venerdì, 20 ottobre, 2017
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NULLAFACENTE (IL) - regia Roberto Bacci

"Il nullafacente", regia Roberto Bacci. Foto Guido Mencari "Il nullafacente", regia Roberto Bacci. Foto Guido Mencari

di Michele Santeramo
regia, spazio scenico Roberto Bacci
con Michele Cipriani, Silvia Pasello, Francesco Puleo, Michele Santeramo, Tazio Torrini
musiche Ares Tavolazzi
luci Valeria Foti
Produzione Fondazione Teatro della Toscana
Al Teatro Era di Pontedera, dal 2 al 12 marzo, 2017 prima nazionale
Dal 30 marzo al 2 aprile, al Teatro Studio Mila Pieralli di Scandicci;
dal 23 al 28 maggio al Teatro delle Passioni di Modena;
dal 21 al 26 novembre all'Arena del Sole di Bologna.

www.Sipario.it, 18 marzo 2017

La lezione di vita di un nullafacente

L'incipit è spiazzante. Una persona, un cronico nullafacente, con una moglie malata, «per fortuna di un male incurabile». La fortuna – sostiene l'uomo - consiste nella consapevolezza di non dover fare nulla per provare a guarirla perché tanto morirà lo stesso prima o poi. Un cinismo che ha del metodo. Michele Santeramo, col suo nuovo testo teatrale Il Nullafacente – regia di Roberto Bacci, al Teatro Era di Pontedera - affronta un tema delicato, scomodo, coraggioso, anche per le implicazioni ad esso legato, e cioè quello della malattia e della morte. Ma il tono della sua scrittura, mai banale, intrisa di riflessioni profonde, di acutezza nel leggere il nostro mondo e di scavare nel quotidiano dell'esistenza, è sempre la leggerezza. E quindi si sorride, anche, della storia di questo nucleo famigliare attorno al quale ruotano altri personaggi: un fratello, un medico, il proprietario della casa dove vive la strana coppia. Che vorrebbe essere lasciata in pace. E si trova costretta, invece, a fare i conti con l'irrompere di una realtà che non riesce ad arginare per la presenza insistente dei tre intrusi, ciascuno caratterizzato da ossessioni, punti di vista e comportamenti diversi, portatori di una comune morale ed etica, che i coniugi rifiutano di accettare. Il rappresentante emblematico della negazione di regole e comportamenti stabiliti, economici e sociali, soprattutto psicologici, in nome di una libertà necessaria, è l'uomo nullafacente, che si trascina da una poltrona a un tavolo, che parla con lentezza seguendo pensieri e parole che scartano qualsiasi preoccupazione, che esclude azioni impegnative, che banalizza ogni ricerca di intervento, che non compra e non paga l'affitto. Al centro di tutto c'è una visione anticonsumistica e anticapitalista del protagonista che va controcorrente rispetto a tutto ciò che invece del mondo ci condiziona: come il tempo, principalmente, motore della nostra epoca che ci richiede prestanza, efficienza, programmazione, che crea dipendenze, che ci distoglie dal pensare alle vere cose importanti, al presente, ma che non impedisce il percorso finale verso la morte. Sembra volerci ricordare questo il protagonista nel suo elogio della lentezza e del dolce far niente, della rinuncia indolore, del vivere senza doversi preoccupare di nulla, che richiede comunque una severità comportamentale, e cioè metodo, applicazione, determinazione. Egli, sostanzialmente, cerca di capire cosa non fare, come impiegare le energie per stare bene. E per questo guarda al bonsai, interlocutore muto e oggetto di confessioni ad alta voce, pianta custodita e protetta come una creatura viva. Da essa acquisisce come imparare a farsi le domande e cercarne le risposte; ad essa riconosce l'aver compreso dove sia la vita, la bellezza, dentro quella sua forma e quella costrizione che la fa essere. Santeramo è appropriato nell'interpretare il suo stesso testo, per la flemma espressiva, per l'apatia che emana nei gesti e nelle parole, in equilibrio con la passione del suo credo, quasi una dimensione zen, un'ascetica per raggiungere uno stato di felicità. Le è accanto Silvia Pasello, la moglie malata, dai toni un po' troppo dimessi, alla quale nel finale, avanzando una timida carezza, manifesterà il suo amore sul motivo della canzone Io che amo solo te di Sergio Endrigo accennata dalle note del contrabbasso di Ares Tavolazzi. Il luogo è una stanza con un lungo tavolo con delle sedie e una poltrona, e un reticolo con gli altri personaggi sempre in scena – Michele Cipriani, Francesco Puleo, Tazio Torrini - in una geometria di movimenti tracciati dalla regia essenziale di Roberto Bacci al servizio della parola. Che pone domande di senso, dubbi e riflessioni.

Giuseppe Distefano

Ultima modifica il Sabato, 18 Marzo 2017 21:29

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