale del senso latitante, o peggio: perduto.
Nella condanna, nell'esecuzione, Meursault trova il riscatto, il compimento integrale, l'aderenza di sé a sé, in un sacrificio liberatorio assimilato a quello cristologico, del resto indifferente e negato dal protagonista stesso di fronte al pubblico ministero, che tenta invano di muoverlo a pietà, di spingerlo ad una comprensione del proprio gesto omicida.
Come ne Il muro di Sartre, l'antieroe di Camus nella versione di Però e Averone, si riscuote dell'apatia e dell'irrilevanza della propria condizione, riaffermando nella rassegnazione e nella morte la coerenza d'un destino insulso, inglorioso, sconosciuto e straniero a sé stesso fino alla resa dei conti. L'uomo, risvegliato dalla cataratta pesante dell'esistere fine a sé stesso, messo impietosamente davanti al proprio meschino sfacelo spirituale, riacquista coscienza e delibera finalmente per sé: la morte è il solo gesto di libertà.
E questo superamento, che scenicamente è un passo, quasi un tuffo, verso la platea, è intriso d'una luce quasi divina, rivelatrice: come la canicola del meriggio algerino ha annientato i sensi ed il senso del protagonista, ora la luce inversa ma egualmente intensa della ragione e della sensatezza, restituendo all'uomo la coscienza di sé (e dell'irrilevanza di sé nel mondo), irradia di ragioni metafisiche e materiali la scelta estrema, unica possibilità di sottrazione al male che permane accovacciato sul fondale d'ogni anima.
Teatro Due dedica allo scrittore francese questa porzione della stagione teatrale in corso, affiancando alla messa in scena una pluralità di eventi commemorativi – letture, incontri, esposizioni e presentazioni - della poetica e della figura dell'autore, radunati sotto il titolo Solitaire et Solidaire.

Giulia Morelli

Ultima modifica il Mercoledì, 25 Settembre 2013 07:03

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