giovedì, 14 dicembre, 2017
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ODISSEA-DOPPIO RITORNO - regia Luca Ronconi

Odissea-Doppio ritorno Odissea-Doppio ritorno Regia Luca Ronconi

Itaca di Botho Strass
traduzione di Luisa Gazzero Righi
Antro delle Ninfe da Omero e Porfirio, a cura di Emanuele Trevi
regia: Luca Ronconi
costumi: Silvia Aymonimo, musiche: Carlo Boccadoro, luci: Nevio Cavina
progetto scenico: Marco Rossi
Ferrara, Teatro comunale, dal 4 al 9 settembre 2007 (Prima assoluta)
Milano, Teatro Studio, fino al 20 marzo 2008

Corriere della Sera, 16 marzo 2008
Corriere della Sera, 12 marzo 2008
Panorama, N. 38 2007
La Stampa, 9 settembre 2007
Il Giornale, 11 settembre 2007
Corriere della Sera, 9 settembre 2007
Ronconi, nitido teorema sul ritorno di Ulisse

Le vicende narrate in «Itaca» di Botho Strauss sono quelle omeriche del ritorno di Ulisse in patria, ma il testo è anche la narrazione delle riflessioni scaturite dalla lettura di quel classico. Luca Ronconi poggia la sua messinscena nitida come un teorema sulle macerie di quella classicità lontana, massi, colonne, la dea Atena con elmo e scudo, la brava Elena Ghiaurov, e un Ulisse multiforme e spaesato, non riconosciuto al suo ritorno, interpretato da tre attori, il giovane Pierluigi Corallo, il più maturo Raffaele Esposito e il più vecchio e attanagliato da incertezze, il bravo Graziano Piazza. Ulisse torna per riconquistare il potere, sconfiggere i Proci, qui i Pretendenti, un gruppo di ragazzotti rissosi e incapaci, e si ritrova in un regno senza regole, bulimico che consuma più di quello che produce, «senza più riguardo ai figli e ai figli dei figli», simboleggiato da una Penelope, Francesca Ciocchetti, grassa, sformata, infelice. Da un oggi egoista, deforme, le riflessioni si spostano sul senso di un ritorno ad un ordine passato ristabilito nel sangue, un senso che lascia l' amaro in bocca per una democrazia irraggiungibile che assomiglia all' utopia. Bravo anche Riccardo Bini, il buon vecchio fedele Eumeo. Ancora una volta Luca Ronconi porta in scena il suo teatro della ragione che se non avvince con l' emozione, conquista con la riflessione.

Magda Poli

L' Ulisse di Ronconi didascalico-provocatorio

Ne «L' Antro delle Ninfe», curato da Emanuele Trevi su versi di Omero commentati dal filosofo plotiniano Porfirio, portato in scena da Luca Ronconi prima tappa di «Odissea doppio ritorno», saccenti professori esercitano la loro erudizione, la loro capacità ermeneutica su undici versi, proiettati su uno schermo o che materici calano dall' alto, che descrivono la misteriosa, emblematica grotta di Itaca dove Ulisse al suo ritorno cade in un sonno simile alla morte. La disputa e la ricerca si svolge intorno a un tavolo-cattedra-palcoscenico sul quale compaiono anche Ulisse, la maga Circe, Tiresia e altri. Più le analisi degli studiosi diventano ricche di ipotesi e aprono strade al sapere, più sembra aumentare la loro inutilità e piccolezza, come a significare che la poesia e l' arte possono essere messe sotto la lente d' ingrandimento della ragione e della conoscenza, ma la forza affascinante della loro bellezza, del loro enigma permane, sopravvive a ogni bisturi. Il mistero della poesia si scioglie solo nel verso e nella mente e nel cuore di chi l' ascolta con animo sgombro: il ritorno della poesia è nella poesia. Tutti gli attori da Elena Ghiaurov a Graziano Piazza, a Pierluigi Corallo, a Alessandro Genovesi ben seguono il disegno registico in uno spettacolo provocatoriamente didascalico che suscita, come spesso accade negli spettacoli di Ronconi, rifiuto o condivisione.

Magda Poli

Vale doppio l'Ulisse di Ronconi

Botho o Botero? La Penelope ingrassata dallo stress che troneggia nell'Itaca di Botho Strauss sembra una delle ciccione care al pittore colombiano, magari è scappata da un suo quadro intitolato La tela di Penelope. Si lamenta di tutto: dei Proci, di Troia e anche di Odisseo, che gli dei si portino le sue promesse da marinaio. Lui, rientrato alla reggia in panni di pitocco per far strage, somiglia a quel cretese che andava in giro a dire: «Tutti i cretesi sono mentitori». Dobbiamo credergli?

Itaca, con l'Antro delle Ninfe, compone il dittico omerico Odissea: doppio ritorno che Luca Ronconi, mentore di giovani attori in vena di telemachia, ha presentato in anteprima a Ferrara. I due spettacoli, di durata diversa ma concomitante, noioso il primo e stimolante il secondo, si toccano in un punto: all'aprirsi del sipario tagliafuoco che separa la platea dal palco. Non è vana trovata: l'Antro, fontanella di Trevi rampollata da Omero e Porfirio, è infatti una buona prova di quel Ronconi «saggista», capace di trasformare una chiosa in spettacolo, che è forse il suo più convincente «ritratto dell'artista da vecchio».

Roberto Bartolini

Ronconi, l'eterno ritorno di Ulisse

"Itaca" e "L'antro delle ninfe", tutto il fascino dell'eroe con qualche lentezza di troppo

Se dopo un mese di allenamento i calciatori non hanno ancora i 90' nelle gambe, perdonerete il cronista emerso un po' affaticato dal primo serio impegno della stagione, due spettacoli di Ronconi per complessive cinque ore (più intervalli). Eppure i testi non sono di quelli che richiedono un grosso impegno cerebrale. Il più corposo, Itaca di Botho Strauss (tre ore e mezza), è la semplice narrazione sceneggiata del ritorno di Ulisse a Itaca, con tutti gli episodi fatidici e qualche variazione. Una di queste è che per tenere a bada i Proci, scoperto il bluff della famosa tela, Penelope è diventata, o forse finge di essere diventata, molto grassa. Un'altra consiste nella coda aggiunta al finale, quando dopo avere sterminato i pretendenti di sua moglie Ulisse è accusato di eccesso di crudeltà (anche se qui non ha nemmeno ammazzato le ancelle, come avviene nel poema!), e per un momento la restaurazione del vecchio regime pare destinata a crollare; ma un intervento di Atena, anche in precedenza grande protettrice del nostro, rimette le cose a posto. Le riserve sulla condotta del reduce sorprendono perché in precedenza i Proci erano stati presentati in una luce del tutto negativa, almeno nella lettura ronconiana, giovinastri in jeans e canotte (costumi di Silvia Aymonino) stupidi quanto prepotenti, e in moto perpetuo come le gang di West Side Story. Allungato rispetto all'originale con l'aggiunta di qualche passo dell'Eneide, il racconto procede con vivacità di immagini, sopra un palco circolare che copre la platea del Comunale di Ferrara (gli spettatori assistono dai palchi), in una scenografia di Marco Rossi scabra con pochi elementi, massi, cavalletti, un palco di similcemento; e i molti interpreti, in gran parte provenienti dalla scuola di perfezionamento Santacristina, sono agili e ben coordinati - spiccano Pierluigi Corallo che è il primo di tre Ulisse consecutivi, Francesca Ciocchetti che è Penelope, e gli esperti Riccardo Bini (Eumeo) e Elena Ghiaurov (Atena). Quasi tutti però declamano con la lentezza e gli accenti spiazzanti ormai da quarant'anni associati a questo regista, il che fa sembrare la serata, a un certo punto, interminabile. Più insolito l'altro lavoro, L'Antro delle Ninfe (un'ora e mezza), rappresentato dietro il sipario, ossia sul palcoscenico del teatro, su cui sono state montate anche delle tribune. Emanuele Trevi lo ha ricavato da Porfirio, commentatore di Omero vissuto nel terzo secolo d.C. Nell'Odissea il protagonista arriva a Itaca trasportato dai Feaci, che lo sbarcano dormiente col suo tesoro vicino a un antro abitato da ninfe. Questo ambiente magico è descritto in undici versi che Porfirio sviscera cercandovi archetipi, simboli, corrispondenze geografiche, echi letterari e mitologici, ecc., come un Giorgio Agamben o un Roberto Calasso dell'antichità. Rimpolpato da Trevi con altri argomenti, e poi anche con l'arrivo di personaggi che Ulisse ha incontrato nell'Ade, il ragionamento è poi messo da Ronconi in bocca a sei pomposi eruditi ottocenteschi, cinque dei quali maschi con tanto di colletto duro, i quali lo enunciano facendo la parodia del cattedratico. La loro mimica è gustosa e il pubblico ride, salvo scoprire alla fine che forse non avrebbe dovuto: perché dopo un dibattito anche qui ahimé lunghetto - ancorché movimentato con l'invenzione di una parete di parole appesa che i dotti staccano per meglio sviscerarle - si fa luce il sospetto che il discorso di Porfirio era, invece, serio e ammirevole, proprio come un saggio degli studiosi di cui sopra.

Masolino d'Amico

Come’è tortuoso il viaggio per Itaca di Luca Ronconi

Prima di parlare del lavoro di Luca Ronconi sull'ambizioso progetto «Odissea: doppio ritorno», parliamo della presunzione di imbastire sulla pelle di Omero il frammento L'antro delle ninfe di Porfirio. A far da prologo a quell'autentico infortunio drammaturgico che Botho Strauss, autore drammatico che ci ha consegnato testi di ben altra tempra, ha concepito sotto il nome di Itaca.
Si tratta di due testi diametralmente opposti nemmeno destinati ad incontrarsi all'infinito. Dato che nel primo, antiteatrale per eccellenza, il famoso antro è l'immagine figurata del mondo secondo l'interpretazione che Porfirio dà di Omero, mentre il lungo e noioso copione di Strauss non è altro che una retorica scansione dell'approdo di Ulisse ad Itaca. Appare doppiamente sconcertante la pretesa della regia di usare Porfirio come esplicazione del mito del ritorno che solo nell'autonomia del secondo testo può trovare una convincente soluzione spettacolare. Di cui Ronconi è consapevole al punto da tramutare il saggio filosofico dell'allievo di Plotino in un'accesa diatriba tra cattedratici di oggi che discettano sulle possibili varianti di quell'antico pensiero.
Con risultati non solo stucchevoli ma inutilmente esornativi poiché il regista si limita a raggelarli nella satira compiaciuta di una disputa da caffè. Dove abbondano effeminate vocine in falsetto che cancellano la forza d'urto delle visioni di fondo. Ma il grave momento di stanchezza di un artista come Ronconi, cui siamo debitori di spettacoli memorabili, si afferma nella seconda parte di questo discutibile dittico. Nella voluta distorsione comica del personaggio di Penelope affidata a una caratterista che sembra sbucata da un film della Wertmüller seguita a ruota, nelle volute sinuose ma asettiche di una messinscena attenta alla sola esaltazione dei corpi dei Proci che alla furia dell'eroe che fa tutt'uno al tormento di ergersi involontariamente a tiranno. In un saggio di puro formalismo dal quale, nonostante le belle prove di Graziano Piazza ed Elena Ghiaurov, è assente il minimo palpito di poesia.

Enrico Groppali

A Ferrara «Itaca» da Botho Strauss e «L' antro delle Ninfe» da Porfirio
La doppia odissea di Ronconi: troppe idee

Anche Luca Ronconi qualche giorno fa ha levato la sua autorevole voce nei confronti del ministero dello Spettacolo e dei suoi criteri distributivi. Ministero a parte, e a parte i temi da Ronconi sollevati, è davvero autorevole la sua voce? Dipende dalle occasioni e dai punti di vista. Nel nostro teatro Ronconi occupa il posto che si è conquistato e che tutti sappiamo. Ma è anche vero che da molti anni a questa parte sta dilapidando il suo patrimonio e la sua stessa credibilità. Egli è stato uno dei registi che ci hanno insegnato a considerare uno spettacolo un sistema di segni autonomo e in sé compiuto, una possibile opera d' arte. Ma per giungere a tanto, perché sia possibile percepire in uno spettacolo un valore estetico, è pensabile che se ne possa produrre uno ogni due mesi? Allestire in meno di un anno cinque spettacoli sembra rischioso, per non dire controproducente: e con il progetto Odissea: doppio ritorno, Ronconi a tanto è arrivato, a cinque in nove mesi. Come il Padre della Patria vegliava su di essi mentre i cittadini dormivano, quando tutti noi eravamo in vacanza, luglio e agosto, che cosa faceva Ronconi? Egli era al lavoro e il suo ritorno, al pari di quello di Ulisse, è stato non meno micidiale: non uno spettacolo ma due, si direbbe al prezzo di uno. Come ho scritto l' altro giorno, Itaca di Botho Strass è un testo mediocre. Perché averlo tratto dalle tenebre delle obiezioni da cui fu accolto in Germania? Peggio ancora L' antro delle Ninfe. In esso non vi è neppure il tentativo di creare uno spettacolo, o vi è in una forma drammaturgica così elementare da lasciare allibiti: cinque tavoli messi in verticale e tre in orizzontale sono la scenografia, in essa non vi è traccia di vita se non il vano salire su di essi di quegli attori-operai che sono gli attori di Ronconi con le loro frasette sillabate in modo sempre più meccanico e incomprensibile. Mentre Itaca si svolge nella platea ricoperta d' assi del Comunale di Ferrara, come già aveva fatto Massimo Castri per la sua Elettra a Spoleto (e noi spettatori vi assistevamo dai palchi), contemporaneamente L' antro delle Ninfe si svolge (per un' ora e mezzo contro le quattro del primo) sul palcoscenico, dall' altra parte di un sipario-serranda, come aveva fatto Giorgio Marini nel suo Doppio sogno (noi spettatori fronteggiandoci da due brevi gradinate). Vi è, nel lavoro attuale di Ronconi, non solo un incremento tale da capovolgere il concetto di regia critica, e dunque artistica, in quello meramente intensivo, da capocomicato (un modello di vera e propria regressione). Vi è anche la ricerca costante dell' effetto, dell' inedito, del sorprendente. O, per essere più popolari, del «famolo strano». Forse nella vita di ogni organismo, individuo, coppia o artista, si giunge ad una simile richiesta. Ma se strano è, che strano sia. Nel caso di Ronconi ci sono troppe idee tratte da idee altrui, non più una qualche originalità o una qualche autenticità, per quanto artificiosa essa possa essere. Per mettere in piedi un secondo spettacolo (cioè un Progetto) egli è ricorso al plotiniano Porfirio, il cui maggior merito fu di aver sposato una vedova con sette figli, forse per espiare la sua colpa di pseudo-filosofo con tutte le sue cervellotiche escogitazioni su un tema di Omero. Divertente o utile da leggere, inutile a teatro, come quando Ronconi, didascalico, si dilettava di matematiche o di economia. All' inizio ci stupì, ora ci annoia. Ma più ancora, per concludere, ci tedia che egli protesti con il sistema delle sovvenzioni. Egli ne usufruisce dal Piccolo, ora da Torino, ora da Genova , ora da Roma. Solo questo progetto ferrarese (di pochissime repliche) è costato più del bilancio di un intero anno di non pochi teatri stabili italiani.

Franco Cordelli

Ultima modifica il Venerdì, 20 Settembre 2013 06:51

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