lunedì, 24 giugno, 2019
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MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE - regia Elio De Capitani

"Morte di un commesso viaggiatore", regia Elio De Capitani "Morte di un commesso viaggiatore", regia Elio De Capitani

di Arthur Miller

regia Elio De Capitani

traduzione Masolino d'Amico

con Elio De Capitani, Cristina Crippa, Angelo Di Genio, Marco Bonadei, Federico Vanni, Gabriele Calindri, Daniele Marmi, Vincenzo Zampa, Alice Redini, Vanessa Korn

scene e costumi Carlo Sala
suono Giuseppe Marzoli
produzione Teatro dell'Elfo
Roma, Teatro Argentina dal 9 al 20 dicembre 2015

www.Sipario.it, 11 dicembre 2015

ROMA - Elegia delle esistenze sprecate. Questa l'essenza di Morte di un commesso viaggiatore, l'amara vicenda di Willy Loman - modesto rappresentante di caffè, povero di risorse ma ricco di orgoglio e tracotanza -, e della sua altrettanto modesta famiglia: la moglie Linda, tipica donna americana del Dopoguerra, dalla scialba personalità e completamente sottomessa al marito, interamente votata alla cura della casa, universo all'interno del quale si sente protetta; i figli Happy e Biff, impenitente donnaiolo l'uno, timido e sognatore l'altro, entrambi cresciuti con il mito di un padre vincente, e convinti essi stessi di possedere un qualche talento; in realtà, Happy vive del suo modesto impiego di assistente commerciale, Biff vagheggia di avere un giorno un ranch dove allevare animali. Due esistenze incompiute, due "vitelloni", nonostante abbiano passati i trent'anni.
Con Tennessee Williams, Miller si pone fra i più acuti drammaturghi americani del Novecento, e attraverso il declino della famiglia Loman, racconta il malessere di un'intera società, quella moderna, dove gli individui hanno smarrita la capacità di guardare dentro sé stessi, di accettare i propri limiti, o di migliorarli con il duro lavoro. Si preferisce la facilità della menzogna, e l'illusione che ne deriva. Sottilmente, Miller suggerisce che a spingere l'individuo a certi eccessi sia, oltre a una predisposizione caratteriale, anche l'impostazione consumistica della società americana, dove il denaro è simbolo di successo, dove avere o fare certe cose denota un dato status sociale; esasperare il messaggio, negli individui più deboli porta a quelle conseguenze, ovvero a una perenne insoddisfazione che avvelena di fatto l'esistenza. Metaforicamente, s'intuisce l'oppressione esterna ogni volta che Loman si lamenta della mancanza di luce in casa, a causa degli altri palazzi costruiti così vicini al suo appartamento.
Centro della vicenda, appunto, Willy Loman, che, ormai anziano, scopre che le sue aspettative, i suoi sogni, le sue ambizioni, altro non sono che un mucchio di cenere fredda. Elio De Capitani interpreta con sentimento l'amara personalità di un uomo fondamentalmente ridicolo, che fa della parola, dell'esagerazione, dell'esaltazione (di sé e dei figli), una sorta di inconsapevole religione, cui si unisce l'invidia per i successi altrui, in particolare dell'amico Charley, commerciante di successo, e del figlio Bernard, brillante avvocato. E per orgoglio, rifiuta persino un'offerta d'impiego da parte di Charley (Federico Vanni), che con pacata filosofia comprende la tragedia di quell'uomo meschino, e continua a prestargli il denaro per pagare le spese di casa.
Lo spettacolo affronta anche il tema del conflitto generazionale genitori-figli, che nasce sotto un duplice aspetto: la rabbiosa delusione del padre, che non vede realizzato il presunto potenziale dei figli, in particolare quello di Biff, e il farne una questione personale, dall'altra parte, ai figli appare la figura di un padre in crisi, che vie di ricordi e illusioni, un padre fanfarone e ipocrita, capace anche di tradire la moglie negando l'evidenza (e Biff, che lo scopre per caso, ne rimane sconvolto). De figli, Marco Bonadei interpreta l'irruente Happy, avvalendosi di una convincente recitazione fisica, alfierianamente urlata; in lui si ravvisa il tipico maschio americano (ma non solo), che con una vita sopra le righe, fra donne e alcool, cerca di superare le frustrazioni quotidiane. Suo contraltare, Biff, cui dà vita Angelo Di Genio, che ne incarna la timidezza, gli slanci evanescenti, i sogni e le paure. A far emergere una volta per tutte le storture esistenziali dei Loman, il licenziamento di Willy, e il fallimento del tentativo di Biff di ottenere soldi in prestito da un suo ex datore di lavoro per avviare un'attività in proprio. La considerazione di cui godono i due è davvero scarsa, non possedendo la determinazione richiesta dal "modello americano".
In mezzo, commovente "parafulmine" di questa famiglia scombinata, Linda, moglie e madre a suo modo affettuosa, ma incapace di vedere i difetti dei figli e del marito, scioccamente propensa a un impossibile ottimismo. Cristina Crippa interpreta al meglio l'ingenua semplicità di una donna prigioniera di sogni ormai irrealizzabili.
A rendere più amaro il presente, il continuo, ossessivo ricorrere del passato, cui Willy si aggrappa come a un sogno: gli anni in cui lavorava e guadagnava abbastanza, quando in famiglia regnava una certa stabilità, e per l'avvenire dei figli si nutrivano grandi speranze. E c'è anche il ricordo di Ben, fratello maggiore di Willy, che più volte aveva tentato di coinvolgerle nelle sue speculazioni milionarie in Alaska; l'uomo rifiutò per orgoglio, ma anche per paura. Adesso però, valuta appieno l'occasione persa.
La regia di De capitani mantiene intatto il drammatico sapore della memoria, costruendo le scene del passato come quadri in chiaroscuro, dove Ben appare quasi come un fantasma, e la vita familiare è rivestita di dolcezza. La realtà presente, però, ha un bilancio in negativo, e la morte annunciata dal titolo, arriva per suicidio del protagonista, estremo tentativo di riscattare la sua esistenza, di lasciare al figlio Biff i soldi dell'assicurazione, immaginando che alle esequie intervengano gli amici e i colleghi di un tempo. Ennesima delusione, anche se postuma: nessuno si ricorderà di Loman, e soltanto i familiari e l'amico Charley gli daranno l'estremo saluto.
Un dramma di antieroi soltanto, dove nessuno si salva, ognuno avendo troppe meschinità delle quali rendere conto. L'unico che per un attimo riesce a rompere questo muto di vetro, e Biff, il quale, in un momento di profonda ira, rovescia sul padre tutte le sue frustrazioni, ammettendo però anche la realtà dei fatti, ovvero che né lui, né il padre né il fratello possiedono talenti o capacità particolari, che è inutile e sciocco fingere di essere ciò che non si è, che l'ambizione è legittima finché non sconfina nel ridicolo.
Attraverso l'amara vicenda di Willy Loman, Miller aggiorna il concetto di apparenza, a suo tempo introdotto da Oscar Wilde; mentre per questi si trattava di una posa assunta per donare un carattere artistico alla propria esistenza, nella seconda metà del Novecento l'implicazione esistenziale è sensibilmente più tragica: l'apparenza si fonda sulla menzogna, necessaria per diventare (almeno per un po'), ciò che non si è. Si mente agli altri e soprattutto a sé stessi, per allontanarsi dai propri fallimenti, per dimenticare una vita di amarezze; si mente, in senso assoluto, per meschinità, per pochezza intellettuale. È questo che il caustico testo di Miller vuole suggerire, gettando vetriolo sul conformismo della società americana di metà Novecento, da un lato esaltata dal secondo American Dream, dall'altro prigioniera di convenzioni sociali all'interno delle quali non sembra esserci posto per i deboli, per i sognatori, per i diversi. La "cultura" della pubblicità istilla il senso dell'imitazione, della competizione, e se non si hanno armi adeguate per vincere, non resta che aggrapparsi alla menzogna, al costruire un castello d'illusioni. Che, invariabilmente, sono destinate a crollare. Inutile dilungarsi su come certe dinamiche siano ancora strettamente attuali.

Niccolò Lucarelli

Ultima modifica il Giovedì, 10 Dicembre 2015 22:17

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