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SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE - regia Massimiliano Bruno

"Sogno d'una notte di mezza estate", regia Massimiliano Bruno "Sogno d'una notte di mezza estate", regia Massimiliano Bruno

di William Shakespeare
Con: Stefano Fresi, Giorgio Pasotti, Violante Placido e Paolo Ruffini
Adattamento: Massimiliano Bruno
Regia: Massimiliano Bruno
Roma, Teatro Eliseo dal 9 al 28 gennaio 2018

www.Sipario.it, 18 gennaio 2018
www.Sipario.it, 14 gennaio 2018

Una tendenza prevale nelle scene italiane da un po' di anni: quella del voler modernizzare ad ogni costo un classico. Perché si crede che un'opera scritta secoli addietro non riesca più a trasmettere messaggi validi per i nostri stinti tempi? O forse per puro piacere di riscrittura in termini di lingua, convenzioni, metafore? Non lo si saprà mai. Fatto sta che è raro trovare una giusta misura di regia che sappia destreggiarsi fra la riproposizione d'un classico o in termini convenzionali, oppure in maniera esageratamente moderna rischiando, però, di stravolgerlo del tutto.
Il sogno d'una notte di mezza estate di Shakespeare per la regia di Massimiliano Bruno, che in questi giorni si offre agli spettatori dell'Eliseo, non è alieno dalla tendenza di spogliare uno dei capolavori delle scene elisabettiane delle sue tinte più proprie – letterali e di significato. L'operazione, tuttavia, non la si nota sul piano dei costumi – moderni, ovviamente – o delle scenografie – scarne e che raffigurano un ambiente vuoto che l'immaginazione, o qualche elemento introdotto a seconda delle esigenze (un carro rivestito con dei rami a rappresentare il bosco in cui avvengono le varie magie, o il trono di Titania), possono popolare a propria discrezione.
Il tentativo di rimodernare l'opera del bardo non la si individua neppure nella recitazione degli attori – canonica, a tratti brillante, ma che non sorprende in quanto manca negli interpreti una chiave interpretativa dei rispettivi ruoli che sappia incantare il pubblico.
Dove, allora, la novità di questo Sogno d'una notte di mezza estate? Nell'esser stato preso a pretesto, dal regista, per scene comiche degne d'un cabaret. Nel fatto d'aver reso le vicende degli innamorati – Ermia con Lisandro ed Elena con Demetrio – vittime degli incantesimi del re degli spiriti, in una commediola degli equivoci che diverte, suscita risa ed invita all'applauso. Ma ciò che se ne trae è simile a quello d'un sapore che non si gusta appieno e che subito scompare.
Giorgio Pasotti e Stefano Fresi, tra tutti, spiccano maggiormente per presenza scenica e capacità attoriali. E tuttavia non si elevano all'altezza dei rispettivi personaggi (Teseo e Oberon; Bottom e Piramo). Non riescono. Anzi: sono questi ultimi ad aver dovuto adattare la loro statura drammaturgica all'ordito che intesse lo spettacolo.
Questo regno delle meraviglie shakespeariano, dove realtà e irrealtà si incontrano e confondono, nella rilettura di Bruno diviene un non-luogo, senza patria e senza un linguaggio che ben parli la lingua strumentata dal poeta. Così facendo, si è creduto di tirar fuori una dimensione inconscia dall'opera pensando di compiere un'operazione originale. In realtà, s'è provveduto a spogliare un classico della sua identità.
Di questo Sogno d'una notte di mezza estate non v'è rimasto che il titolo e la trama di fondo. Tutto il resto, per riprendere le bellissime battute conclusive di Puck, non è che un insieme d'ombre che a fatica si possono riconoscere.

Pierluigi Pietricola

È in scena al teatro Eliseo di Roma fino al 28, il sogno più famoso del teatro, "Sogno di una notte di mezza estate" del Bardo, per la regia di Massimiliano Bruno.
Protagonisti di cinema e fiction si alternano sul palco a suon di musica ritmata, tra luci dai colori sgargianti, scenografie mobili e costumi evocativi dei ruoli, per offrire la dimensione onirica che sottende al testo e che il regista ha voluto portare in primo piano.
Folletti dispettosi, un Puck-Ruffini flemmatico, filosofo e portavoce dell'autore, i guitti di Quince-Lops particolarmente affiatati, che strappano risate e applausi a scena aperta, il tutto dentro un quadro dai contorni trasognati, pilotato da Oberon-Pasotti e i suoi litigarelli coniugali e sottolineato, in modo vivace e romantico, dagli intermezzi delle fatine al seguito di Titania-Placido.
La storia è nota e, bene o male, le figure attoriali scelte sono tutte "in parte", con una personale predilezione verso il cast dei comici, specie per quel linguaggio desueto, inventato e divertente che cattura l'attenzione del pubblico. Tra uno "schiantai" (Tisbe-Tacconelli) e un sospiro, una controscena e un "capisciuto" o una battuta giocata ad arte, tirata molto ma molto per le lunghe - specie da parte di Bottom-Fresi - a sottolineare la vanità del teatrante, lo spettatore riesce ad apprezzare il lavoro simpatico di un regista, di cui sono note al grande pubblico già diverse prove brillanti in pellicola.
In questa pièce la dimensione onirica e quella inconscia coincidono, come generalmente è, e la fanno da padrone, così come, di rovescio, la realtà aderisce alla parte raziocinante. La vittoria è annunciata, l'inconscio prevale sul razionale. Il sogno e l'inconscio viaggiano sulle ali della fantasia e di Cupido e con loro si può sconfinare ovunque, così come realtà e ragione circoscrivono il campo e tendono ad abbassare il tiro.
Shakespeare gioca con la sua genialità, ironizzando con lucida follia sul suo mestiere, da lui profondamente amato, tanto da lasciarci spesso, nei suoi testi, velatamente o in modo esplicito, una lezione di messa in scena e recitazione, con un linguaggio trasognato e, proprio per questo, vittorioso sul tempo.
La materia inconscia è senza limiti e il suo magma vivo e portentoso offre più facilmente l'apertura verso adattamenti. In tal modo, la regia è libera d'agire, senza temere un tradimento a monte. I comici del "Sogno", confermandosi spesso accentratori d'attenzione, nelle varie edizioni, li ho sentiti recitare in siciliano, in napoletano, in un grammelot inventato o in un lessico immaginario, vicino a un improbabile italiano volgare del '500-'600 farcito di suoni anglofoni e ispanofoni inventati, come nel caso della versione adattata da Massimiliano Bruno. È un focus, questo, offerto su un piatto d'argento dal potere teatrale del linguaggio suggerito dal sommo autore. E un codice espressivo dall'efficacia deduttiva e metaforica, più che diretta, è tipico dell'inconscio, il quale altro non usa, se non metafore e sensi rovesciati.
I testi di Shakespeare sono per registi e interpreti un passe-partout aperto a molte chiavi di lettura, che guida la mise-en-scène verso una certa libertà espressiva. Il tutto fa sentire gli attori vivi ed è a vantaggio del pubblico che, nel caso della performance in oggetto, si è goduto lo spettacolo e ha fatto sentire la sua presenza, senza lesinare applausi.

Margherita Lamesta

Ultima modifica il Mercoledì, 24 Gennaio 2018 15:28

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