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NATHAN THE WISE - regia Andreas Kriegenburg

"Nathan the wise", regia Andreas Kriegenburg. Foto Rossetti-Phocus "Nathan the wise", regia Andreas Kriegenburg. Foto Rossetti-Phocus

(Nathan il saggio)
di Gotthold Ephraim Lessing
regia di Andreas Kriegenburg
con Elias Arens, Nina Gummich, Bernd Moss, Julia Nachtmann, Jörg Pose, Natali Seelig

allo Student Cultural House di Craiova (Romania) 26 aprile 2016

www.Sipario.it, 30 aprile 2016

Andreas Kriegenburg 53enne regista autodidatta tedesco di Magdeburgo, insignito a Craiova del 13° Premio Europa Realtà Teatrali, avrebbe dovuto fare nella vita il falegname o il carpentiere. Poi invece viene assunto come tecnico di scena nella sua città natale e comincia a fare il regista riscuotendo nel 1992 a Berlino particolari consensi con la messinscena del Woyzeck di Büchner. Da qui in avanti i suoi lavori, rivolti ad autori come Brecht, Cechov, Kafka e altri, hanno riscosso sempre un grande successo tale d'essere considerato uno dei più importanti registi tedeschi. Di lui è stato detto che è magico, che gli attori che lavorano con lui si sentono liberi e un po' anche clown, che le sue scenografie eliminano la gravità e che lui nel suo teatro cerca il dubbio, forse anche le risposte. In occasione del ricevimento del Premio ha presentato allo Student Cultural House le sue credenziali mettendo in scena uno dei testi più amati dal popolo tedesco, in particolare quello studentesco, che s'intitola Nathan the Wise (Nathan il saggio) di Gotthold Ephraim Lessing (1729-1781) significativa figura della letteratura e dell'illuminismo tedesco, sullo stesso piano di Goethe e accostabile, anche se odiato in parte dai nostri ragazzi, al Manzoni de I promessi sposi. Ambientato a Gerusalemme durante la terza crociata (1192), il dramma racconta in che modo il saggio mercante ebreo Nathan, l'illuminato sultano Saladino e un cavaliere templare senza nome, cerchino di non litigare ponendo sullo stesso livello le tre religioni monoteiste Ebraismo, Islam e Cristianesimo. Il trio di figure centrali, in compagnia delle loro compagne, per tutte le tre ore dello spettacolo con intervallo, appaiono come fatti di fango o d'argilla fresca che cola imbrattando quinte e costumi (quelli di Andrea Schraad) al suono delle musiche di Wolfgang Ritter e Martin Person, e man mano che s'asciuga macchia i lor visi di bianco sembrando i loro corpi sculture espressioniste ambulanti. Sommo rilievo riveste l'elemento ligneo a forma d'un cubo ruotante (quello dello scenografo Harald Thor) che aprendosi sui lati assume la forma d'una palizzata, tornando all'originaria forma quando lo si richiude, evidenziando talvolta al suo interno due piccoli spazi, due mini-stanze una sull'altra. Lo spettacolo è in lingua tedesca sottotitolato in inglese e rumeno, ma non ci si fa caso perché è abbastanza noto, incentrato come si sa sulla parabola dell'anello, quella che Nathan sul tetto di quel cubo racconta al sultano Saladino, appollaiato su un'alta scala ad ascoltare quale sia secondo lui la religione più vera e autentica. Il saggio mercante espone allora la storia di un uomo che viveva in Oriente e che possedeva un anello d'inestimabile valore. La sua pietra infatti, un opale dai cento bei riflessi colorati, aveva un potere segreto: chiunque lo portasse con fiducia era gradito a Dio e agli uomini. Morto l'uomo l'anello passò al figlio più amato e così via per varie generazioni sino a quando arrivò a possederlo un uomo con tre figli amati tutti allo stesso modo promettendo alla sua morte di donare l'anello a tutti e tre. Ma come fare se l'anello era uno solo? L'unico modo era far fare da un orafo due copie identiche all'originale. Detto fatto. L'uomo morì contento non pensando che i suoi figli, volendo sapere chi possedeva l'anello originale, potessero arrivare a risolvere la querelle in tribunale. Fortunatamente un saggio giudice consigliò loro di comportarsi come se ognuno avesse quello originale, in modo che, col tempo, le virtù possedute dall'anello sarebbero prima o poi uscite allo scoperto. La regia di Kriegenburg assecondando il pensiero di Lessing pone tutte e tre le religioni sullo stesso piano, evitando in tal modo che una delle tre prenda il sopravvento sull'altra. Un modo attuale e intelligente per promuovere la tolleranza tra le religioni e respingere invece il fanatismo, riconoscibile inizialmente nel personaggio di Saladino. Lo capiranno mai questo pensiero i jihadisti dell'Isis? No. Non credo leggeranno mai Nathan the Wise! L'anello è la summa di tanti valori come l'amicizia, la tolleranza, il relativismo di Dio, il rifiuto dei miracoli, il bisogno di comunicare con gli altri. Si tenga presente che questo dramma fu proibito dalla Chiesa durante la vita di Lessing e insieme ad un'altra sua opera, Gli ebrei (Die Juden), fu bandito anche sotto il regime nazista. La trama per molti versi richiama la novella dei tre anelli nella prima giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio e con piccolo sforzo ricorda pure il finale di Filumena Marturano di Eduardo, lì dove la furba e saggia donna napoletana farà accettare all'uomo che sposerà in chiesa da lì a poco che i tre figli - l'equivalente dei tre anelli della parabola - uno sicuramente è di Domenico Soriano. In conclusione il messaggio di Lessing è chiaro ed è un'esortazione ad accettare la pluralità delle fedi ed a praticare la tolleranza religiosa. Lo spettacolo è stato particolarmente gradito in questa piccola ma intensa kermesse di Craiova e i sei protagonisti, davvero formidabili, somiglianti alla fine a degli zombie erano Elias Arens, Nina Gummich, Bernd Moss, Julia Nachtmann, Jörg Pose, Natali Seelig.

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Sabato, 07 Maggio 2016 03:38

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