venerdì, 20 ottobre, 2017
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RÉPÉTITION - regia Pascal Rambert

"Répétition" - Vie Festival 2015 "Répétition" - Vie Festival 2015

testo, regia, coreografia di Pascal Rambert
con Emmanuelle Béart, Audret Bonnet, Stanislas Nordey,
Denis Podalydès (sociétaire del la Comédie Française)
e Claire Zeller
scenografie Daniel Jeanneteau
luci Yves Godin
musiche Alexandre Meyer
costumi Raoul Fernandez, Pascal Rambert
assistente alla regia Thomas Bouvet
direttrice di produzione Pauline Roussille 
T2G-Théâtre de Gennevilliers centre dramatique national de création contemporaine coproduzione Festival d'Automne à Paris, Célestins Théâtre de Lyon, Théâtre Vidy-Lausanne, TAP – Théâtre Auditorium de Poitiers, Théâtre National de Strasbourg, La Comédie de Clermont-Ferrand, scène nationale, CDN Orléans/Loiret/Centre, CNCDC de Châteauvallon, Le phénix scène nationale Valenciennes 

visto a Vie Festival 2015, teatro Storchi, Modena, 17 ottobre 2015
prima nazionale

www.Sipario.it, 24 ottobre 2015

Alla fine delle due ore e un quarto si rimane senza fiato, si esce dalla sala con un senso di stordimento ed eccitamento verbale che fatica a passare e che inevitabilmente non può che accompagnare e condizionare la riflessione su un lavoro complesso nella sua apparente semplicità, un piacere per chi ama il teatro di pensiero. Dopo Clôture de l'amour in cui gli interpreti – Audrey Bonnet, Stanislas Nordey nell'edizione francese, Luca Lazzereschi e Anna Della Rosa in quella italiana – hanno offerto la cronaca sublime delle ultime fasi della separazione di una coppia, con Répétition Rambert Pascal prosegue il suo viaggio di indagine e analisi delle relazioni. Questa volta lo spazio è quello di una sala prove, il luogo in cui si tirano le somme delle relazioni e delle speranze attese e disattese di un gruppo di artisti: Emmanuelle (attrice), Audrey (attrice), Denis (scrittore) e Stan (regista).
Come accadeva in Clôture de l'amour anche qui il nome del personaggio e dell'attore coincidono, dando conto di una 'sovrapposizione' identitaria e di sentimento che non concede vie di uscita, non solo agli attori ma anche agli spettatori stessi. «Si assiste a un momento di una prova nel corso della quale Audrey coglie negli occhi di Denis che qualcosa sta accadendo tra lui ed Emmanuelle»: spiega Pascal Rambert. Da qui parte la messa in discussione della coesione del gruppo e il bilancio di un lenta e inesorabile esaurirsi della relazione fra i quattro, del senso del loro stare insieme, dei rapporti non solo professionali ma sentimentali che si sono intrecciati. Tutto è condotto con il secco scandire di quattro monologhi e un flusso di parole che non lasciano pausa alcuna se non il silenzioso accasciarsi dei singoli alla fine di ogni monologo; ogni attore si ripiega su se stesso, quasi esaurito e sconfitto dalle mille supposizioni, dagli attacchi, dalle giustificazioni di una storia che rischia di non essere più. Mentre uno dei quattro parla, gli altri si aggirano intorno a lui a tratti con l'aspetto di animali feriti, con lo sguardo indagatore e sospettoso di chi studia quell'amico che improvvisamente si fa 'avversario' o semplicemente non risponde più all'idea che si aveva di lui o di lei.
Auderet (Bonnet) è rabbiosa, delusa e non rassegnata, inizialmente dichiara di non condividere, di non considerare efficace la 'struttura' che è riferimento allo spettacolo che i quattro stanno provando. Ma quella 'struttura teatrale' si amplia, diviene la 'struttura relazionale' che tiene insieme i quattro e che forse non regge più, si va spegnendo, se già non è spenta, il cui indizio (presunto?) è tutto in uno sguardo d'intesa fra Denis ed Emanuelle. Ma anche questo è forse solo un pretesto di una messa in crisi e che è di tutti e quattro e non solo di Audret. Emanuelle (Béart) è parola e corpo, è colei che più dell'altra s'è offerta ed ha accolto quello sguardo, ha fatto propria la fluidità di quel vivere insieme di emozioni, arte, sesso, teatro, creatività e seduzione. Una storia che lo scrittore Denis (Podalydès) racconta con parole che scottano, racconta donando le parole perché diventino respiro, perché si posino nella bocca di chi le dice, atto d'amore ed erotico in cui si completa ma si fagocita anche la storia dei quattro, le utopie del teatro, i sogni di un mondo da ribaltare, rinnovare. Ed è come – arrivando al monologo finale del regista Stan (Nordey) – se la prospettiva del racconto si ampliasse più e più, passasse dalla relazione artistico/sentimentale fra i quattro, a una riflessione più ampia sulle relazioni che si mettono in atto nel provare e riprovare in teatro, nel difficile, sfuggente processo creativo che unisce attori/scrittore/regista. E allora è al regista che Pascal Rambert affida l'orizzonte, l'ampliamento del pensiero, in una anaforica sollecitazione perché i ragazzi, i giovani si ribellino, perché torni la possibilità di frequentare grandi idee, di sentirsi rivoluzionari, per cancellare tutto e costruire un mondo nuovo. Répétition è un crescendo di pensiero, è l'ampliarsi dell'orizzonte, è lo scatenarsi dell'esistenza e del suo flusso su quella comunità di artisti, rinchiusi in una sala prova ma che incarnano l'essere nella contemporaneità, urlano e pretendono la possibilità di un cambiamento, di una ribellione allo stare fermi per poter continuare a credere che nell'atto creativo possa esserci un di più di realtà che ci immette in inattese speranze di verità. E forse il ballo ginnico che chiude lo spettacolo altro non è che la voglia di tornare a spiccare il volo...

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Sabato, 24 Ottobre 2015 09:08

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