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PAESE DEGLI IDIOTI (IL) - regia Alvaro Piccardi

Il paese degli idioti Il paese degli idioti Regia Alvaro Piccardi

di Tato Russo
regia: Alvaro Piccardi
scene e costumi: Lorenzo Chiglia
musiche: Stefano Marcucci
luci: Salvatore Palladino
con Tato Russo, Marcello Romolo, Aldo Bufi Landi, Gabriele Russo, Renato De Rienzo e Annamaria Ackermann
Napoli, Teatro Bellini, dal 24 ottobre 2008
Milano, Teatro Nuovo, dal 14 al 26 aprile 2009

Avvenire, 16 aprile 2009
Il Mattino, 26 ottobre 2008
Tato Russo abile scroccone per Dostoevskji

Da sempre, da Plauto in su, la figura dello scroccone, un vero archetipo, percorre la letteratura e il teatro. Esso lo scroccone spesso a rivestire anche i panni dell’intellettuale, o finto intellettuale, saccente e arrogante che con l’arma della parola mette in atto l’arte di influenzare e affascinare gli sprovveduti e gli sciocchi ( vistosi gli esempi anche nel nostro oggi) per poter perpetuare il suo dominio. L’esempio pivistoso e straordinario a venire da quel FomFomic che sta al centro del Vil-
laggio di Stepancikovo e i suoi abitanti di Dostoevskji. Romanzo, giusto 150 anni fa la sua uscita, definito dal suo autore­umoristico ­ma in realtun ritratto amaro e grottesco di certa societdel suo tempo.
Romanzo di cui ora, anche se crediamo non essere il primo, quell’effervescente teatrante che­Tato Russo ci d( pur con molte soppressione di personaggi e fatti) una gustosa e fedele versione teatrale in canonici tre atti. Gustosa anche per certe intuizioni linguistiche che l’arricchiscono, per certi echi d’accenti partenopei o meridionali che non disturbano l’azione lasciata in Russia anche se il nome del villaggio diventa Francoborgo e non piStepancikovo e la commedia assume il titolo Il paese degli idioti.
Da dove provenga questo Rasputin in sedicesimo, non sappiamo bene. Sappiamo solo che­ una sorta di capo di una piccola cerchia di parassiti, parenti e amici, che hanno trovato fissa dimora nell’accogliente casa di un colonnello a riposo, uomo debole e mite. FomFomic capace di farsi passare per un pensatore e sotto tale pretesto a dominare la situazione facendo subire a tutti la propria volonte di tutti, anche del suo benefattore, il buon colonnello Egor Ilic ( il bravo Marcello Romolo) a prendersi gioco. Finchun giorno, scoperto un piccolo scandalo, verrmesso alla porta. In verituna cacciata che dura poco. Visto che FomFocic presto riappare e, mostreri fatti sotto una luce diversa ristabilendo cosil suo imperio. E tutto sarcome prima, anzi peggio.
A mettere in scena e con ottimo mestiere­Alvaro Piccardi. Che, in una interessante scenografia di Lorenzo Ghiglia e i bei costumi d’epoca di Uberto Bertacca, abilmente muove l’ottima squadra di attori fornitagli da Tato Russo, il quale naturalmente si assume da mattatore il ruolo del protagonista dando al medesimo giusti toni tartufeschi. Bravissimi gli anziani ( ricompare Anna Maria Ackermann che regala foschi accenti di prepotenza napoletana alla vecchia madre e con lei un’altra vecchia gloria del cinema e del teatro, l’ottuagenario Aldo Bufi Landi), ma non meno validi i loro pigiovani compagni; tra i quali, nel ruolo di un allibito nipote, figura anche il figlio d’arte Gabriele Russo. Al Nuovo di Milano.

Domenico Rigotti

Dostoevskij alla maniera di Scarpetta

Un Dostoevskij umorista? Potrebbe sembrare incredibile (e infatti molti non lo conoscono), ma esiste. È quello che nel 1859 pubblicò il romanzo «Il villaggio di Stepàncikovo»: una galleria di personaggi irresistibili, accomunati da un'anormalità che spinge fino all'eccesso iperbolico i loro tratti caratteriali specifici. Si va - in un ideale paradigma delle fragilità e dei vizi umani - dall'imbelle mitezza di Jegòr Iljìc Rostanjòv, il colonnello in ritiro proprietario della fattoria che ospita il nucleo dell'azione, alla prosopopea e all'opportunismo di Fomà Fomìc, il quale, primo fra uguali nella cerchia di parassiti che assedia il colonnello, passa per un eccelso pensatore incompreso. Dunque, il romanzo è in sostanza un insieme di ritratti disegnati, nello stesso tempo, con fredda meticolosità da psicanalista e calda disponibilità da confessore. Ha osservato acutamente Mereskovskij: «Dostoevskij non ha bisogno di descrivere l'aspetto esteriore dei personaggi: con le particolarità del linguaggio, con i suoni della voce essi esprimono non solo i loro pensieri e sentimenti, ma anche i loro volti, anche i loro corpi». E Tato Russo - nel trarre da «Il villaggio di Stepàncikovo» la commedia in tre atti «Il paese degli idioti», che ha aperto la stagione del Bellini - punta proprio, e con scrupolo e inventiva congiunti, sulle potenzialità del linguaggio. Non solo, quindi, ricorre al dialetto napoletano, ma tiene presente un modello preciso e probante della drammaturgia nostrana: «Miseria e nobiltà» di Scarpetta. Sicché abbiamo da un lato le forme e le cadenze del vernacolo ottocentesco e dall'altro un Rostanjòv che pare Gaetano Semmolone sputato. Non a caso il servo Gavrìla gli attribuisce un eloquio del genere: «Luio si preoccupa della tua distruzione. Vuole insegnarti il pronunzio». E quando il colonnello chiama Fomà Fomìc «commendatore eccellenza», forse che non sentiamo l'eco di Semmolone che pretende dal cameriere Vincenzo d'essere chiamato «cavaliere eccellenza»? Godibile e fondata è pure la trasposizione in ambito italiano dei versi de «L'assedio di Pamba» di Kuzmà Prutkòv citati nel testo originale. Tato Russo li sostituisce con quelli de «La partenza del crociato», la coeva ballata di Giovanni Visconti-Venosta che nel 1856 uno studente ginnasiale tentò di far passare per il proprio compito d'italiano. Sempre di finzioni e di truffe si tratta, insomma. E in sintonia con tutto questo si dimostra la regia di Alvaro Piccardi: tanto che l'ingresso in scena di Mammina e della sua corte di familiari e cavalier serventi ricalca, per l'appunto, quello dei falsi marchese Favetti, principe di Casador e contessa e contessina del Pero in casa dell'ex cuoco scarpettiano. Il resto, naturalmente, è affidato al gioco degli attori. E aggiungo subito che Tato Russo, nel ruolo di Fomà Fomìc, offre una prova ad un tempo sagace, sul piano dell'analisi del personaggio, e strategica, su quello del collegamento fra il personaggio medesimo e il clima culturale e politico che oggi ci opprime: il suo «commendatore eccellenza» diventa davvero un Tartufo della nostra porta accanto e dei tanti salotti (e teatri) in cui spadroneggiano, come dice Gavrìla, «chilli addutturate de la città ca le coce la capa». Fra gli altri citerei almeno Marcello Romolo (Jegòr Iljìc), Aldo Bufi Landi (Gavrìla), Gabriele Russo (Serjòza), Renato De Rienzo (Mizìncikov) e Annamaria Ackermann (Mammina). Applausi convinti alla «prima».

Enrico Fiore

Ultima modifica il Lunedì, 23 Settembre 2013 16:46

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