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PICCHI' MI GUARDI SI TU SI MASCULU? - regia Giancarlo Cauteruccio

Picchì mi guardi si tu si masculu? Picchì mi guardi si tu si masculu? Regia Giancarlo Cauteruccio

scritto diretto e interpretato da Giancarlo Cauteruccio
canzoni e musiche dal vivo di Peppe Voltarelli
scene e luci di Loris Giancola
costumi e assistenza alla regia di Massimo Bevilacqua
produzione Compagnia Teatrale Krypton.
Teatro I – Milano 10 -15 febbraio 2009

www.Sipario.it, 30 giugno 2009

Giancarlo Cauteruccio nella sua abbondante fisicità, nel suo sudare, nel faticoso procedere per il peso del suo corpo tosso e ‘sgraziato’ racconta il sentire della diversità, accompagnato dalle musiche e canzoni di Peppe Voltarelli, musicista affezionato alla Compagnia Teatrale Krypton che ripropone alcuni brani già utilizzati in Racco u’ stortu una decina di anni fa. Picchi mi guardi si tu si masculu? non è solo un monologo di abile e straziante poesia, ma è la confessione a cuore aperta degli interrogativi, delle angosce che dà la diversità prima di essere accettata con più o meno convinta consapevolezza. Giancarlo Cauteruccio in un calabrese secco secco che per spigolosità e suoni pungenti fa da contrasto alla rotondità dell’attore racconta i primi turbamenti nell’interesse verso i ragazzi, la fame di sesso, lo struggimento per un amore che fa scandalo e da vivere nelle penombre dei cortili e delle sacrestie. Il titolo del monologopone un interrogativo che non ha risposta se non nel tentativo – difficile – di trovare un’armonia prima con sé stessi che con il mondo. tutto ciò in scena è detto e agito con un’intensità costruita a tavolino, una partitura fisica e drammaturgica che funziona, è organica e armonica in tutte le sue parti. Gli inserti cantati di Peppe Vigorelli accendono le emozioni, il corpo ‘masculu’ del cantante è simbolo di quel desiderare fisico e del cuore che Giancarlo Cauteruccio narra con sofferta goffagine, prigioniero di una fisicità strabordante e sudacchiata. Tutto ciò finisce col fare di Picchi mi guardi si tu si masculu? una sorta di canto dolente sulla diversità e alla fine una sorta di confessione a cuore aperto dell’angoscia e degli interrogativi a cui bisogna rispondere quando la natura ti spinge ad amare un altro da te, una persona del tuo stesso sesso… Poesia e dolore, ricordo e bisogno presente di fisicità, il calabrese come lingua del corpo e dello stomaco, le canzoni di Peppe Voltarelli come contrappunto alla costruendo uno spettacolo coerente in tutte le sue parti che sa toccare le corde giuste per portarsi via il pubblico e sollecitare un applauso caloroso e commosso.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Martedì, 24 Settembre 2013 15:11

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