martedì, 19 marzo, 2019
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NOSTRA ULTIMA PRIMA CENA (LA) - regia Gianluca Vetromilo

Achille Iera in "La Nostra Ultima Prima Cena", regia Gianluca Vetromilo. Foto Angelo Maggio Achille Iera in "La Nostra Ultima Prima Cena", regia Gianluca Vetromilo. Foto Angelo Maggio

regia Gianluca Vetromilo
scritto e diretto da Gianluca Vetromilo
con Achille Iera
audio e tecnica Erica Cuda
disegno luci Gianluca Vetromilo
foto di scena Angelo Maggio
organizzazione Radice di Due
logistica Chiara Sacco
ufficio stampa Valeria Bonacci
video a cura di Immagine PCA Srl 
produzione Mammut
Teatro
Matrioska Teatro, Chiostro di San Domenico (caffè letterario) Lamezia Terme (CZ), 26 dicembre 2018

www.Sipario.it, 28 dicembre 2018

Brillante, lucido e ben interpretato lo spettacolo diretto e scritto da Gianluca Vetromilo, La Nostra Ultima Prima Cena andato in scena al Chiostro- Caffè Letterario per la ripartenza della rassegna Matrioska Teatro a Lamezia Terme.
Vetromilo riesce a mettere tutto sé stesso nel personaggio raccontato dal solo protagonista in scena, l'eccellente Achille Iera: e sembrano proprio inscindibili l'attore, l'autore e il personaggio, tanto fresca e dirompente suona tutta la prima mezz'ora dello spettacolo. Iera è a suo agio nei vari toni, mentre Vetromilo ha una scrittura veloce e perfettamente dialogica. Frizzante, avvolgente, sincero e personalissimo senza risultare chiuso e ombelicale La nostra ultima prima cena è la storia di un ragazzo come tanti nato e cresciuto nel sud Italia tra disagi, caratteri chiusi e contesti sociali difficili. Lo stridente senso di disagio di un personaggio segue le voci fuori e dentro di lui attraverso l'uso perfetto del dialetto calabrese, mentre le luci virano dal rosso al verde, un colore che crea una sorta di resistenza ai cambiamenti sociali di un paese intriso di tradizioni, pregiudizi e segreti di famiglia che lacerano le farfalle allo stomaco di una coppia innamorata.
La contestualizzazione storica, culturale e sociale del protagonista è ancora di più marcata dai (numerosi) riferimenti al Santo Patrono e dalla nenia cantata dalle anziane del paese che entra, specialmente in due passaggi dello spettacolo, come protagonista violento e indiscutibile. Non sembra infatti esserci un solo protagonista in scena, pur essendoci un solo attore, ma tante figure perfettamente delineate dalla scrittura di Vetromilo e soprattutto dal magistero interpretativo di Iera, tutte figlie di problematiche (non sempre nostre o che dipendono da noi) che diventano ingombranti.
La conversione religiosa che arriva quasi sul finale sembra però capitare come un coup de theatre un po' troppo spinto, pur racchiudendo in sé la contestualizzazione culturale ed emotiva di quel ragazzo che nella timidezza e nei sensi di colpa cade e poi si rialza trovando (forse) la pace che cercava nelle braccia di una donna (Alice). Ma è proprio questa ragazza ormai da tempo diventata donna -scopriamo infatti solo nel sottofinale, forse troppo didascalico, che senza banalità e retorica si è parlato con estrema delicatezza anche di pedofilia- che prende il sopravvento chiudendo il racconto, deviando la traccia emotiva pur lasciando la suggestione surreale di un ultimo, bellissimo quadro (che riprende e cita Gli Amanti di Magritte). Un immagine forte -anche se leggermente decontestualizzata- che parla di amore, di bene e di male, dell'amore che non può uscire alla luce del sole, degli amori che non nascono e di quelli che muoiono, ma anche di amori perversi e malati nascosti al mondo sotto un segreto inconfessabile che tutti conoscono ma di cui nessuno vuole parlare.
Anche se probabilmente la forza del racconto è racchiusa in una scena che anticipa il finale, un passaggio fondamentale, così violento e duro e importante da poter, da solo, racchiudere e interpretare il senso de La Nostra Ultima Prima Cena: lo schiaffo che il personaggio di Iera dà alla ragazza, sigillando il loro rapporto, dando una svolta alla vita di entrambi e determinando il loro stesso futuro, e la conseguente, rapida, drammatica presa di coscienza, è una lucida, durissima, straziante disamina dell'intera cultura di un intero paese in un'intera regione, ancora oggi intrappolata tra un retaggio di violenza in un messaggio d'amore, che la appesantisce mentre si lancia verso un futuro già presente.
Alla fine, proprio come ne Gli amanti le paure, le ossessioni, i sentimenti e l'impossibilità di comunicare vengono nascosti dietro questo sudario che viene tirato fino alla morte e alla pace finale.

E ci piace chiudere citando ancora Magritte, che diceva: "C'è un interesse in ciò che è nascosto e ciò che il visibile non ci mostra. Questo interesse può assumere le forme di un sentimento decisamente intenso, una sorta di conflitto, direi, tra visibile nascosto e visibile apparente".

Valentina Arichetta

Ultima modifica il Venerdì, 28 Dicembre 2018 20:28

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