giovedì, 21 settembre, 2017
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RANE (LE) - regia Giorgio Barberio Corsetti

"Le rane", regia Giorgio Barberio Corsetti. Foto Gianni Luigi Carnera "Le rane", regia Giorgio Barberio Corsetti. Foto Gianni Luigi Carnera

di Aristofane

Regia di Giorgio Barberio Corsetti

con Valentino Picone, Salvo Ficarra, Roberto Salemi, Dario Iubatti,
Giovanni Prosperi, Francesco Russo, Francesca Ciocchetti, Valeria Almerighi,
Dario Iubatti, Gabriele Benedetti, Roberto Rustioni, Gabriele Portoghese

Coro di Rane della palude infernale SeiOttavi
Coro dei sacri iniziati ai Misteri Eleusini – Dannati e Marionettisti Accademia d'Arte del Dramma Antico – sezione Scuola di Teatro "Giusto Monaco"

Traduzione Olimpia Imperio

Scena Massimo Troncanetti

Costumi Francesco Esposito

Musiche SeiOttavi

Riprese Video Igor Renzetti

Disegno Luci Marco Giusti

Teatro greco di Siracusa nel 53° Ciclo di Rappresentazioni Classiche dell'INDA fondazione dal 29 giugno al 9 luglio 2017

www.Sipario.it, 1 luglio 2017

Riuscirà il Teatro, la Bellezza, la Cultura a salvare le nostre città degradate, franate, terremotate, corrotte, piene di buche e olezzanti di spazzatura? Se lo chiedeva 25 secoli fa pure Aristofane anche se i problemi a quel tempo erano altri, per lo più di ordine bellico, riguardanti Atene e Sparta alle prese con la guerra del Peloponneso durata poco meno di trent'anni, il cui epilogo pur favorevole alla seconda sulla prima, lasciava entrambe le città con le ossa rotte e senza più nessun poeta e drammaturgo di rango che potesse elevare lo spirito dei cittadini. E allora cosa fa Aristofane? S'inventa Le rane (404 a.c.), una commedia in cui immagina che Dioniso e il suo servo Santia si rechino nell'Ade e riportino in vita Euripide, scomparso l'anno prima. Un lavoro tornato sugli scudi al Teatro greco di Siracusa, nella traduzione contemporanea di Olimpia Imperio, in questo 53° Ciclo di rappresentazioni classiche dell'Inda, guidato dal commissario Pier Francesco Pinelli e da Roberto Andò direttore artistico, ad opera del visionario regista Giorgio Barberio Corsetti, dopo essere stato messo in scena 15 anni fa da Luca Ronconi creando non pochi tumulti negli ambienti politici palermitani (leggi Miccichè) con i suoi mega poster, tolti nelle repliche successive, in cui si raffiguravano alcuni uomini di governo di quel tempo. E mi piace ricordare, sempre di Ronconi, la sua bellissima Utopia di sette ore nel 1975 al Fabbricone di Prato diventato un hangar per aerei e macchine d'ogni tipo, ruotante attorno a ben cinque lavori di Aristofane (Cavalieri, Donne in parlamento, Pluto, Uccelli, Lisistrata), un commediografo greco certamente nostro contemporaneo i cui argomenti ben si prestano ad essere attualizzati. Cosa però che Barberio Corsetti s'è ben guardato da mettere in atto, anche se i due comici nostrani, ormai delle star nazionali, Salvo Ficarra nei panni di Dioniso e Valentino Picone in quelli di Santia, ammiccavano su personaggi e fatti riguardanti l'attualità. I due giungono in scena con la loro aria svanita, stranita e straniante, così come appaiono al cinema o in televisione: Ficarra, abitino da donna, mantello sopra i jeans e clava in mano, Picone gilè e calzoni a quadri a cavallo d'un monopattino con un mucchio di bagagli a tracolla. Una coppia servo-padrone simile al Pozzo e Lucky di Aspettando Godot di beckettiana memoria, con la differenza che qui il servo di Picone parla, reagisce e talvolta s'arrabbia. Per darsi coraggio Ficarra/Dioniso indossa abiti impellicciati come quelli di Eracle (Roberto Salemi) che qui appare come un pugile che s'allena col suo sparring partner (Dario Iubatti e poi in altri ruoli) e in compagnia del suo servo inizia il suo viaggio nell'Ade. Il primo incontro sullo Stige è con Caronte non tanto demonio quello di Giovanni Prosperi, cui segue l'incontro con le rane canterine dei SeiOttavi, di verde vestiti compresi i cappelli, occhiali e neri e camicia gialla (costumi di Francesco Esposito), che verso la fine della commedia diventeranno gli iniziati ai misteri eleusini. I due protagonisti hanno paura di tutto e in ogni angolo vedono mostri e pericoli. In realtà l'inferno di Aristofane sembra un luogo all'apparenza tranquillo come può essere qualunque nostra citta, con le sue osterie, le sue fornaie, le sue ballerine, le sue ostesse (Francesca Ciocchetti e Valeria Almerighi). Ed è qui che la grande skené del teatro, popolata intanto da rettangolari blocchi bianchi, diventa una macchia arancione per via degli oltre trenta allievi della scuola dell'Inda agghindati con i colori d'Olanda che formano un coro ben orchestrato che si muove al ritmo di danza esotica capitanato dal corifeo Gabriele Portoghesi. Adesso due grandi facciate di case con finestre dai colori ferrosi (scene di Massimo Troncanetti) lasciano intravedere altri personaggi come Eaco (Francesco Russo) e infine Plutone col faccione gigantesco d'una marionetta ispirata alle sculture di Dessì, dietro una di quelle finestre che abbraccia con le sue grandi mani l'intero stabile. Qui l'atmosfera è più infuocata perché Euripide ha cacciato Eschilo dal trono che gli era stato assegnato e che quel bonaccione di Sofocle gli aveva ceduto di buon grado. A questa prima parte certamente più scintillante per la fresca comicità di Ficarra&Picone, segue una seconda parte che potremmo definire, sia pure buffonesca, più seriosa, in cui Plutone indice una gara tra chi è più bravo tra Eschilo (Roberto Rustioni calvo, draculesco, damascato di nero con barba) e Euripide (Gabriele Benedetti un Aristide lautrecchiano vestito di bianco con sciarpa rossa) e chi dei due Dioniso dovrà condurre sulla terra, previa pesata dell'uno e dell'altro tramite una rudimentale bilancia. Qui Barberio Corsetti, ma anche in altri momenti precedenti, mette in atto il suo linguaggio teatrale caratterizzato da proiezioni video-live su uno o più schermi che danno il senso del suo modo singolare di fare teatro, una catabasi drammaturgica che caratterizza questo spettacolo e che incuriosisce il pubblico perché vede amplificate azioni e facce dei protagonisti. Assomigliano a delle lavandaie Eschilo e Euripide, non ci fanno una bella figura. I loro versi sono eccessivi, sembrano parodie esagerate, intrise di malignità personali e di trovate stravaganti che vedono comunque il corpo di Eschilo pendere di più dal suo lato rispetto a quello del rivale e da cui si evince che per Aristofane la poesia, la cultura, l'arte debbono avere nella nostra società una funzione educativa e preminente. In Eschilo si ammirano le antiche virtù, l'arte severa e religiosa, in Euripide la cultura sofistica, la vita quotidiana, i vizi e le miserie degli dei ed eroi simili a quelle dei comuni mortali. La gara si conclude con la sconfitta di Euripide e Dioniso ricondurrà sulla terra il vecchio Eschilo per l'edificazione della traviata città di Atene.

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Sabato, 01 Luglio 2017 21:26

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