lunedì, 18 giugno, 2018
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PURSUIT OF HAPPINESS - regia Pavol Liska, Kelly Copper

“Pursuit of happiness”, scritto e diretto da: Pavol Liska, Kelly Copper. Foto  Andrej Lamut “Pursuit of happiness”, scritto e diretto da: Pavol Liska, Kelly Copper. Foto Andrej Lamut

Nature Theater of Oklahoma, EnKnapGroup
Scritto e diretto da: Pavol Liska, Kelly Copper
Interpretazione: EnKnapGroup – Luke Thomas Dunne (Gran Bretagna), Ida Hellsten (Svezia), Bence Mezei (Ungheria), Lada Petrovski Ternovšek (Croazia), Jeffrey Schoenaers (Belgio), Ana Štefanec (Slovenia)
Produzione: EN-KNAP Productions
Coproduzione: Théâtre de la Ville, steirischer herbst
Disegno luci: Luka Curk
Disegno costumi: Katarina Škaper
Costumi: Atelje d.o.o.
Direttore prove per EnKnapGroup: Nohemi Barriuso
Direttore di scena: Luka Curk
Realizzazione tecnica: Španski Borci/EN-KNAP
Technical team
Fotografia e video: Andrej Lamut
Produttore esecutivo: Karmen Keržar
Pubbliche relazioni ed editing: Nina Smerkol
Direttrice del Španski Borci Cultural Centre e Direttrice di EN-KNAP Productions: Marjeta Lavrič
Direttore esecutivo di EN-KNAP Productions e direttore artistico di Španski Borci Cultural Centre: Iztok Kovač 
Con il supporto dell'Ambasciata U.S.A di Lubiana
Il programma di EN-KNAP Productions è supportato economicamente da: Città di Lubiana - Dipartimento della Cultura e Ministero della Cultura della Repubblica di Slovenia
Visto alla Triennale-Teatro dell'Arte, Milano, il 9 maggio 2018

www.Sipario.it, 19 maggio 2018

Il Teatro Naturale di Oklahoma è una folgorante immagine teatrale che si trova in "America" di Kafka. Simbolo carico di quell'inesplicabile e luminosa vastità in cui il giovane Karl (il protagonista del romanzo) si imbatte allorché vede, nel mezzo dell'immensa distesa di un ippodromo sperso nella prateria americana, allineate su un lungo e basso bancone, in piedi su piedistalli di varia altezza, centinaia di figuranti biancovestite da angeli soffiare in trombe lunghissime e fragorosissime. In quel luogo, dice Kafka "fare l'artista non interessava a nessuno, ognuno però voleva essere pagato per il proprio lavoro" – curioso: oggi tutti vogliono fare gli artisti, anche a costo di non essere pagati. Ma non è certo questo il caso del gruppo americano che prende il nome dall'ultimo capitolo del romanzo di Kafka. Un ensemble formato in realtà dalla fusione del gruppo newyorchese sopraddetto con lo sloveno EnKnapGroup.
Il centro dell'opera è una riflessione sul proprio essere artisti, e artisti americani, ma ci si arriva dopo; solo più tardi ci si rende conto di stare sulla sponda ormai affollata del discorso metateatrale con tutto il suo armamentario postdrammatico. Tutta la prima parte dello spettacolo, a limitarsi al parlato, è una riflessione dialogata in cui, nel contesto della vita professionale di una giovane compagnia di artisti, emergono le problematiche personali dei singoli performer, con relativo corollario di storie di incomprensioni familiari e di coppia, il tutto offerto con uno humor tra demenziale e surreale e con aromi di bohème americana. Ma la vera sorpresa è il contesto scenico in cui il parlato si innesta: un saloon western con gli attori a impersonare irritabili cowboy. Tutto il codice del western cinematografico, finemente parodiato, vi è incluso, sia nei costumi che nella gestualità: e sono allora le terga e le schiene delle giovani danzatrici a dinoccolarsi sul bancone che percorre la scena in tutta la sua larghezza, in un'immagine che per la fissità iniziale delle posture e per una certa qualità della luce sembra richiamare i quadri di Edward Hopper.
E' lo stridore tra la perfetta parodia western e il dialogo a produrre l'anacronismo, e dunque la scintilla umoristica; che nello spettatore sfocia poi in qualcosa che sta tra la risata aperta e lo stupore infantile quando, periodicamente, irrompono le sequenze di una rissa coreografata, con tanto di suoni elettronici, iperrealisti, da videogioco, per i pugni in faccia, i calci, i colpi schivati. Uno dei temi è la ricerca della felicità (da qui il titolo). Tema eternamente umano, che è anche parte essenziale del Sogno Americano (oltre che uno dei diritti inalienabili riportati nella Dichiarazione d'Indipendenza americana). Ora, non è parte di quel sogno anche la corsa all'Ovest? Il mito della Frontiera? Ecco allora che l'apparentemente bizzarra sovrapposizione dei due calchi (western e sociologico) sembra accennare al livello di questa più che legittima aspirazione nell'attuale società americana, anche in riferimento al suo contraddittorio e violento passato, che è un fumetto ormai, o un videogioco, una maschera di cui burlarsi magari, ma che rimane comunque appiccicata addosso e forse diventa anche qualcosa da cui riscattarsi.
Ed è forse questa la parola chiave della seconda parte: riscatto; affrontata senza perdere la particolarissima cifra umoristica fin qui espressa. Riscatto da che cosa? Dal sistema dell'arte, dal successo, dall'ipertrofia dell'ego, dall'essere americani e artisti? Forse un po' di tutto questo. Ma sempre con la stessa autoironia. Perché a un certo punto il misterioso personaggio muto della prima parte, sorta di barman vestito alla messicana che, tra un lancio e l'altro dei tipici bicchierini di whiskey sul bancone, scrive ininterrottamente con una penna d'oca, si rivela essere il drammaturgo di compagnia, al quale è venuta un'idea per una sceneggiatura; e qui siamo ormai al teatro nel teatro nel teatro: il regista di una compagnia di danzatori baciata dal successo decide di interrompere le tournée mondiali e rinunciare a tutti i guadagni e alla fama per ritirarsi in un eremo, qui si interrogherà sul futuro della compagnia e infine proporrà una nuova strada artistica: partire per l'Iraq, nel pieno del teatro di guerra, e lì mettere in scena uno spettacolo tra i soldati. Ricerca della felicità è dunque qualcosa di diverso dalla ricerca del successo? Ha forse più a che vedere con la ricerca di in senso profondo del proprio lavoro? Per questo il gruppo va nel teatro di guerra a danzare? Ma è comunque tutto un gioco. Complice un furgoncino della Red Bull, incaricato di rifornire le truppe dipendenti dall'energetica bevanda, i nostri si intrufolano tra due file parallele di combattenti nemici e si producono in un balletto che finisce per coinvolgere le due parti avverse in un orgiastico intreccio di corpi danzanti, ma che sfocia infine in una ripresa ancora più cruenta della battaglia, con strage di corpi. Il racconto però è esilarante. Tutto tenuto da un solo attore rivolto verso pubblico, come se il suo sogno dovesse in qualche modo tenere desta anche la sala – che rimane infatti moderatamente illuminata per tutto lo spettacolo – e al quale il protagonista alla fine cerca di vendere la sceneggiatura o male che vada di strappare un invito a cena nella vicina pizzeria. Un po' lunga e sbilanciata la seconda parte, tuttavia il lavoro convince nel suo virtuosistico giocare ai luoghi comuni senza mai caderci dentro.

Franco Acquaviva

Ultima modifica il Domenica, 20 Maggio 2018 07:33

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