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PAROLA AI GIURATI (LA) - regia Alessandro Gassman

La parola ai giurati La parola ai giurati Regia Alessandro Gassman

di Reginald Rose
regia: Alessandro Gassman
con Alessandro Gassman, Manrico Gammarota, Sergio Meogrossi, Giancarlo Ratti, Fabio Bussotti, Paolo Fosso, Nanni Candelari, Emanuele Salce, Massimo Lello, Emanuele Maria Basso, Giacomo Rosselli, Giulio Federico Janni
traduzione: Giovanni Lombardo Radice, scene: Gianluca Amodio, costumi: Helga H. Williams
Verona, Teatro Nuovo, dal 4 al 9 marzo 2008
Milano, Teatro Manzoni, dal 4 al 30 novembre 2008

www.Sipario.it, 5 aprile 2009
Il Messaggero, 7 marzo 2009
La Repubblica, 21 novembre 2008
Il Giornale, 17 novembre 2008
Avvenire, 7 novembre 2008
Il Giorno, 6 novembre 2008
Corriere della Sera, 6 novembre 2008
Corriere della Sera, 9 marzo 2008
AD ALESSANDRO GASSMAN L’ULTIMA PAROLA

Volge le spalle al pubblico Alessandro Gassman, nel ruolo del giurato numero 8, quello che ribalterà il verdetto e darà l’opportunità ad ognuno degli altri undici di mostrarsi in tutte le proprie debolezze, qualità, pregiudizi di uomini comuni.
Una compagnia interamente maschile interpreta “La parola ai giurati” di Reginald Rose, diretto dallo stesso Gassman, rappresentato anche a Napoli, al teatro Mercadante. Uno spettacolo che inchioda alla poltrona come alla vicenda del sedicenne parricida, che la giuria popolare deve condannare o assolvere. Basterà un solo ragionevole dubbio per salvarlo dalla sedia elettrica.
Reso famoso dal film di Sidney Lumet nel 1957, interpretato da Henry Fonda, il testo ritrova nell’allestimento teatrale tutta la bellezza e l’inquietudine della vicenda, la difficoltà delle relazioni, la caratterizzazione dei personaggi.
Alessandro Gassman riporta sulla bella scena di Gianluca Amodio l’ambientazione cupa dello stanzone della riunione. Con grande inventiva sopperisce alla possibilità di movimento che offre il cinema. Grazie ad alcune proiezioni, al gioco di luci e alle musiche, il pubblico vive le lunghe ore della discussione insieme con i giurati in consiglio. Con loro divide la rabbia, i dubbi, la ricerca della verità, le paure, le contraddizioni. Le pesanti pause, il temporale che imperversa fuori e bagna i vetri, mentre comincia ad albeggiare, danno il senso del tempo che passa.
Dunque il giurato numero 8, lo stesso Gassman, unico innocentista rispetto agli altri undici, riesce, senza invasioni né prepotenze, a far sorgere il dubbio dell’innocenza del giovane ispanico accusato, anche in chi, senza troppi scrupoli, lo aveva condannato a morte per superficialità o fretta.
Un ritratto al maschile disegnato e interpretato con grande maestria da tutta la compagnia, guidata da un Alessandro Gassman maturo come attore e già vincente nella sua prima prova da regista. Negli scroscianti applausi finali, appare come l’allenatore che ha portato la squadra alla vittoria.

Angela Matassa

Il furore, la giustizia
e il ragionevole dubbio

Esauriamo subito le ascendenze e le date: La parola ai giurati viene dal lavoro di Reginald Rose Twelve Angry Men, nato per la tv e divenuto film, regia di Sidney Lumet, protagonista Henry Fonda, nel 1957. Alessandro Gassman lo ha messo in teatro affrontando il non facile contenuto (la pena di morte: dodici giurati hanno il compito di mandare o meno sulla sedia elettrica un ragazzo di 16 anni, accusato di parricidio) senza retorica, virilmente, inseguendo per amor di coscienza il “ragionevole dubbio”. All’Eliseo fino al 22 marzo, lo spettacolo affascina per più motivi. Il primo: se il cinema permette al gruppo, tutto maschile, di esprimere i differenti caratteri anche attraverso i primi e primissimi piani, al teatro tocca invece una resa più globale. Gli attori disegnano la loro fisionomia, sempre, con l’intero sembiante, con la voce, con una prossemica mai casuale, che qui rispetta geometrie precisissime disegnate dalla regia. Il secondo: la lezione del grande schermo serve in questo caso a movimentare ogni attimo e ogni dettaglio dell’azione fino a costringere lo spettatore a non perder nulla, sia dell’insieme umano e della sua psicologia ondivaga, sia del processo evolutivo dei singoli cervelli. Il terzo: la cura amorevole dei ruoli, sui quali Alessandro si è chinato da vero attore per svilupparne l’interiorità e i segni caratteristici da esternare. Il quarto: la forte compartecipazione del giurato n.8 (lo stesso Gassman) al “gioco” collettivo, ma senza sgomitamenti o divismi, anzi, scegliendo spesso di dare le spalle al pubblico per favorire l’effetto “quarta parete”. Lontani i tempi delle titubanze, Alessandro regista e interprete veleggia con favore di vento verso il teatro “per la gente”, solido, ben fatto e non per questo costretto a rinunciare alla bellezza. Nel cast, Emanuele Salce brilla nella parte del pubblicitario svagato e attonito; e sono bravi Manrico Giammarota, Sergio Meogrossi, Fabio Bussotti, Paolo Fosso, Nanni Candelari, Massimo Lello, Emanuele Maria Basso, Giacomo Rosselli, Matteo Taranto, Giulio Federico Janni.

Rita Sala

Ottime la regia e l'interpretazione del testo "La parola ai giurati", da cui Sidney Lumet trasse un famoso film
Gassman si misura con Henry Fonda

Capita raramente nella trasandata situazione odierna del teatro italiano di rivedere uno spettacolo quasi un anno dopo il suo debutto e 140 repliche sue giù per l'Italia e di ritrovarlo intatto, tanto più se si tratta di un lavoro impegnativo come La parola ai giurati - tratto da Alessandro Gassman dal teledramma di Reginald Rose da cui fu tratto il film omonimo di Sidney Lumet che vede in scena per 140 minuti tutti i tredici attori. Era bello già la prima volta, al Teatro Comunale dell'Aquila, nello scorso dicembre constatare come una storia americana di oltre cinquant'anni fa poteva far rivivere oggi, fra noi, il suo lungo dibattito, ritrovandovi caratteri, tematiche e situazioni collegabili alla odierna realtà. Ed è bello ora vedere un teatro come il Manzoni, orientato ormai da anni verso un repertorio soprattutto commerciale, ritornare d'incanto alle atmosfere dei tempi in cui ospitava le regie di Visconti, i successi della Compagnia dei Giovani, Eduardo, Sarah Ferrati o, guarda caso, Vittorio Gassman, e vedere il suo pubblico concentrato come allora, attento e teso, manco un colpo di tosse, di fronte a una situazione impegnata e decisamente ideologica. Si tratta come si sa del dibattito, protratto per un pomeriggio e una notte, di una giuria popolare impegnata a decidere il destino di un ragazzo di origine ispanica accusato di parricidio con un verdetto per cui si richiede l'unanimità e, nel caso di condanna capitale, di essere "al di là di ogni ragionevole dubbio". In partenza sono tutti d'accordo sulla colpevolezza dell'imputato salvo il giurato interpretato ieri da Henry Fonda e oggi da Alessandro Gassman, in abito chiaro, destinato a convincere tutti alla non colpevolezza in un appassionante, spietato dibattito tra un nucleo più responsabile di supposti "intellettuali" e il rozzo egoismo di chi vuol solo liquidare in fretta la partita con prepotenza intollerante e razzista. E un raro spettacolo emozionante e necessario questo, ambientato in uno stanzone con vista del bagno annesso e finestrone sensibile alle esterne violenze naturali, innesti video e felici inserti musicali, che condanna la pena di morte e ci offre un grande risultato estetico grazie all'interpretazione di magnifici caratteristi da elogiare in blocco.

Franco Quadri

Gassman erede di Fonda in «La parola ai giurati»

All'origine "La parola ai giurati" è un copione di Reginald Rose che, dopo aver trionfato a Broadway, fu impeccabilmente tradotto sullo schermo da Sidney Lumet. Che, nel`57, lo tramutò in un film-inchiesta di rara suggestione grazie a Henry Fonda. Il quale, nel ruolo dell'unico giurato che si batte con una pazienza non esente da legittimo furore per scagionare dalla condanna a morte un minorenne sospettato di parricidio, si guadagnò giustificati consensi. Tanto che alla Parola ai giurati si attribuì, al di là dei meriti insiti nella sua accurata confezione, l'onore di divenire l'emblema della garanzia del diritto in uno Stato democratico. Una fama travalicata dall'America anche in Russia. Dove Mikhalkov l'adattò per il cinema col titolo 12. Ora un attore rigoroso come Alessandro Gassman ripropone l'originale in una bella traduzione di Giovanni Lombardo Radice. Nella scena, solo in apparenza asettica e funzionale di Gianluca Amodio che lo sciabolare delle luci e il continuo avvicendarsi dei giurati trasforma in un'aula di dissezione anatomica, gli interpreti si mutano negli officianti di un rito. Mentre, nella regia agile dello stesso Gassman, ogni tanto si affaccia la tentazione del grande schermo. Visibile ogni volta che, fuori scena, stridono i vagoni della metropolitana. Quando si accendono le luci e si odono i rumori dei veicoli che vengono proiettati in alto sul soffitto del teatro. A somiglianza di ciò che avveniva nelle messinscene dei testi d'impegno sociale scritti da Clifford Odets negli anniTrenta, gli attori si bloccano davanti a un'immaginaria macchina da.presa. Dato che, anche qui, assumono l'aspetto di tremendi quadri viventi carichi di inquietanti ammonizioni. In conformità agli angosciosi andirivieni dei giurati attorno al tavolo dove si dibattono le ragioni della vita e della morte, lo spettacolo si organizza come una moderna versione dell'Orestea di Eschilo. Prima che, in vista dell'applauso finale, il cinema prevalga ancora sul teatro congelando ogni interprete contro lo sfondo di un velario simile all'inquadratura di un vecchio film di Hollywood.

Enrico Groppali

Il ragionevole dubbio di Gassman

Immaginate uno di quei romanzoni di Grisham. Centinaia di pagine che si divorano appassionatamente, folti di personaggi disegnati a forti tinte, ricche di suspense. Pagine che ti avvincono; che, magari su un tram quando vai al lavoro, leggi con una certa frenesia perché vuoi arrivare subito a scoprire la fine. Ecco ad essi mi pare di dover paragonare «La parola ai giurati» che dopo tanti successi ottenuti la scorsa stagione (e ciò grazie anche alla scottante tematica della giustizia), è giunto anche a Milano al Manzoni, dove sarà di scena fino al 30 novembre. Frutto d'alto artigianato teatrale di un giovane, o ex giovane, di talento che porta un nome importante: Alessandro Gassman, il quale con questa sua valorosa impresa, affrontata in veste di attore ma soprattutto di regista, premia un tipo di teatro impegnato e civile che non dovrebbe mai essere abbandonato. Chi ama il cinema, e ricorda il bel film lasciatoci da Sidney Lumet dove primeggiava un valentissimo Henri Fonda e alla cui base stava un ben meditato dramma di Reginald Rose, conosce l'argomento. Siamo nel 1950. A New York. E' piena estate e una giuria popolare composta da dodici persone, tutti uomini di diversa estrazione sociale, età e origini, è chiusa in camera di consiglio per decidere la sorte di un ragazzo ispano-americano accusato di aver ucciso il padre. I giurati devono raggiungere l'unanimità per mandarlo sulla sedia elettrica e tutti sembrano convinti della sua colpevolezza. Tutti, tranne uno. Un giovane giurato, il quale forte di qualche «ragionevole dubbio», costringe gli altri giurati a ricostruire nel dettaglio i passaggi salienti del processo. Quanto basta, grazie a una serie di brillanti deduzioni, ad incrinare le certezze. Incominceranno estenuanti discussioni. Saranno violenti contrasti. Ma alla fine quell'uomo che si batte strenuamente contro i pregiudizi e le false certezze, che si fa paladino della verità, avrà partita vinta. Gassman dà al lavoro di Rose un impianto eminentemente realistico, di un realismo persin quasi maniacale, dove forti pennellate musicali sottolineano i passaggi salienti. Dà vita a uno spettacolo che riesce a coinvolgere lo spettatore fin dalle prime sequenze. Uno spettacolo incalzante, serrato, in cui traspaiono (fin quasi al compiacimento) le più varie e sfaccettate tipologie umane e caratteriali (quei «dodici uomini arrabbiati» come recita il sottotitolo) colte in una situazione claustrofobica nella quale emergono gli aspetti comportamentali più contraddittori. Figure disegnate a tutto tondo da una serie di provetti caratteristi che Gassman junior guida con mano sapiente e coraggiosa. Per sé riservando il personaggio del coraggioso giurato che ama la verità.

Domenico Rigotti

Gassman insinua il dubbio nella giuria «arrabbiata». Ma sulla scena convince.

La prima milanese di «La parola ai giurati», il legal thriller di Reginald Rose, è stata accolta con applausi a non finire, come del resto nelle altre tappe della tournée. Raggiante, con gli altri undici interpreti, il protagonista Alessandro Gassman che, sulle scene ormai da vent'anni, ha superato bene anche il ruolo di regista. Destinata in un primo tempo alla tivù, «Twelve Angry Men» («Dodici uomini arrabbiati») - che nella incalzante traduzione di Lombardo Radice ha preso il titolo più neutro di «La parola ai giurati», conservando però nella regia, anzi accentuandole, le tensioni del testo - avvinse a metà degli anni `50 il pubblico con l'abile meccanica del thriller, rinnovò il filone delle «Trial plays» (commedie processuali alla Perry Mason) e fece ben riflettere l'America manichea di McCarthy sull'imprescindibile valore processuale del «ragionevole dubbio». Portata sulle scene di mezzo mondo, divenne un buon film di Sidney Lumet con Henry Fonda. Nella commedia, a processo concluso, in un tribunale del Sud, 12 giurati si riuniscono in una giornata afosa per esprimere il loro verdetto. Si tratta di giudicare un ragazzo di 16 anni, ispano americano, accusato di parricidio. L'ambiente degradato, testimonianze a carico, un alibi inconsistente lo indicano come colpevole ma un giurato (il personaggio di Gassman) introduce con meticolosa sagacia un primo elemento di dubbio, contestato muove altre deduzioni sulle lacune processuali, smonta pezzo a pezzo il dibattimento, affronta tetragono l'esasperazione degli altri, fronteggia il nervosismo degli irriducibili colpevolisti e, mentre le lancette dell'orologio avanzano inesorabili e si scatena un temporale d'estate (efficaci gli effetti registici: spezzoni cinematografici, scene in dissolvenza su uno schermo, ossessivi effetti sonori), fa crollare il muro delle false certezze ottenendo alla fine che il dubbio salvi il giovane imputato dalla sedia elettrica. E qui, con il suo tema del «dubbio ragionevole», il testo di Rose - ben congegnato in un'alternanza di dati analitici e di soprassalti psicologici - raggiunge oggi ancora la campagna di Amnesty contro la pena capitale. Gassman attore assume con asciutto rigore il suo ruolo di «angelo sterminatore». Il regista preme - con qualche eccesso, dirà qualcuno: ma così vuole la «lente d'ingrandimento» dell'azione teatrale – sull'intolleranza e l'insofferenza fino alla rissa. Tutti bravi gli attori nell'orchestrare caratteri, pregiudizi, tensioni.

Ugo Ronfani

Che bravo Gassman attore «socratico»

Alessandro Gassman, regista, propone «La parola ai giurati» di Reginald Rose nella limpida traduzione di Giovanni Lombardo Radice, mantenendo la vicenda negli Anni Cinquanta rifuggendo da ogni tentazione di aggiornamento di un tema così «caldo» ancor oggi come quello della pena di morte di cui parla la commedia. Undici giurati popolari, isolati in una stanza per emettere la sentenza, sono certi della colpevolezza di un ragazzo e pronti a liquidare la faccenda, ma i dubbi del dodicesimo, un architetto, considerato un intellettuale rompiscatole, a poco a poco trasformeranno il verdetto in una progressione dolorosa che costringerà tutti a fare i conti coi propri pregiudizi, le proprie debolezze e le proprie inattese forze morali. Alessandro Gassman guida una compagnia di undici attori, tutti protagonisti, abili nel far vivere le personalità dei loro personaggi senza mai cadere nella facile trappola delle caratterizzazioni, e questo è anche un bel merito registico. Bravi come bravo è Alessandro Gassman nei panni dell'«installatore» pacato, fermo e mai arrendevole, di giusti dubbi, quasi socratico nel mettere in atto il principio secondo il quale la conoscenza, la strada verso una possibile verità sia ricerca dubitante. Uno spettacolo che merita di essere visto.

Magda Poli

Alessandro Gassman instillatore di dubbi

La parola ai giurati di Reginald Rose, nato come dramma televisivo, divenuto sceneggiatura di un film diretto da Sidney Lumet nel 1957 e infine commedia teatrale, ha avuto un itinerario costellato di successi. E un successo è anche l' edizione che Alessandro Gassman propone nella limpida traduzione di Giovanni Lombardo Radice. Il regista mantiene la vicenda negli anni Cinquanta, rifuggendo da ogni tentazione di aggiornamento di un tema «caldo» ancor oggi come quello della pena di morte. Undici giurati popolari, isolati in una stanza per emettere la sentenza, sono certi della colpevolezza di un ragazzo e sono pronti a liquidare la faccenda in fretta, ma i dubbi del dodicesimo, un architetto, considerato un intellettuale un pò rompiscatole, a poco a poco trasformeranno il verdetto in una progressione dolorosa che costringerà tutti a fare i conti coi propri vissuti, i propri pregiudizi, le proprie certezze, le proprie debolezze e le proprie inattese forze morali. Il ragionevole dubbio si fa lentamente strada, seminando sconfitti e vincitori, e impedendo, forse, un errore giudiziario. Alessandro Gassman guida una compagnia di undici attori, tutti protagonisti, abili nel far vivere le personalità dei loro personaggi senza mai cadere nella facile trappola delle «caratterizzazioni», e questo è anche un bel merito registico. Sono tutti bravi come bravo è Alessandro Gassman nei panni dell' «instillatore» - pacato, ragionevole, ma fermo e mai arrendevole - di giusti dubbi, quasi socratico nel mettere in atto il principio secondo il quale la conoscenza, la strada verso una possibile verità sia ricerca dubitante. E' un personaggio cui l' attore dà un bello spessore e che ben vive in uno spettacolo che corre a scoprire la grandezza e la piccolezza degli uomini in una stanzone-isola popolato da diversità e che merita di essere visto.

Magda Poli

Ultima modifica il Martedì, 24 Settembre 2013 15:14
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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