giovedì, 20 giugno, 2019
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PROMESSI SPOSI ALLA PROVA (I) - regia Andrée Ruth Shammah

"I promessi sposi alla prova", regia Andrée Ruth Shammah. Foto Noemi Ardisi "I promessi sposi alla prova", regia Andrée Ruth Shammah. Foto Noemi Ardisi

di Giovanni Testori
con Luca Lazzareschi e Laura Marinoni
e con Filippo Lai – iNuovi, Laura Pasetti, Nina Pons, Sebastiano Spada – iNuovi
e la partecipazione di Carlina Torta
scena Gianmaurizio Fercioni
luci Camilla Piccioni
musiche Michele Tadini e Paolo Ciarchi
regia Andrée Ruth Shammah
produzione Teatro Franco Parenti, Fondazione Teatro della Toscana
con il sostegno dell' Associazione Giovanni Testori
foto di scena Noemi Ardesi
Milano, Teatro Franco Parenti dal 20 marzo al 7 aprile 2019

www.Sipario.it, 27 marzo 2019

Ci sono vicende che crediamo di conoscere a memoria, magari perché così sono state imposte, dalla scuola ad esempio, che con le sue spiegazioni ha illuso di aver sviscerato tutti i passaggi e le descrizioni di un tempo che non ci appartiene più. I Promessi Sposi e l'imposizione a generazioni di scolari sono il paradigma di questo tipo di approccio. Si crede di saperne tutto, di non poter far altro che abbandonarli alla patina di antico che li ricopre. E se invece fosse proprio questo testo, emblema italiano dei classici, a poter parlare al presente e a raccontarne la complessità, come proprio i classici fanno? Lo pensava Testori, quando li ha messi "alla prova" del suo tempo, trent'anni fa. Lo si scopre oggi, ritrovandoli. È al tempo presente che parlano, questi Promessi Sposi alla prova, a un tempo che si avverte con forza orfano di maestri, guide accorte e umanissime nelle contraddizioni del reale. Quelle stesse che intessono il lavoro di Testori quanto quello di Manzoni, che il novatese, in una riscrittura che è canto d'amore, ha voluto liberare della interpretazione limitante e spesso arida che gli è stata imposta, esaltando invece quei contrasti che, tutt'altro che opposti, non possono che compenetrarsi. Lontani dall'ideologia, i Promessi Sposi portati in scena da una scalcinata, vivace e appassionata compagnia, che entra infreddolita in una sala prove fredda sala prove - in cui la scenografia di Gianmaurizio Fercioni compensa con l'austerità la forse eccessiva imponenza – ma a cui bassano i segni minimi di un pezzo di tulle o un agendina a fare reale uno spazio e un tempo, diventano così racconto della "impossibile, sanguinante coesistenza" tra potere e oppressione, bene e male, carne e anima, desiderio e fede.
Sono ragazzi, Renzo e Lucia, a cui l'autore e maestro - un Luca Lazzareschi che si assume un compito immane e titaneggiando ne emerge, sulla slavina di un costante intrecciarsi di piani e di lingua difficile da maneggiare anche i migliori - racconta che non fanno che vivere quel che vivono i loro coetanei di ogni tempo, e insieme farsi strumento di un dibattito intellettuale, contemporaneità ai limiti dell'inquietante, a ben guardare – "Il potere è sesso, è libido, è volontà di essere superbamente, stoicamente sé stessi".
Così dall'individuo lo sguardo si allarga ad abbracciare la misura del mondo, pur sempre attraverso lo sguardo vivido di chi porta sulle spalle il peso della propria vicenda. Così all'Innominato (ancora Lazzareschi) basta un microfono per lo spettatore immergere nei cavernosi abissi della disumanità, lo strazio mai arreso della monaca di Monza, un'intensa Laura Marinoni che emerge (letteralmente dalla terra a chiedere conto della vita che è stata scelta per lei. Sempe con una autenticità spogliata di retorica, che punta all'alto utilizzando il basso, il comico, il corporeo, secondo la specificità dell'autore lombardo che qui emerge più che altrove e che l'attenzione filologica dell'adattamento ha tenuto a conservare.
La densa intensità di questo testo, che però si regge su un filo rosso di ironia e freschezza affidato e dovuto ad una compagnia di giovani attori, chiamati a infondere sè, con la leggerezza della loro età e la lucidità della loro passione, in queste parole, rivestendosene, ribellandosi, giocando il gioco del teatro per raccontare esigenze che appartengono direttamente a loro. Giovani di già vistoso talento e accorta coscienza ed efficacia scenica – notevoli Filippo Lai, Renzo, e Sebastiano Spada, Don Rodfrigo – e del candore istintivo di Nina Pons, una Lucia bambina capace di porgere proprio per questo in modo autentico anche le battute più pesanti.
Sono loro i protagonisti, ed è attraverso di loro che diventa evidente come le lezioni del maestro non sono (soltanto) educazione alla scena e al significato dell'essere attori, ma soprattutto educazione alla vita, al significato dell'essere uomini (per essere attori). È su di loro che reggono i cardini di questo testo, il fascino liberante e spaventoso della trasgressione, e insieme la fame di nuova in cui si possano riconoscere. A sostenerli, l'Agnese di Carlina Torta e la Perpetua di Laura Pasetti sono tutt'altro che personaggi secondari, ma prove maiuscole proprio perché a create a togliere di due attrici di noto livello, a cui compete la fascinazione che passa attraverso la musica popolare, su cui l'invenzione drammaturgica ricama le parole del romanzo, o la pragmatica concretezza popolare dei villaggi (dietro cui occhieggia la Novate di Testori) in cui si svolgono la vicenda e la vita di oggi.
Una varietà complessa e stratificata, che Andrée Ruth Shammah amalgama con una regia di grande raffinatezza, capace di fare eco di un testo che è parte di lei mai senza cedere alla nostalgia, ed anzi esaltandolo, come solo gli autentici atti d'amore e d'omaggio possono, in un virtuoso intrecciarsi di passato e presente: ad esempio le musiche di Paolo Ciarchi, che firmava quelle originali, si amalgamano perfettamente con le invenzioni di Michele Tadini. Un equilibrio votato all'oggi raggiungibile soltanto sottoponendo i Promessi Sposi a una "impossibile prova di realtà", perché a prendere spazio in palcoscenico sia la vita, che solo sulla scena può "farsi carne, inossarsi, farsi realtà" Una realtà il cui mezzo è la parola, di cui il teatro oggi sempre più diffida, e che qui invece si fa strumento di scavo e non di cesello. 
Ed è proprio in sua funzione che la regia lavora non solo con la consueta limpida chiarezza delle intenzioni che sostengono il lavoro degli attori. non per portare a sé il testo, facendone strumento di messa in mostra, ma per tendersi al testo, cercando di proteggere Testori con quella stessa cura con cui a sua volta protegge Manzoni, assumendosi, oggi come trent'anni fa, l'audacia e il rischio di tradurlo e quindi tradirlo, lo strumento – scrive Testori stesso – per avvicinarsi al vero senso delle parole che hanno scelto, restituire alla lucentezza che gli appartiene la brutalità del potere, il dolore degli oppressi e la ricchezza che la vita porta con sé nel farsi scena, mettendolo e mettendosi costantemente alla prova, ogni sera in modo nuovo, verso una comprensione ancora a venire del testo e quindi di sé, in un in un futuro ancora tutto da immaginare. Mentre si consuma un passaggio di testimone ed è Andrée Ruth Shammah ad essersi fatta maestra di giovani a cui si augura la stessa fortuna toccata a chi quel palcoscenico lo ha costruito, nel costante intrecciarsi dei piani tra la storia del Manzoni e la vita vissuta (degli attori in scena e fuori), se debutto sarà, per queste vite comuni prestate al palcoscenico per essere specchio di quelle di tutti, verrà solo quando la scena sarà scomparsa dentro la vita e viceversa.

Chiara Palumbo

Ultima modifica il Giovedì, 28 Marzo 2019 07:09

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