domenica, 23 settembre, 2018
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QUARTETT - regia Roberto Latini

"Quartett", regia Roberto Latini "Quartett", regia Roberto Latini

di Heiner Müller

traduzione Saverio Vertone

regia Roberto Latini

musiche Gianluca Misiti

scena Luca Baldini

costumi Anna Maria Clemente

luci Roberto Innocenti

assistente alla regia PierGiuseppe Di Tanno

con Valentina Banci, Fulvio Cauteruccio  

produzione Teatro Metastasio di Prato

Prima Nazionale
Teatro Metastasio di Prato - dal 1 al 17 dicembre 2017
Prato, Teatro Fabbrichino dall'1 al 17 dicembre 2017

www.Sipario.it, 10 dicembre 2017
www.Sipario.it, 4 dicembre 2017

Quartett di Müller, ovvero una matrioska di ruoli alla maniera di Latini

Un'enorme e imponente altalena a bilico - che in base alle necessità sarà tavola da pranzo, letto peccaminoso, campo di battaglia in sbilanciato equilibrio, metaforica zattera in mezzo al mare circondata da uno squalo affamato (rappresentato da una pinna che gira grazie a un meccanismo elettrico) - domina al centro della sala. Due pareti colorate in stile anni '80 fanno da quinte definendo lo spazio scenico. Ai lati più stretti della pedana sono seduti una donna e un uomo, armati rispettivamente di due forchette (simbolo del sesso femminile) e due coltelli (simbolo di quello maschile). Sono la marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont, intenti a infliggersi gli ultimi colpi di una guerra intrigante che in realtà non avrà mai fine, o meglio, questo è quello che ci fanno credere. In realtà, stiamo assistendo a una messinscena: i due fanno finta di essere i protagonisti di Les Liaisons dangereuses, che a loro volta si invertono i rispettivi ruoli, interscambiabili come le posate, ma danno voce anche alle parole della giovane Cécile de Volanges e di madame de Tourvel. La finzione dentro la finzione, intesa come doppio del doppio, è il tema intrinseco di Quartett, esempio per eccellenza di metateatro postmoderno.
Nei panni di due supereroi, Valentina Banci e Fulvio Cauteruccio si trasformano in bestie demoniache, rappresentando una gamma quasi schizofrenica di stili. I personaggi cui danno voce vengono interpretati come figure da scimmiottare, di cui prendersi gioco. Quasi fosse una partita a tennis con il diavolo, si passano la palla del potere e diventano a turno, a seconda del loro malato desiderio, vittima e carnefice, cane e padrone. La battaglia tra i sessi ha luogo in una dimensione di spazio/tempo che, parafrasando le parole di Heiner Müller, potrebbe essere un bunker atomico dopo la terza guerra mondiale. Scompare il rimando al salotto nobile prima della Rivoluzione francese, se non nella scelta di fare indossare agli spettatori-voyeur del Fabbrichino una maschera in cartapesta in stile veneziano. La regia di Roberto Latini sembra voglia distaccarsi cronologicamente dal romanzo epistolare di Choderlos de Laclos, testo a cui si rifà lo stesso autore tedesco, e prenderlo solo come pretesto per parlare del presente e di un ipotetico futuro, dell'arte attoriale e del teatro in senso ampio.
Nella seconda parte dello spettacolo Cauteruccio e Banci si liberano dei costumi di Superman e Wonder Woman: lui indossa un abito e un dolcevita nero, lei un tubino e un cappotto bianco con tanto di caschetto nero alla Uma Thurman in Pulp Fiction. Uno di fronte all'altra, si ritrovano a decidere in che modo proseguire il loro gioco e arrivano alla conclusione che l'unica soluzione possibile è continuare a recitare.

Sara Bonci

PRATO - Un gioco sessuale al massacro. Con la sua abituale, "picassiana" abitudine a stravolgere e sperimentare i testi teatrali, Heiner Müller trasforma quelle Relazioni pericolose che costituiscono la perfetta icona del Settecento libertino. Del romanzo di Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos, restano le trame del Visconte di Valmont e della sua ex amante, la Marchesa de Merteuil, che aiuta l'uomo a conquistare la giovane e casta Madame de Tourvel, e la giovanissima Cécile de Volanges, appena uscita di convento e promessa a un uomo di cui la nobildonna si vuole vendicare. Ma Müller isola la vicenda dalla sua epoca, e la trasporta in una dimensione fiori del tempo, a rimarcare l'universalità della malvagità dell'essere umano, contestualizzata nella grande crisi esistenziale in cui annega l'Europa del Novecento. Nell'allestire questo intenso spettacolo, Roberto Latini asseconda la vena sperimentale di Müller, calando la Marchesa (Valentina Banci) e il Visconte (Fulvio Cauteruccio), nei costumi da Superman e Wonderwoman; con questa scelta, da un lato il regista ironizza sulla follia umana che avvampa nell'ebbrezza del potere (in questo caso, potere sessuale), e dall'altro lato recupera il ruolo "soprannaturale" di chi recita in teatro, come fosse un araldo di qualche verità, o comunque possedesse la capacità di xx il reale e l'onirico, di manipolare la realtà. E infatti Latini costruisce un secondo gioco teatrale, che si sovrappone a quello di Müller, adombrando il sospetto che si tratti di un divertissement immaginato da due attori in un momento di pausa. Un gioco dettato dalla noia, dalla disperata necessità di uscire dalla prigione di un'angoscia che sembra non conoscere limiti. Un allestimento a suo modo espressionista, che fa dell'atmosfera psicologica il suo punto di forza, immerso com'è in una scenografia minimalista, dominata dalla grande tavola che diviene una sorta di pedana oscillante, quasi una bilancia, sulla quale si muovono gli attori; ma oscillando, la tavola si posiziona in modo che in alto si trovi sempre la Marchesa, a sottolineare il sottile dominio femminile in campo amoroso.
"A battaglia d'amor, campo di piume", scriveva il poeta Gongora; qui, sembra esserci un campo intriso di sangue, di rivalsa, di umiliazioni perpetrate e subite, cercando un impossibile equilibrio fra l'istinto e la sua razionale giustificazione, sulla scia di De Sade e della sua Justine. Pur in assenza di movimento scenico, lo spettacolo è coinvolgente: si tratta di integrale teatro di parola, recitato in modo serrato dagli attori che si confrontano in un dialogo/confessione sulle proprie relazioni sentimentali, sulla reciproca gelosia e la soddisfazione del tradimento, rivelando la propria vocazione al dominio.
Anche se in abiti moderni, come da scelta registica, Valentina Banci interpreta con bravura il sontuoso personaggio settecentesco della Marchesa di Merteuil, offrendo una recitazione legata alla psicologia della parola, ma anche sorprendentemente fisica, atteggiandosi ora ad animale ferito, ora a dama impassibile, disillusa e sognatrice insieme. Dall'altra parte, Fulvio Cauteruccio offre una recitazione virile, al limite del violento, con intermezzi di amara ironia.
Con il proseguire dello spettacolo, vengono introdotti anche altri personaggi, sempre interpretati dalla Banci e da Cauteruccio, che si alternano anche nelle parti maschili e femminili. Prende così forma il gioco teatrale pensato da Roberto Latini, con lo scambio di identità che costruisce intrecci e aumenta il dubbio che si assista a una finzione. S'insinua infatti il dubbio che il pubblico stia assistendo a un gioco fra attori in un momento di riposo, oppure un gioco fra persone crudeli, senza etica e dedite unicamente alla ricerca del piacere personale.
Nella sua seconda parte, lo spettacolo è spiazzante: gli attori indossano adesso normali abiti quotidiani, e seduti al tavolo discutono su come proseguire "il gioco". Avvicinatisi a due microfoni, ai lati opposti della sala, recitano come stessero interpretando un radiodramma, ma interrompendosi per scambiarsi impressioni e suggerimenti su come continuare. Si tratta di un richiamo alla tradizione della commedia dell'arte, quando l'assenza di un copione completo lasciava agli attori ampi margini d'improvvisazione.
Ampliando la prospettiva di lettura oltre il campo tecnico teatrale, si comprende come questo spettacolo possieda una sua verità, se si considera come la società contemporanea abbia sviliti l'essenza e il significato della vita umana. Malvagità e perversione, violenza e volgarità, sembrano guidare l'agire dell'individuo, in una società sempre più povera di etica e valori. È doloroso scoprire, nello spettacolo, l'assenza di un perché; soprattutto se si considera la cronaca, con la vergognosa piaga della violenza sulle donne che non accenna a diminuire, vergognosa dimostrazione di un'incivile sottocultura maschilista che continua a concepire le donne come oggetti, alla stregua di Valmont.
Meritati applausi per uno spettacolo maturo, non facile e anzi a tratti doloroso, ma necessario, se si intende il teatro come luogo di riflessione e dibattito sociale.

Niccolò Lucarelli

Ultima modifica il Lunedì, 18 Dicembre 2017 09:12

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