giovedì, 18 ottobre, 2018
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NOZZE DI FIGARO (LE) - regia Matteo Tarasco

Le nozze di Figaro Le nozze di Figaro Regia Matteo Tarasco

di Pierre-Augustin de Beaumarchais
regia: Matteo Tarasco
scene: Carmelo Giammello
costumi: Andrea Viotti
con Tullio Solenghi
Roma, Teatro Eliseo dall’8 al 27 maggio 2007

Corriere della Sera, 17 novembre 2007
Corriere della Sera, 3 giugno 2007
Il Giornale, 1 maggio 2007
Che bravo Tullio Solenghi nel «Figaro» farsesco

Assistendo a «Le nozze di Figaro», scritta da Beaumarchais nel 1778, Danton, che sarà uno dei protagonisti della Rivoluzione dell' 89, disse «Figaro ha ucciso la nobiltà!» e la commedia, infatti, venne censurata. Era eversiva l' intelligenza, l' astuzia di Figaro che si fa beffe del dispotico, ottuso conte suo padrone che tenta di concupire la cameriera Susanna, la sua futura sposa. E il ridicolo conte sarà costretto anche «a cadere ai piedi» della trascurata moglie. Il regista Matteo Tarasco, autore dell' adattamento firmato con il protagonista Tullio Solenghi, spinge molto sui toni del farsesco, proponendo uno spettacolo che ha come solo intento quello di divertire tagliando e riducendo il testo a poco più che una trama ben congegnata, per poi gravarlo di un finale didascalico affidato al personaggio dell' autore, ma non di sua penna, che preannuncia la ghigliottina che farà piazza pulita di un intero mondo. Grotteschi personaggi dalle imponenti parrucche di tulle bianco, i bei costumi come le scene sono di Andrea Viotti e la gustosa traduzione è di Enrico Groppali, si aggirano, tra corna, sesso e desideri, per fare e disfare raggiri e complotti, dal sanguigno conte di Alberto Alinghieri, alla contessa di Alessandra Schiavoni, al Basilio di Raffaele Spina, alla astuta Susanna di Silvia Salvatori, alla determinata Marcellina di Sandra Cavallini e su tutti sta Tullio Solenghi, bravo attore che molto si concede e concede per indurre al riso, che fa del suo Figaro un uomo soprattutto concentrato sul suo «piano di nozze», smagato ma senza quella capacità di riflessione, di filosofeggiare che tanto preoccupò Versailles e non solo.

Magda Poli

L' allestimento di Tarasco per «Il matrimonio» da Beaumarchais Solenghi, un Figaro senza filosofia

È solo la cosiddetta regia critica che giustifica, o nobilita, la presenza del cronista: egli si trasforma, appunto, in critico. E cosa dovrebbe fare costui se non confrontare ciò che fu (il dramma, così come fu scritto) e ciò che è (il dramma, come esso diventa spettacolo)? Ma Il matrimonio di Figaro di Pierre-Augustin de Beaumarchais, per la regia di Matteo Tarasco, si sottrae in modo radicale a questa possibilità. Non vi è difetto poiché non vi è azione e non vi è azione poiché non vi è intenzione: intenzione, dico, di rappresentare seriamente la stupefacente commedia di Beaumarchais. Lo spettacolo cui assistiamo, nella pur abile riduzione di Enrico Groppali, del Matrimonio non riproduce che lo schema, ponendosi una finalità di puro intrattenimento e non di confronto, di interpretazione. Tutto ruota intorno al protagonista, che non è Figaro ma Tullio Solenghi, un uomo di quasi sessant' anni che ne dimostra quaranta, per tratti del viso, per agilità, per intraprendenza. Solenghi è un bravo attore, ha classe, dignità e garbo, per usare un termine settecentesco. Non solo. Egli trasmette la sua virtù all' intero spettacolo di Tarasco che, ove se ne condividano gli intenti, non deluderebbe. Se delude è perché si tratta di un' occasione sprecata. Nel programma di sala vi è la storia di questa commedia, con cui si sono cimentati registi come Visconti e Cobelli, ma che rimane poco rappresentata. L' ultima sua apparizione sui nostri palcoscenici risale a quasi 20 anni fa. L' occasione è dunque sprecata due volte. Per dare la misura della perdita basterà dire che del celebre monologo di Figaro (terza scena del quinto atto) non resta che un esiguo frammento. Il che pone Figaro in una condizione più tradizionale di quella in cui realmente è, nonostante ai nostri occhi appaia come un personaggio rivoluzionario (forse più a causa di Mozart che di Beaumarchais). L' assenza di equivoci, o di ambiguità, nello spettacolo di Tarasco nasce dal fatto che Figaro risulta un tipo spensierato, ovvero dedito a niente altro che alla realizzazione del suo programma (sposarsi). Nella realtà testuale, a questo servo non mancano capacità di riflessione. Egli medita e trae, dalla sua meditazione, un succo filosofico. Figaro dice (c' è anche nello spettacolo): «Perché siete un gran signore, vi credete un gran genio!... Nobiltà, fortuna, rango, cariche, tutto questo rende così fieri! Che avete fatto per meritare tutto questo? Vi siete dato la pena di nascere e niente di più». Ma (in Tarasco-Groppali) non vi sono le digressioni, oggi fulminanti, su Maometto; non vi sono, di Figaro, le riflessioni sulla natura della ricchezza; non vi è, soprattutto, l' osservazione sulla libertà di pensiero: «Senza la libertà di biasimare, non è possibile nemmeno un elogio che ci lusinghi» (che per ogni cittadino dovrebbe essere il verbo). D' altra parte, lo voglio qui ricordare, Beaumarchais non era affatto un rivoluzionario, neppure un illuminista. Come uomo, è una spugna che assorbe gli umori del suo tempo e con geniale istinto ne restituisce l' essenza. In quanto scrittore, Beaumarchais è addirittura un conservatore: «Non bisogna dimenticare quel che si deve, nel mondo, ai più alti ranghi! È giusto che il vantaggio della nascita sia il meno contestato di tutti» (1778). Non per nulla, tale essenza si coglie, più che nelle dichiarazioni di Figaro, in tutto l' implicito della commedia, ossia in quell' iperbolico congegno ad alta orologeria che è la folle journée (Beaumarchais cominciò la sua avventurosa vita come orologiaio). La folle journée è l' emblema della vita di Beaumarchais e del suo tempo, quando si cominciò ad adorare non solo l' intrigo ma la velocità con cui gli intrighi prima si fanno e poi svaniscono nel nulla. IL MATRIMONIO DI FIGARO di Beaumarchais/Tarasco Teatro La Pergola di Firenze.

Franco Cordelli

Un grande Solenghi «barbiere» playboy dall’innata simpatia Padova

Che Figaro fosse un barbiere, per giunta di qualità, lo sanno tutti. Che poi si sposasse, lo ignorano in tanti. Il fatto è che Il barbiere di Siviglia ha avuto una fragorosa cassa di risonanza con l’opera (lirica) di Rossini, mentre Le nozze di Figaro, pur se musicate da un certo Mozart, non hanno fatto altrettanto clamore. Almeno tra i melomani di complemento. Comunque sia Le nozze di Figaro, scritta come del resto Il barbiere, da Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais, o più semplicemente Beaumarchais per i frettolosi, è una commedia cardine del teatro leggero francese, che da due secoli fa sbellicare l’Europa.
Dopo le svariate edizioni del dopoguerra, prima quella diretta da Luchino Visconti nel ’46, con Vittorio De Sica, è stata ripescata dal drammaturgo e critico teatrale del Giornale, Enrico Groppali, che l’ha proposta alla compagnia Lavia Anagni, trovando immediata accoglienza. Groppali ne ha curato la raffinata traduzione, cavando il meglio dai cinque atti originari, saggiamente ridotti a due, di irresistibile spasso. Dopo Rimini, Bologna, Firenze e Padova, sosterà per tutto maggio all’Eliseo di Roma. Con l’occhio alla prossima stagione, al Carcano di Milano.
Mattatore Tullio Solenghi, impagabile Figaro, un attore che, all’innata simpatia, aggiunge la vocazione all’umorismo sottile. La storia, tra infiniti equivoci, racconta i travagliati maneggi di Figaro per sposare Susanna, la cameriera di Rosina, nobildonna dopo il matrimonio col conte d’Almaviva. Nove personaggi nei magnifici costumi e scene di Andrea Viotti, diretti da Matteo Tarasco. Tutti bravi, da Marcellina (Sandra Cavallini) a Basilio (Giancarlo Condè) a Almaviva (Roberto Alinghieri).
Tra le innumerevoli battute, eccone una sulla democrazia che non avrebbe sfigurato in Sabrina di Billy Wilder (ricordate? «Nessun povero è stato mai detto democratico per aver sposato un ricco»): «Quando il potere è in mano d’uno solo, quest’uno sa d’esser uno e di dover contentare molti; ma quando i molti governano, pensano soltanto a contentar se stessi, e si ha allora la tirannia più balorda e più odiosa: la democrazia!».

Massimo Bertarelli

Ultima modifica il Domenica, 06 Ottobre 2013 08:55

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