lunedì, 20 novembre, 2017
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ORCHIDEE - regia Pippo Delbono

Orchidee, regia Pippo Delbono. Orchidee, regia Pippo Delbono. Foto Karine De Villers e Mario Brenta

di Pippo Delbono
con Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Bobò, Pippo Delbono, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Julia Morawietz, Gianni Parenti, Pepe Robledo, Grazia Spinella
Immagini e film Pippo Delbono, Luci Robert John Resteghini, Direzione Tecnica Fabio Sajiz, Suono Corrado Mazzone, Luci e video Orlando Bolognesi
Elaborazione costumi Elena Gianpaoli, Capo macchinista Gianluca Bolla, Responsabile produzione Alessandra Vinanti, Organizzazione Silvia Cassanelli
Amministrazione di compagnia Raffaella Ciuffreda, Ufficio Stampa Silvia Pacciarini
Produzione Emilia Romagna Teatro Formazione, Teatro di Roma, Nuova Scena - Arena del Sole - Teatro stabile di Bologna, Theatre du Rond Point-Parigi, Maison de la Culture d' Amiens - Centre de Creation et de Production
Piccolo Teatro Strehler, Milano dal 8 al 17 ottobre 2013
Napoli, Teatro Bellini dal 24 al 29 marzo 2015

www.Sipario.it, 31 marzo 2015
www.Sipario.it, 10 ottobre 2013

Raggiungere il teatro Bellini il sabato sera non è impresa facile, un mare di auto guidate da forsennati alla spasmodica ricerca del divertimento a tutti costi sembra ostacolare ogni via di passaggio a noi poveri pedoni. Raggiunta finalmente la tanto agognata meta si ha la sensazione di essere entrati in una zona protetta, in un luogo confortevole dove un gruppo di amici ti sta aspettando per coinvolgerti nel proprio caos esistenziale. Ed è un vero piacere rincontrarsi con loro ed affidarsi ai racconti, alle citazioni, alle immagini, alle musiche che ti accompagnano nella caotica, ma non priva di senso, rappresentazione scenica di "Orchidee" l'ultima fatica di Pippo del Bono. Il dolore della perdita è al centro dello spettacolo, il vuoto causato dalla mancanza delle persone care sembra incolmabile, poi però irrompe l'impulso vitale ad andare avanti, una forza motrice che ha origine nell'amore. Eros e Thanatos sono inscindibili. Quanta vita, quanta poesia nei volti degli africani che scorrono sullo schermo gigante, quanta tenerezza sul volto di Bobo, anche lui invecchiato e piuttosto acciaccato, quanta normalità nei corpi sformati e nudi che volteggiano, corrono e si abbracciano sul palcoscenico in una danza che è la vita stessa. In contrasto con tutto ciò c'è il mondo di plastica lasciato or ora fuori dal teatro, che ci assilla con immagini di corpi e volti perfetti, quanta infelicità nel rincorrere questa perfezione. Sembra che questo mondo si diletti nel creare sempre nuove forme di discriminazione relegando ai margini della società le persone più deboli, i cosiddetti "diversi", ma Pippo del Bono, e tu con lui, simpatizzi con gli emarginati e sai che proprio tra di loro è più semplice trovare l'amore. Pippo del Bono stimola, incita, sprona gli spettatori ad interagire con lui e con gli altri attori della compagnia, non si rimane certo inermi dinanzi a tanta sana provocazione e miracolosamente la partecipazione è sentita anche da quelli che sembrano i più ingessati tra il pubblico. Bella e varia la scelta dei brani musicali con una nota di merito a Enzo Avitabile, da anni attento interprete della mescolanza delle sonorità del Sud del mondo, non solo ci allieta con il suo magico sound ma ci sorprende con la sua presenza. Le orchidee si sa sono fiori meravigliosi ma la loro bellezza può essere ingannevole, sono facili da riprodurre in plastica e possono ingannare l'occhio più esperto nel distinguere le vere dalle false. In natura vengono imitate dalle temibili mantidi religiose per attirare le loro prede per poi divorarle senza alcuna pietà. Ma la bellezza di cui si parla nello spettacolo non è ingannevole è profonda, sincera. Beati coloro che non hanno barriere mentali o pregiudizi, coloro che hanno la mente aperta ed il coraggio di aprire il proprio cuore, loro si che godranno di questa intensa bellezza.

Francesca Siniscalchi

Il Piccolo Teatro Strehler, la sera di Martedì 8 Ottobre, ha richiamato l'attenzione del pubblico all'ultima creazione di Pippo Delbono; Autore ligure, Regista inconsueto di Teatro e Cinema e Attore poetico, il quale insieme alla sua Compagnia, consolidatasi nel 1997 e composta da undici straordinari interpreti nonchè attori marginali, hanno desiato condividere Orchidee; spettacolo dirompente, sincero in quanto viene esaltata senza pudore la verità; in cui la suddetta vita prende corpo tra il palcoscenico, grermito di colori e costumi scenici e la platea, scontrandosi di continuo con la 'menzogna accettata della rappresentazione teatrale' odierna.
In centoventi minuti di atto unico, senza interruzioni, la voce fuori campo di Pippo Delbono, dal respiro pesante, affannoso, ci confida di sentirsi sperduto, di non capirci più niente del mondo, e, come Jack Kerouac scrisse nel suo racconto Sulla strada, di non volerci più stare. Ma la verità è che siamo costretti a farlo, in un modo o nell' altro e molte sono le vie.
Il suggerimento è cercare di riappropriarci del tempo andatosene e del senso sacro delle cose nel tentativo di fermare i ricordi, per non sopperire alla finzione che genera confusione nell'uomo.
Perciò il regista, a sostegno dell'opera drammaturgica, mescola il linguaggio dei corpi degli interpreti, ai ricordi esumati per immagine fotografica o video, proiettandoli su enormi schermi sul fondo della scena. Tali memorie rimandano alla dimensione umana, politica e storica della nostra epoca, in una società violenta e malata di potere che permette guerre, segregazioni, sfruttamenti, stermini e dichiara 'contronatura' i matrimoni gay. Orchidee è dunque una riflessione su quanto di contraddittorio esiste nelle relazioni umane, oggi. Nasce come un richiamo alla conoscenza dell'Altro, all' Africa; terra che ha lasciato un vuoto in Pippo Delbono, simile a una perdità d' idendità, e ai viaggi di Bobò; attore microcefalo sordomuto, la cui saggezza del corpo nel gesto, si manifesta senza artifici alcuni, libera da impedimenti e sovrastrutture pscicologiche. E' uno spettacolo che osa dichiarare battaglia aperta al pubblico come fece la grande rivoluzionaria Simone Weiss.
La musica dai volumi altisonanti si permuta in valvola di sfogo per i corpi; essa crea e diversamente distrugge, organizza, stimola e, in quanto potente strumento drammaturgico, è in grado di delineare l'imperiosa necessità vitale del gesto, pervadere la visione del sistema di relazioni sociali per una comprensione più profonda di quanto accade in scena: Deep Purple, Nino Rota, Pietro Mascagni, Miles Davis, Joan Baez, Philip Glass coesistono in una continua metamorfosi scenica, in cui viene dimenticato il senso del testo e coinvolto lo spettatore, al fine di riedificare lo spirito di comunione per il quale il teatro nasce.
Lungo il filo conduttore di 'Finzione e Realtà', gli attori propongono pantomime di inservienti circensi che scorrazzano nello spazio non senza una logica, opere liriche messe al bando dalla politica ai tempi di Mussolini, si avvicendano in caroselli e musiche napoletane dal palconscenico alla platea, a volte recitando in toni sarcastici stralci letterari di teatro classico e poesie d' amore, altre danzando le parole che permangono fuori dalla scena facendole respirare in moti liberatori.
Interpretazioni animalesche, i cui gesti spontanei richiamano a una memoria corporea che ciascuno di noi ancora conserva, oppure beffarde, in cui viene chiesto di decantare la verità la quale scivola, subitaneamente, nella trappola di una pseudo-realtà di falsari d' arte.
Ma il teatro 'divenuto troppo polveroso, finto, morto', è anche una 'porta per far entrare persone troppo spesso dimenticate', rifiutate, non comprese come gli undici corpi nudi degli attori che in corsa in un girotondo disperato, gridano muti versi poetici d' Amore come ultimo esalo, ultima speranza di vita prima che la morte li avvilluppi a sè. Tali espressioni mute, di dolore, servono forse a lenire le sofferenze, i vuoti, le perdite di una madre che Delbono aveva ritrovato dopo i conflitti e le separazioni. "Lei fermava la persone per strada, ci parlava, raccontava a tutti i fatti miei... E io dico tanto di mia madre, ma anch'io fotografo, filmo tutte le persone, le cose che vedo... Ho ripreso anche lei, mentre si spegneva, e un ciliegio, simile a quello che quando ero piccolo invadeva con i suoi fiori la nostra casa... Poi qualcuno l'ha tagliato, e quell'odore è finito per sempre".
Ritrovare la fede perduta, umana, spirituale, è questo il senso della ricerca; lo slancio vitale che ci permette di rimanere vivi in una realtà che toglie di continuo il coraggio e la voglia di esistere.
Il senso in tutto ciò è ritrovare se stessi, prima di tutto.

Angelica Greppi

Ultima modifica il Giovedì, 02 Aprile 2015 07:15

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