martedì, 12 dicembre, 2017
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OPERA ANTIGONE - regia Francesco Leschiera

"Opera Antigone", regia Francesco Leschiera "Opera Antigone", regia Francesco Leschiera

da Sofocle
elaborazione drammaturgica Antonello Antinolfi, Francesco Leschiera, Giulia Lombezzi
regia Francesco Leschiera
con Ettore Distasio, Ermanno Rovella, Giulia Pes, Andrea Magnelli, Veronica Franzosi
musicista Walter Bagnato
scene e costumi Paola Ghiano e Francesco Leschiera
luci Luca Lombardi
elaborazioni e scelte musicali di Walter Bagnato e Antonello Antinolfi
assistente alla regia Alessandro Macchi
produzione Teatro del Simposio
A Milano, Teatro Litta, dal 21 al 26 novembre 2017

www.Sipario.it, 3 dicembre 2017

I caratteri e i problemi enucleati nell'Antigone di Sofocle ci coinvolgono massivamente. Il caso in esso narrato è di assoluta contemporaneità, quanto è pregnante ed emozionante. Le sue domande ci chiedono di schierarsi, perchè il conflitto tra ragione e sentimento, tra individui e società, si pone come necessario al comportamento morale di ciascun uomo, oltre ogni casistica di atteggiamenti. Insomma la legge vuole un giudizio che assorba una nostra scelta d'amore e non escluda la pietà. L'obbedienza non è sempre una virtù, fu detto una volta icasticamente. Questo per sottolineare la legittima pluralità dei valori che una persona può custodire ed esprimere: come fa Antigone, eroina di un dissenso che della pia pietà di una sepoltura esprime (visto che la tirannide non tollera dissensi e l'assenso popolare muore nel mutismo) il segno di una volontà di comunicare. Antigone, che si richiama a leggi non scritte, è colpevole d'aver coperto la salma del fratello Polinice cui Creonte aveva decretato la condanna di restare insepolto perché convinto, nella sua ragion di stato, che non si possano celebrare le spoglie di chi ha combattuto contro la patria, uccidendo in duello lo stesso fratello Eteocle, quello venuto a Tebe con cattivi propositi. Dunque la legge contro gli affetti, la città e le sue norme contro gli dei, e anche gli uomini contro le donne. La tragedia conclude esplicitamente che, condizione prima della felicità è "essere saggi", e che la vecchiaia è un valore se è conoscenza. Qui, dunque Creonte, che incarna il potere assoluto, è sotto esame: è un tiranno ma convinto di servire anch'egli lo Stato, convinto di interpretare la legge e di fare il bene comune. Non s'avvede però di trascurare la dimensione più recondita e più preziosa dell'uomo: quella che onnicomprensivamente si può indicare come la dimensione della libertà. Neanche l'indovino Tiresia, in altri momenti consigliere ascoltato del re, riesce a creare qualche falda nel cuore di Creonte. Soltanto alla fine quando lo ammonisce con terribili parole, quando il vaticinio funesto di Tiresia insinua un tarlo, si ravvede. Ma è troppo tardi. Il re sconvolto fa riaprire l'antro di pietra dove è rinchiusa Antigone, ma lei si è appena impiccata ed Emone, promesso sposo, si uccide sotto gli occhi del padre. Alla morte di Emone Euridice, sua madre, si uccide a sua volta. Rileggere i classici con originalità e inventiva caratterizza il lavoro di molti registi della nostra scena, perché il recupero del passato offre un'indubbia sicurezza, una possibilità di ulteriore lettura e riflessione che ci riguarda sempre, e chiama in causa i nostri tempi. Da annoverare nella lista dei giovani registi c'è anche Francesco Leschiera e il Teatro del Simposio, ora alle prese con una chiara, coerente e vibrante rilettura della tragedia di Sofocle ribattezzata Opera Antigone. Leschiera si è accostato al gran testo con il rispetto, la sobrietà e la trepidazione intellettuale dovuti ad una delle metafore più alte e più inesauribili che il pensiero umano abbia mai prodotto: il conflitto mortale fra le ragioni della pietà e quelle della convenienza politica. Il fulcro della sua regia non sta nella dimensione epica bensì in quella più intima, che evidenzia la fragilità tutta umana dei personaggi. È una tragedia di famiglia raccontata da una figura apparentemente secondaria come Ismene, sorella dell'eroina sofoclea. Perché anche lei, la debole sorella che inizialmente si rifiuta di trasgredire l'editto di Creonte poiché è per natura incapace di agire contro il volere della città, ha una sua verità. È lei, in abiti d'oggi, ad aprire e chiudere la vicenda, quasi una narratrice, esponendo quanto avvenuto, estraniandosi sì, ma con la fremente partecipazione emotiva di chi ha vissuto, ha visto, ha considerato i fatti, e si ritrova, infine, sola, unica testimone di un resoconto dell'anima. In apertura assiste al gioco iniziale dei due fratelli, e, predicendo l'evolversi del loro rapporto conflittuale, rivolta amorevolmente verso di loro osserva malinconica che «Non bisognerebbe mai diventare grandi». E in ultimo, mentre dietro le sue spalle scorrono le apparizioni dei suoi cari, avrà parole pacate e sommesse verso la non più presente Antigone: «Non si racconta di me, ma c'ero anch'io nei cupi giorni di Colono. Ero accanto a te a tenere in braccia il padre». E prosegue: «Non è vero che mi è mancato il coraggio. Volevo solo un po' di tempo. Scusami se, come te, la morte non me la sono portata fin da bambina. ...Ma non merito il tuo disprezzo». La sua figura è riabilitata, vista finora come se non avesse una sua esistenza autonoma, ma la sua identità fosse dipendente in quanto antitetica da quella della sorella. La coloritura recitativa e di scrittura scelte da Leschiera con la collaborazione drammaturgica di Antonello Antinolfi e Giulia Lombezzi, che hanno rielaborato il gran testo con l'aggiunta di altri brevi frammenti, ha il tono di una naturalezza colloquiale tesa a porgere un'immediatezza che ci coinvolge. E appassiona la messinscena, che vede confuso in platea il Coro, spettatori tra gli spettatori, pronti a intervenire in alcuni momenti a interloquire con Creonte giudicando le sue decisioni o esortandolo, e, nel finale, uscire dalla platea al seguito del re. Intervallato dalla musica di un pianoforte eseguita dal vivo che ricrea e sottolinea le atmosfere, l'allestimento si avvale di una scenografia di lunghi teli di plastica come quinte, che fungono da luoghi su un scena sparsa di terra, e, a vista, il lungo scalone della parete del palcoscenico. Dalla balaustra Creonte, vestendosi in giacca e cravatta, sentenzia e ordina, lasciando posto, in ultimo, a Tiresia chiosare la sua profezia, riapparsoci, come nel prologo, con degli strambi occhiali dalla montatura a lucine intermittenti (una bella invenzione). Unica nota l'alternanza dei costumi di foggia primordiale e poi attuale – un'unica scelta gioverebbe –; e l'assunzione di doppi ruoli di alcuni degli interpreti – bravi e ben appropriati – che però, in alcuni passaggi, svia la visione del personaggio in azione.

Giuseppe Distefano

Ultima modifica il Lunedì, 04 Dicembre 2017 01:21

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