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MASNADIERI (I) - regia Gabriele Lavia

I Masnadieri I Masnadieri Regia Gabriele Lavia

di Friedrich Schiller
Regia Gabriele Lavia
Con Francesco Bonomo, Fabio Casali, Daniele Ciglia, Michele De Maria, Filippo De Toro, Davide Gagliardini, Gianni Giuliano, Daniele Gonciaruk, Marco Grossi, Andrea Macaluso, Luca Mannocci, Luca Mascolo, Giulio Pampiglione, Cristina Pasino, Giovanni Prosperi, Alessandro Scaretti, Carlo Sciaccaluga, Simone Toni
Scene di Alessandro Camera, costumi di Andrea Viotti, musiche di Franco Mussida, luci di Simone De Angelis
Produzione Teatro di Roma, Teatro Stabile dell'Umbria (in collaborazione con La Versiliana Festival) In tournée nazionale
Teatro India, Roma dal 25 ottobre al 27 novembre 2011
Trieste, Politeama Rossetti 25 gennaio 2012

www.Sipario.it, 9 marzo 2012
www.Sipario.it, 11 novembre 2011

Quanta energia e quanta ribellione nutrono l'allestimento de "I masnadieri" curato da Gabriele Lavia, trent'anni dopo il suo primo incontro con il testo di Schiller dove era stato uno dei brillanti protagonisti (Franz) assieme ad Umberto Orsini (Karl). Nelle vesti di geniale regista dirige una compagnia di giovani molto talentuosi (del Teatro di Roma), generosi nell'affrontare la scena offrendo il meglio di sé, arrabbiati come la temperie dello Sturm und Drang richiede e capaci di trasmettere efficacemente i messaggi preromantici anche oggi. Insomma un'altra attualizzazione perfetta di un "classico", ricca di effetti scenici che traducono la vis drammatica delle parole schilleriane a costruire un intreccio familiare e sociale perverso e violento.

L'ambientazione è torbidamente dark: il lavoro di Alessandro Camera (scenografia), Andrea Viotti (costumi) e Franco Mussida (musiche) si rivela egregio in ogni dettaglio. Il fine è quello di ricreare la rivolta dei giovani fuorilegge, che rifiutano qualsiasi obbedienza e sottomissione alle regole e alle istituzioni politiche ("La legge costringe al passo di lumaca un volo d'aquila"), all'interno di una gang nerovestita di metallari. Tutti borchie, occhiali scuri, stivali e bombetta, usano con facilità sia le pistole che la chitarra e sono pronti alle azioni più scellerate, a diventare il peggio del peggio, pur di affermare la loro essenza incompresa al grido di "Libertà o morte". L'impatto visivo è allora di grande suggestione: dal buio emergono scene che seguono un ritmo incalzante, quasi cinematografico, incorniciate dai terrosi sentieri della Selva Boema, o racchiuse in interni sinistri, illuminati dalla luce flebile delle macchinazioni e dei rancori, popolate dalla massa dei Räuber che si muovono concitati in proscenio, o animate da singoli o sparuti personaggi pronti a vibrare visceralmente ogni battuta. Nella versione originale completa della messinscena (che putroppo a Trieste non abbiamo potuto apprezzare) apparivano anche dei pannelli realizzati all'impronta da due writers, decisi a scaricare le loro frustrazioni proprio con i graffiti. Insomma una cornice che sa trasmettere pathos e passione, dove gli attori stupiscono con il loro indomito temperamento. Il diabolico e deforme Franz ("l'Anticristo") è interpretato con veemenza esaltante dal ventisettenne Francesco Bonomo, che sa sprizzare veleno da ogni sillaba pronunciata, mentre suo fratello Karl ha l'allure maledetta e piena di spleen del trentunenne Simone Toni, annientato da una "visione sognata di una pienezza mai raggiunta", deluso dal mancato perdono del padre (Gianni Giuliano) e amato tragicamente da Amalia (Cristina Pasino).

La presenza scenica e l'espressività di tutti è premiata dagli applausi degli spettatori, colpiti ed emozionati da tanto tragico furore visionario.

Elena Pousché

"I Masnadieri" trent'anni dopo. Il lasso di tempo, di eventi, di sedimentazione (soggettiva e politica) che separano Gabriel Lavia dal suo primo, impetuoso allestimento del dramma schilleriano, rivisitato adesso (al Teatro Argentina di Roma, dopo il debutto estivo alla Versiliana), in un'edizione più eccentrica e sintonizzata alle problematiche dell' "essere giovani, adesso, e con voglia di ribellarsi al destino precotto" dal mondo di ieri. Per un principio (ineludibile) di ricorsi storici, secondo cui, a me pare, non esista alcuna generazione che, in qualche modo, non possa dirsi sconfitta e perduta: come nella poetica parabola che da Stott Fitzgerald procede verso la Beat generation e il nostro (immenso) Giorgio Gaber.

Composto nel 1781, quando Schiller era un poeta appena ventenne "I masnadieri" si ispira ad una sontuosa, macabra festa degli eccessi, dove ogni sentimento di amore, odio, ambizione, crudeltà appare ingigantito, come a confronto del "titanico cimento", della "dismisura" e lo "sturm und drang" che non cercano bozzoli consolatori, stasi di compromesso e di conformismo, quale armistizio con la mediocrità e la falsa saggezza (dei padri).

Forse lo stesso impeto, lo stesso clima culturale (la negazione della vita senza utopie, senza la sfida di ideali impossibili) che-diciassette anni dopo- animò Ugo Foscolo nel tramare e sigillare il suo "Jacopo Ortis", eroe solitario, suicida in nome di una terribile, ma non nichilista, negazione del suo tempo, ingrato e banale, che ciclicamente torna ad infierire.

Lo speen di Schiller elegge a propria bandiera la vita del fuorilegge, depositario del diritto di "emendare il mondo" attraverso delitto e distruzione. Scelta espletata da Karl Moor, sconvolto da una ferale missiva Nella quale il fratello Franz (un empio non dissimile dal "Riccardo III" di Shakespeare: per la sua fisica deformità, per l'ambizione impossessarsi della tenuta di Moor e per il desiderio di possedere Amalia, la fanciulla amata da Karl ) gli comunica che il padre, benestante alemanno, lo ha appena diseredato.

È una menzogna, ma la menzogna genera un altro mostro. Karl infatti si renderà responsabile di atroci delitti, di sabotaggi e strage di innocenti, in nome di una solidarietà "banditesca" intesa a depistare le insidie della "sbirraglia" di Stato.

Pur in questo clima di delirio, intolleranza e (auto) distruzione, Karl tornerà alla dimora domestica, scoprirà la verità, darà sfogo a una vendetta che non risparmierà nessuno, diramando -ed in ciò si coglie la classicità del testo- una serie di interrogatovi e quesiti morali che coinvolgono qualsiasi generazione abbia coltivato idee (e progetti) di palingenesi planetaria, anche attraverso l'arma della violenza, dell'intimidazione, dell'eroico furore Gabriele Lavia sembra cogliere l' "assoluto-naturale" (ideologicamente insidioso) di questo universo tumultuoso ma deperibile, efferato ma autoassolutorio, avvalendosi di un gruppo di giovani talenti emersi dai suoi corsi di recitazione.

Rilettura spoglia ed intensa, dunque, pur se alcune caratterizzazioni, immerse nel nero "anonimo" di scena e costumi (ma con barlumi di barocchismo post-moderno) lambiscono l'esasperazione del tragico, unitamente al rischio di "affogare" Schiller in una sorta di urlata mistura che fa tutt'uno di eredità elisabettiane, straneazioni brechtiane, echi da "pulp fiction".

Troppa carne al fuoco? Probabilmente si. Perché, esteticamente, "I masnadieri di Lavia somiglia ad una banda di heavy metal che arrivano dal fondo scena (da incubi presenti e remoti), sciorinando le "cause del male" al suono di un'orecchiabile marcetta che ha terribilie sonorità celtico-prenaziste.

Abilissimo nella mistura tra ribellismo e scoramenti evergreen, il regista glissa con gran mestiere la congestione espressiva, emotiva e di altri fluttuanti sentimenti. Comunque ondivaghi per ciascun spettatore, ma indubbiamente forieri di opinioni diverse, contrastanti.

Come puntualmente accade alla fine di ciascuna replica.

Angelo Pizzuto

Ultima modifica il Mercoledì, 09 Ottobre 2013 11:33

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