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NOTTE A CATANIA - regia Francesco Di Vincenzo

Notte a Catania Notte a Catania Regia Francesco Di Vincenzo

di Domenico Trischitta
Regia di Francesco Di Vincenzo
con Orazio Mannino e Tiziana Bellassai
Al pianoforte Alberto Alibrandi
Catania, Teatro Piscator dal 5 al 12 maggio 2012

www.Sipario.it, 29 maggio 2012

Ricorda con rabbia il portiere d'albergo di "Notte a Catania", con l'impeto e lo scetticismo che erano di Jimmy Porter nel dramma di Osbone datato 1956,. Quindi con 'sfacciata' emulazione di certo romanticismo 'evergreen' raggrumatosi nell' evocare personaggi come John Fante e Raymond Carter che, dalle tribolazioni della vita marginale, trassero l' ispirazione (la fortuna) di approdare alla gloria letteraria.

Si fa presto a bollare di velleità, di vanagloria (come fa la moglie del portiere, 'convocata' in scena dalla forza fantasmatica, espiativa propria del teatro) le visioni dell'uomo\fanciullo, assimilabile ai sognatori dostoewkiani, Se non fosse che Pietroburgo non è Catania, e che la Caloria di Brancati non è la città di 'nottambuli artisti' tramandata dalla pubblicistica del novecento.

Più prosaicamente, e per quanto ci consta, Catania è invece una città di 'insonni', che di poetico ha ben poco da dare. Mentre i suoi 'finti sognatori' (percossi dalla vita, e in malo modo) sono a buon diritto persone malcontente, estenuate, acidule, che stentano a prender sonno per infelicità lapillica, ubbie indicibili, vana attesa di quella 'orgogliosa rassegnazione' che tanto piaceva a Flaiano (non per nulla autore di "Diario notturno")

Del resto, sull'ambiguo fascino dell' 'insonne', sul plumbeo malumore del 'portiere di notte' ha narrato benissimo il cinema (Cavani, Argento), la canzone d'autore (Pagani, Ruggeri), ma pochissimo il teatro. Dando così maggior risalto a questo atto unico di Domenico Trischitta (capitolo del suo romanzo "Una raggiante Catania") che andò in scena (nel 2004) nella sobria interpretazione di Alessandro Quasimodo (distillata commistione di negligenza e smagata indolenza) e che, nel nuovo allestimento di Francesco Di Vincenzo, perfettamente scandito da Orazio Mannino e Tiziana Bellassai, su tessuto musicale di Alberto Alibrandi, volge alla ricerca "di un'isola di maturità in un mare di ingenuità infantile": quasi di disegnasse un Peter Pan dei 'vinti', pungolato da una sorta di Trilly Campanellino, modello James M. Barrie, docile guerrigliero del suo habitat adolescenziale, del quartiere nativo sventrato dallo scempio edilizio, ma per poco addolcito da minuscoli, epocali 'fiori del male', su cui primeggia l'atavica fierezza di 'puppi , buttane e femminielli'.

Di suo, la teatralità di Trischitta ha un palese dono di 'ubiquità' stilistica. Riuscendo ad. essere dettagliata, biografica- attraverso uno stile pietroso, sincopato, incespicato di voluti minimalismi e accenti dialettali. Affinché inganno e verità del ricordo si avvitino su se stessi, con qualche voluttà, ma senza cedere al tranello del memoriale o della rimembranza stucchevole. Facendo sì che la peculiarità della scrittura (da cui la sobrietà della messinscena) consista proprio nel tener distinte, ma coese, la solidità della vocazione letteraria e quella – precipua- del linguaggio scenico.

Non è pregio da poco.

Angelo Pizzuto

Ultima modifica il Domenica, 06 Ottobre 2013 10:30

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