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PREZZO (IL) - regia Massimo Popolizio

Umberto Orsini e Massimo Popolizio in "Il prezzo", regia Massimo Popolizio. Foto Filippo Milani Umberto Orsini e Massimo Popolizio in "Il prezzo", regia Massimo Popolizio. Foto Filippo Milani

di Arthur Miller
traduzione Masolino d'Amico
regia Massimo Popolizio
con Umberto Orsini, Massimo Popolizio, Alvia Reale, Elia Schilton
direzione artistica Umberto Orsini
scena Maurizio Balò
costumi Gianluca Sbicca
luci Pasquale Mari
PRIMA REGIONALE
Pistoia, Teatro Manzoni dal 16 al 18 ottobre 2015
Milano, Piccolo Teatro Strehler dal 2 al 14 febbraio 2016

www.Sipario.it, 7 febbraio 2016
www.Sipario.it, 17 ottobre 2015

Uscito dalla prolifica penna di Arthur Miller (New York 1915 – Roxbury/Connecticut 2005), drammaturgo e narratore - di cui nel 2015 si è celebrato il centenario della nascita e il decennale della scomparsa - dalle grandi luci e ombre e dalle intenzioni polemiche verso la società americana con i suoi pregi e difetti, Il Prezzo (titolo originale The Price) debutta nel 1968 in prima mondiale al 'Moresco Theatre' di Broadway e vi resta per 429 repliche. In Italia è quasi sconosciuto salvo per la messa in scena con Raf Vallone nel 1969: la prima traduzione è stata, infatti, pubblicata ora grazie alla collaborazione tra Masolino D'Amico e la Casa Editrice Einaudi.

L'opera indaga il rapporto tra responsabilità individuale e collettiva alla luce degli effetti della crisi del '29 sulla società americana esemplificata da una famiglia borghese dilaniata da contrasti interni e da suggestioni sociali da cui tenta di difendersi per salvaguardare una sorta di dignità che agevola la conoscenza di sé e del ruolo ricoperto nel proprio ambiente. Non deve essere stato difficile per Miller scrivere un dramma vissuto sulla propria pelle come figlio di Isidore, ebreo arrivato dalla Polonia a New York a sette anni che costruitasi una notevole fortuna nell'industria dell'abbigliamento, dando lavoro a centinaia di persone e andando a lavorare con l'autista, è ridotto sul lastrico e, forse stremato dallo sforzo per emergere, non ha la forza di reagire rifugiandosi in un'apatica rassegnazione che il figlio non gli perdona finché è vivo salvo poi addolcire tale posizione con pennellate di tenera comprensione.

Avvincente e ironico dramma autobiografico, quindi, per la figura del padre, quinto personaggio assente, ma presente idealmente nella poltrona vuota durante l'incontro dopo anni d'indifferenza tra due fratelli casualmente riuniti dalla necessità di vendere i mobili di famiglia, accatastati da sedici anni nella casa che sta per essere abbattuta. Quel padre che dopo la crisi del '29 si chiude in se stesso rifiutando ogni azione, salvo accettare il sacrificio di Victor (un Massimo Popolizio bravissimo nel rendere tic, dubbi, insicurezze, titubanze, smarrimenti e mestizia dell'antieroe o eroe vero... e nella difficile e ben riuscita opera di regia di un lavoro con un impegnativo e consistente poker d'attori) che dotato negli studi rinuncia a proseguirli per guadagnare da vivere per il genitore e per sé. Divenuto suo malgrado poliziotto, matura scontento e insicurezze tanto da accettare una moglie autoritaria e nevrotica affetta da alcolismo e depressione come Esther (un'Alvia Reale divertente per la resa ironica e parossistica di una nevrosi distruttrice) e da non sapersi decidere ad andare in pensione.

Diverso l'atteggiamento di Walter (un Elia Schilton calato in modo equilibrato e composto nella parte) che pur non altrettanto dotato intellettualmente studia con determinazione e dimenticando padre e fratello si costruisce una carriera da chirurgo dal successo non molto adamantino e una famiglia con moglie e figli, ma si sa che i giganti con i piedi di argilla sono in equilibrio instabile...

Ed ecco i due fratelli sulla scena a giocare di fioretto con sentimenti, risentimenti, rammarichi e rivendicazioni - oberati nell'animo come i mobili accatastati, gravidi di memorie e ricordi, gravano come un macigno sull'ambiente - alla presenza di un personaggio esterno, Solomon, un novantenne trafficante di mobili ebreo (molto caratterizzato dal non più giovane, ma vivacissimo Umberto Orsini cui si deve la riscoperta del dramma) che rialzatosi da infinite cadute rappresenta l'emblema della capacità di sapere lottare contro le avversità non arrendendosi mai: proprio il contrario dei padri nel dramma e nella vita di Miller.

Così la stima del prezzo per cui è chiamato in causa l'anziano trafficone si estende dai mobili a tutto e a tutti: ogni spettatore attraverso la bilancia della mente è trascinato nella vita dei personaggi dalla sofferta e dolente umanità, nell'epoca che sembra quella dell'odierna temperie economica e nell'eterna fatica del vivere di tutti gli uomini in ogni dove e tempo.

Wanda Castelnuovo

Meritati applausi per la prima nazionale de Il prezzo. Al Teatro Manzoni di Pistoia fino al 18 ottobre 2015. www.teatridipistoia.it.

PISTOIA - L'amarezza per una vita forse sprecata, gli obblighi della vita di figlio contrapposti a quelli verso sé stessi, la routine quotidiana e una vita di successi, il libertinaggio e la fedeltà. Contrasti di ogni epoca, sui quali riflette con acuta freddezza Arthur Miller ne Il prezzo, nel secondo allestimento italiano, questa volta curato da Massimo Popolizio. In un'imprecisata cittadina americana, la vendita dei mobili del padre defunto, diventa l'occasione d'incontri, dialoghi inattesi e bilanci più o meno amari, per Victor Franz (Massimo Popolizio), poliziotto prossimo alla pensione, che ha sacrificato la gioventù, gli studi e la vita tutta, accudendo al proprio genitore. È questo che gli rimprovera la remissiva ma non sprovveduta moglie Esther, interpretata da Alvia Reale, specchio di un'America, e di un'umanità, che vede commettere errori su errori, ma li accetta con l'indulgenza della pietà. Il dialogo che apre lo spettacolo vede i due coniugi confrontarsi sulla propria vita matrimoniale, con Esther con non nasconde una certa stanchezza, e quasi implora il coniuge di fare domanda per la pensione, ma subito ritorna alla questione principale, raccomandandosi che ottenga un buon prezzo dalla vendita dei mobili.
Cuore dello spettacolo, la trattativa che Victor avvia con Gregory Solomon (Umberto Orsini), anziano e bizzarro commerciante ebreo deciso a combinare un buon affare. Inframezzati a considerazioni sullo stato dei mobili, e del mercato dell'usato, l'uomo racconta episodi della sua vita, trascorsa emigrando dalla Russia, arruolandosi in marina, facendo l'acrobata nel circo, contraendo tre matrimoni, dedicandosi al commercio; in definitiva, una vita avventurosa, vissuta secondo l'ispirazione del momento, senza troppo preoccuparsi di eventuali conseguenze. È forte il contrasto con l'esistenza di Victor, vissuta all'ombra del padre - ex milionario rovinato dal crac del '29 -, che ha accettato un impiego umile e rinunciato agli studi, per non fargli mancare un tetto e quell'affetto che credeva ricambiato. Popolizio dà vita a un personaggio a suo modo tragico, perso in ricordi che ancora gli sono cari, ma incapace di vedere il reale svolgimento degli eventi. Questi gli si evidenziano quando, al momento di concludere la vendita dei mobili, improvvisamente arriva nell'appartamento suo fratello Walter, che non vede da anni, ma che ha comunque avvertito della trattativa.
Elia Schilton incarna l'esatto contrario di Victor. Ambizioso e sicuro di sé, ha da sempre capito l'ipocrisia del padre, la finzione del matrimonio dei genitori, uniti solo dal denaro, deprecando l'arrendevolezza del fratello; pur più dotato di lui per gli studi, ha preferito servire il padre. Un duro colpo per Victor, è il sapere da Walter che l'uomo aveva soldi da parte, salvati dopo il crac, che non ha però utilizzato per far studiare il figlio. Victor adesso vede in una luce diversa la decisione del fratello di lasciare la casa paterna, di mantenersi agli studi, contribuendo con il minimo indispensabile al suo sforzo verso il genitore.
L'apparizione di Walter è l'estremo tentativo di aprire gli occhi al fratello, di risarcirlo almeno in parte per quanto ha perso sacrificando sé stesso, e per questo gli propone un buon affare per i mobili, e un posto di lavoro nell'ospedale che dirige. Tutto si svolge come un confronto a metà fra il dramma e la sfida, il chiarimento e il regolamento di conti, e vi assiste un'incredula Esther, e un indifferente Gregory, impaziente di concludere l'affare. E così sarà, perché Victor rifiuta l'offerta del fratello, e cede i mobili al vecchio ebreo.
Orgoglio e rivalsa sul fratello? Incapacità di staccarsi dalle proprie illusioni? Mediocrità di carattere? Tutti gli elementi insieme, nella magistrale interpretazione di Popolizo, ancora più commovente nel contrasto con il più razionale Walter, cui dà vita un raffinato Schilton, impeccabile nel misurare la rabbia di una vita ambiziosa. Orsini è il teatrante di sempre, a suo agio nel raccontare l'esistenza scapigliata possibile in un'America ancora in costruzione.
Nel testo di Miller non ci sono vinti né vincitori, perché in fondo ognuno, per citare Tomasi di Lampedusa "è un infelice come gli altri": Victor ha rinunciato al proprio avvenire, illudendosi dell'affetto paterno; Walter ha preferito dedicarsi alla propria carriera, ma avverte comunque un vuoto di affetti, anche a causa del divorzio. A chi i conti tornano, è Gregory, che acquista i mobili per pochi soldi, e mai giudica la condotta del padre di Victor, perché in definitiva, si è comportato allo stesso modo. Sono simboli della vecchia America, ma hanno pagato il loro egoismo con la solitudine. L'unica vittima, sembra essere Esther, per la quale il denaro è soltanto un mezzo per godere di una vita tranquilla. Comprendendo che il marito non sarà mai capace di compiere gesti eclatanti, e cambiare la propria esistenza, così come di rinunciare ai propri ricordi, accetta la sua decisione di vendere i mobili a Gregory, e di respingere l'offerta di Walter. E, con tranquilla semplicità, i due vanno al cinema, come una qualsiasi coppia piccolo borghese.
A dar forza all'America della Grande Depressione (così come alla società di ogni tempo), sembra essere non tanto l'avidità per il denaro, quanto la forza con cui crediamo nei propri obiettivi, buoni o cattivi che siano. Ma una società, sembra insinuare Miller, entra in crisi anche quando le donne accettano uomini mediocri.

Niccolò Lucarelli

Ultima modifica il Domenica, 07 Febbraio 2016 20:08

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