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RITORNO A CASA (IL) - regia Peter Stein

Il ritorno a casa Il ritorno a casa Regia Peter Stein. Foto Pino Le Pera

di Harold Pinter

traduzione Alessandra Serra

regia Peter Stein
scenografia Ferdinand Woegerbauer, 
costumi Anna Maria Heinreich, 
luci Roberto Innocenti

assistente alla regia Carlo Bellamio


con Paolo Graziosi, Alessandro Averone, Elia Schilton, Rosario Lisma, Andrea Nicolini, Arianna Scommegna


nuova produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana,/Spoleto56 Festival dei 2Mondi
Teatro Metastasio, Prato, 6-10 novembre 2013
Teatro Municipale, Piacenza, 3 dicembre 2013

www.Sipario.it, 8 dicembre 2013
www.Sipario.it, 9 novembre 2013

Oreste torna a casa per uccidere la madre, Amleto per piangere e ammazzare lo zio, Osvald per impazzire tra gli spiriti del passato... Per Harold Pinter Il ritorno a casa non si tinge di sangue, ma di una sferzante, tragica consapevolezza che la casa dell'infanzia, la famiglia di un tempo non esistono più, non sono mai esistite. Il ritorno a casa del drammaturgo inglese è un ingresso nelle disillusioni, è il velario alzato sulla crudeltà degli uomini, su ciò che diciamo contrapposto a quello che pensiamo realmente. La scena è quella di un interno borghese dimesso, un salotto essenziale con sullo sfondo una scala che porta al piano superiore dove ci sono le camere da letto. Al centro di questo interno borghese che Stein vuole come una scatola chiusa da cui lo spettatore dovrebbe sbirciare il non visibile e il non dicibile c'è Max (Paolo Graziosi), vecchio macellaio con tre figli: Lenny (Alessandro Averone), Joe (Rosario Lisma) aspirante boxeur, e Teddy, professore di filosofia (Andrea Nicolini) che arriva con la moglie Ruth (Arianna Scommegna), completa il quadro familiare il fratello di Max, Sam, (Elia Schilton) che dice di essere il miglior autista sulla piazza e vive di passato, di ricordi. Ne Il ritorno a casa si tirano le fila di una favola che s'infrange, si tirano le fila di rapporti di facciata e di antichi rancori. Harold Pinter mette in scena l'apparenza e le convezioni sociali, minate dalla realtà non detta, dal conflitto non risolto che sta dietro ogni aspetto del nostro vivere. Così Max il capofamiglia può al tempo stesso vantare un passato di macellaio imprenditore tanto esagerato quanto poco credibile, può esaltare le doti della moglie: donna e madre, a lei si deve la morale e l'educazione dei figli e quello che appare come un complimento si capisce vedendo i figli inetti e immorali che è una sarcastica e impietosa critica. Larry chiama insistentemente Max papà, ma ne massacra la figura di padre, rinfacciandogli pranzi schifosi, mentre alla speranza di futuro boxeur di Joe non viene data alcuna rilevanza da parte degli altri, né un minimo gesto d'affetto, tanto meno da parte del padre. Così accade per Sam che rievoca un passato tanto favoloso quanto indifferente agli altri. L'arrivo di Teddy nel cuore della note completa il quadro. Teddy trova la sua camera com'era, si presenta con la moglie Ruth. E' professore di filosofia, ma non sa rispondere alle domande su conosciuto e incognito poste da Larry, si è sposato e ha avuto tre figli all'insaputa del resto della famiglia. L'arrivo di Ruth in famiglia è un colpo, è un insulto unico da parte di Max e poi è – una volta che la donna ha preparato il caffè agli uomini – un riscatto di facciata, valorizzato nel binomio donna e madre. Ruth è moglie di Teddy, ma finisce con essere conquista degli altri fratelli, all'insaputa di Teddy o meglio desiderio di possesso da parte dei fratelli. E' a Ruth che Pnter dà la scena finale, seduta sulla poltrona, al centro della scena, in un suo possibile ritorno a casa inaspettato, lei dice di essere nata poco distante da lì... Il ritorno a casa di Harold Pinter è un testo cupo, che gioca per spiazzamenti, in cui ciò che si dice è subito contraddetto, perché il drammaturgo anglosassone porta sullo stesso piano la convenzione sociale e gli istinti, ciò che si professa per convenienza e ciò che si crede realmente. In questo alternarsi continuo e paradossale sta il gioco messo in atto da Pinter che Peter Stein muove verso una comicità che finisce alla lunga con edulcorarne i toni cattivi e impietosi. Lo spazio chiuso della casa di Max e dei suoi tre figli dovrebbe essere spiato dallo sguardo dello spettatore, invece gli attori si rivolgono alla platea, ciò che accade non è sotteso a una intimità da scoprire ma accade alla luce del sole, senza mistero, senza la dovuta ambiguità. Ciò porta a una caratterizzazione eccessiva che depotenzia il carattere esplosivo della situazione o forse l'implosione di quella famiglia che è inferno di relazioni, che è desiderio e crudeltà, che è azioni mancate, pulsioni inespresse. Il pubblico ride, si diverte, Peter Stein costruisce uno spettacolone ma non va a fondo, preferisce l'operazione di facciata a una sostanza che rimane da intuire nelle parole del testo di Pinter.

Nicola Arrigoni

Toccanti e divertenti nella loro agghiacciante tragedia i personaggi che gli attori del grande Peter Stein interpretano: un padre autoritario che soffre di demenza senile, il fratello disadattato che si definisce il miglior chauffeur della città, il figlio violentato da bambino che lavora nel campo della prostituzione, l'altro che vuole fare il pugile di professione nonostante non abbia la benché minima possibilità, l'altro ancora che vive negli Stati Uniti con la moglie nella speranza di rifarsi una vita migliore dopo quella passata con la famiglia d'origine. Un legame malato e assurdo lega i tre fratelli tra di loro e con il padre, in una situazione in cui l'unico che sembra si salvi è il fratello Sam (Elia Schilton), l'unico che non ha sporcato la sua dignità di schifo e che ha preferito tacere riguardo il tradimento della cognata con un altro uomo, piuttosto di far soffrire il fratello. Colui che suscita talmente poco interesse ai familiari, che verrebbe anche lasciato morire sul pavimento dell'appartamento. Tutto va avanti nella monotonia della quotidianità, tra le lamentele dei figli per i pasti miseri e i racconti malinconici e cinici del padre, finché il figlio preferito torna a casa per presentare la donna con cui è sposato da 6 anni. Questo arrivo inaspettato destabilizza l'apparente equilibrio della casa e mette in subbuglio le certezze. La moglie Ruth (Arianna Scommegna) viene accolta con volgare attenzione e irrita il vecchio Max (uno straordinario Paolo Graziosi), dopo la morte della madre dei suoi figli, non più abituato ad avere a che fare con donne. Scoppia in un attacco di ira, le dà della prostituta, ma poi accetta questa presenza rendendosi conto che una figura femminile può giovare a tutti. Ben presto Ruth, dopo un primo momento di imbarazzo e desiderio di fuga, si adatta alle abitudini maschili e cede alle loro provocazioni, ai loro corpi vogliosi di amore. Davanti agli occhi del marito inerte, bacia Lenny (Alessandro Averone) e poi si avvinghia a Joey (Rosario Lisma), con cui inizia successivamente una relazione sessuale. Sarà questo il motivo che spingerà Lenny a proporre al fratello maggiore di non partire con la moglie, ma lasciare che loro la facciano prostituire per contribuire all'economia della famiglia. La partenza dei due sposi è stabilita, ma Teddy (Andrea Nicolini) se ne va da solo, sconvolto dall'idea che la moglie preferisca prostituirsi in un appartamento tutto suo, piena di vestiti e servita da una cameriera, piuttosto che crescere i suoi tre figli. A Ruth sembra che il suo vecchio sogno di fare la modella si sia realizzato, ignara del destino a cui sta andando incontro, o forse totalmente consapevole – in un suo misterioso e spietato piano – della sua vittoria.

Sara Bonci

Ultima modifica il Domenica, 08 Dicembre 2013 12:42

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